La crociata di Walter Siti contro
gli scrittori impegnati umilia il lettore

Ha suscitato vivo dibattito il libro che Walter Siti ha dedicato alla critica di quegli scrittori che hanno fatto delle tematiche impegnate il perno della propria scrittura “Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura”. Se alcune posizioni possono essere ritenute lecite all’interno di un generale monito va con altrettanta fermezza ribadito che esistono opere e iniziative che non possono essere spazzate via all’interno di un’onda assolutista e generalista. Ricordare alcuni significa non creare alibi. L’impegno può essere affrontato e anche la storia recente ce lo dimostra.

Walter Siti

Gli “impegnati” hanno scritto pagine gloriose

La mattina del 4 maggio 1954 nella miniera di lignite di Ribolla, nel grossetano, si verifica un’esplosione in seguito a un incendio di polvere di carbone. Muoiono 43 lavoratori. Le salme vengono ricomposte in una locale autorimessa e allineate per le esequie nella sala del cinema. Una tragedia annunciata, tanto che da tempo due scrittori stavano conducendo un’inchiesta sulle condizioni di lavoro dei minatori toscani: non sono due “semplici” cronisti, sono Luciano Bianciardi e Carlo Cassola. Entrambi non erano ancora arrivati ai loro romanzi fondamentali. Il primo nel 1962 farà uscire “La vita agra”, caposaldo della recente letteratura, il secondo nel 1960 vincerà il Premio Strega con “La ragazza di Bube” ma rimarrà sfregiato da uno dei più incivili attacchi della critica letteraria italiana, bollato come moderna Liala.

Biancardi e Cassola vivono con gli operai, prestano loro i libri, organizzano per loro incontri, ne ascoltano le storie e comprendono prima di tutti la tragedia che sta per avvenire. Da questi anni nasce un libro “I minatori della Maremma”, atto d’accusa fortissimo di inadempienza nei confronti della Montecatini. Ma non è il solo caso di narrazione prossima alla vita.

Siamo attorno agli anni Duemila. Fabiano Alborghetti passa tre anni della sua vita tra i clandestini, i migranti, gli illegali dell’hinterland milanese. Sono ancora persone invisibili, le tematiche cavalcate dai nazionalisti sono lontane: Alborghetti condivide con loro i pasti, le fabbriche abbandonate, le abitazioni fatiscenti; dorme sui loro stessi materassi, fa la spesa con loro, guarda le partite di calcio in televisione, ne saluta e piange assieme i morti.

L’esito è un libro potente, tra i più potenti degli ultimi 20 anni: “L’opposta riva”. Intanto Alborghetti si trasferisce in Svizzera e diventa uno dei più riconosciuti poeti europei contemporanei.

Altri sono emigrati, per esempio in Nord Europa. Uno di loro è Luigi di Ruscio, per quarant’anni operaio in una fabbrica metallurgica a Oslo, in Norvegia. Di quel totale spaesamento linguistico e umano è piena la sua poesia: disumana la fabbrica, disumana la condizione di emigrato “chiudere un porco vero nel reparto/ non un porco normale / un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore / vediamo come reagisce l’associazione protezione animali / vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale / schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile […]”. E non è certo il solo ad avere conosciuto la fabbrica, anzi “la fabrica”.

Lasciamo al lettore decidere sul racconto

Fabio Franzin, operaio veneto, l’ha narrata nella disumanizzazione e per primo ha portato l’obiettivo sulla disoccupazione, sullo spostamento di tante realtà imprenditoriali del Triveneto nel vicino Est-Europa, sulla disperazione di una classe operaia senza lavoro, impossibilitata a una vita quotidiana dignitosa per se stessa e per le proprie famiglie. Ancora un “nobile” precedente da prendere come riferimento: Vittorio Sereni raggiunge una giornalista che sta girando un documentario in fabbrica. Quello che vedrà quel giorno diventerà “Una visita in fabbrica”: “La parte migliore ? Non esiste. O è un senso / di sé sempre in regresso sul lavoro / o spento in esso, lieto dell’altrui pane / che solo a mente sveglia sa d’amaro […]”.

Possiamo forse dire che questo cosiddetto impegno sia sbagliato? Che questi autori non siano stati mossi da una urgenza, un’esigenza non diversa da chi decide in maniera opposta di scrivere di se stesso, della propria fiction? Possiamo dire che in questi autori manchi l’Ab-joy, l’ebbrezza poetica tanto cara a Pier Paolo Pasolini? Non credo; come non credo che chi come Franco Arminio proviene da una terra fortemente inquinata da industrie metallurgiche e metalmeccaniche, da rifiuti smaltiti illegalmente (come accade nella valle del Sabato o per il fiume Ofanto che tocca territori dove ancora dopo 40 anni sono evidenti gli esiti del terremoto irpino) non debba toccare le tematiche paesaggistiche. Sta semmai al lettore decidere della verità e dell’urgenza di un racconto. Ma impedire all’animale-scrittore di cantare il proprio canto, dissonante da quello di mille altre bestie, quello sì va contro natura.