Senato, il voto ai giovani
una “piccola” riforma
per l’uguaglianza

A fine ottobre il Presidente Mattarella ha promulgato una legge di riforma costituzionale, che permette ai cittadini compresi tra i diciotto e i ventiquattro anni di votare per il Senato della Repubblica. Secondo la precedente stesura dell’articolo 58 della Costituzione, infatti, bisognava aver compiuto venticinque anni per votare al Senato (diritto di elettorato attivo) e quaranta per poter essere eletti (diritto di elettorato passivo). Una regola che non esiste alla Camera dei Deputati dove, invece, per votare basta aver compiuto il diciottesimo anno di età e, per essere votati, serve la venticinquesima candelina (art. 56). Da quest’autunno la regola cambia e la nuova formula afferma semplicemente che “i senatori sono eletti a suffragio universale diretto”.

Principio di uguaglianza

Non è una riforma da poco. Sono circa quattro milioni le persone interessate dal provvedimento che, da adesso, potranno superare un dettame che, per decenni, ha applicato una discriminazione basata esclusivamente sull’età anagrafica. Si riafferma un principio di uguaglianza del diritto di voto, che permette di equiparare la base elettorale di Camera e Senato. Nella sostanza, si riconosce ai giovani l’importanza della loro scelta politica, della loro incidenza, quindi del principio di rappresentatività che li lega all’istituzione di Palazzo Madama.  Si dona più forza al postulato “il voto è personale ed eguale”, presente all’articolo 48 della Costituzione e si obbliga la classe dirigente a fare i conti con un nucleo di persone che non può non essere ascoltato. Sono voti, pesano e bisogna adeguare i propri programmi alle loro esigenze, se si vuole intercettarli.

Naturalmente, se in ogni diritto c’è una componente deontica, anche in questo caso si richiede l’adempimento dei doveri di solidarietà politica, nonché il rispetto dell’esercizio del voto come “dovere civico” (art. 48). Quattro milioni di persone potenzialmente in più in cabina elettorale sono una risorsa innanzitutto per loro stesse, quindi non è il caso di sprecare l’occasione. Il tema dell’assenteismo nelle urne, dell’indifferenza e di una proposta politica all’altezza delle sfide della classe giovanile, sono argomenti che si intrecciano con lo spirito di iniziativa di una parte della nuova generazione. Una voglia di incidere che, specialmente su alcuni argomenti, non manca e cerca di farsi sentire con costanza, come rivelano le manifestazioni in difesa del clima. Forse proprio il climate change rappresenta quell’argine di incontro-scontro intergenerazionale che non si vedeva da tempo. Una battaglia che non solo è già in atto, ma che si manifesterà anche alle prossime elezioni, quando sul voto finale incideranno quei giovani neo-elettori.

La riforma costituzionale, approvata secondo la procedura prevista all’articolo 138, rientra in un quadro di modifiche fatte con “metodo bisturi”. Il punto, infatti, non è che la Costituzione non si debba modificare, ma che si facciano cambiamenti con estrema accuratezza, limitando gli interventi allo stretto necessario. La storia del Paese dimostra come le riforme in grande stile, quelle che tendono a snaturare l’impianto del ’48, non abbiano vita facile e terminino con un buco nell’acqua. Al contrario, la Carta è più facilmente emendabile se si approvano le relative correzioni dentro un quadro sistemico ragionato, volta per volta discusso e approvato. Questa è la ratio del 138 e questa è stata la procedura seguita nel caso del voto ai diciottenni, che si inserisce come contrappeso in un contesto (ancora incompleto) di risposta al taglio dei parlamentari.

Un atto dovuto

I più critici sostengono che l’intervento sull’articolo 58 non produca vere conseguenze sul Parlamento e che, soprattutto, si confermi la tendenza all’omologazione tra le due Camere. Non solo sarebbero uguali dal punto di vista delle funzionalità, ma si “copierebbero” anche in relazione all’esercizio dell’elettorato attivo. Chi critica il bicameralismo perfetto chiede di andare nella direzione contraria, cioè nella differenziazione spinta tra Camera e Senato, sia per ciò che riguarda le mansioni delle Aule, sia per ciò che attiene alla loro composizione. Perché ciò accada sarebbe necessaria una riforma imponente, tanto sul piano costituzionale quanto su quello dei regolamenti interni, ma tutti i tentativi del genere non sono andati a buon fine. In assenza di questo disegno riformatore, l’adeguamento della base elettorale è un atto dovuto verso le nuove generazioni. Non è solo un esercizio giuridico, ma è soprattutto un gesto politico che apre ulteriormente alle istanze dei più giovani. Se si unisce questo dato al tentativo di modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione, in cui si cerca di inserire la tutela esplicita dell’ambiente e l’interesse delle nuove generazioni, si comprende meglio come la politica cerchi di aprirsi al futuro. C’è ancora molto lavoro da fare, ma sembra si stiano compiendo dei primi passi.

Anche in questo caso, come spesso accade durante le procedure parlamentari, ci sono state delle occasioni mancate. L’uguaglianza raggiunta in relazione al diritto di elettorato attivo non si registra per quello passivo. Ci vogliono ancora quarant’anni di età per essere eletti al Senato e, francamente, questa direttiva appare anacronistica. Un ulteriore dato di merito, però, evidenzia un elemento positivo. La riforma, partorita dalla Commissione Affari Costituzionali alla Camera, è il frutto unicamente del lavoro parlamentare, senza forzatura alcuna da parte dell’esecutivo. In un contesto in cui l’indirizzo politico del Parlamento, in relazione al suo potere legislativo, appare indebolito, riuscire ad approvare una legge interamente di iniziativa parlamentare, per giunta con procedura aggravata (perché costituzionale), non è affatto scontato. Il Parlamento segna un piccolo punto a suo favore, nel merito e nel metodo, focalizzandosi sui giovani. La speranza è che sia solo un tassello, dentro un quadro di riforme più ampio a supporto degli under 30, che ponga il paese nelle condizioni di arrivare preparato alla prossima legislatura.