Vorremmo un mondo senza Top Gun, ma quant’è divertente quel diavolo di Tom Cruise!

“Top Gun: Maverick” è di gran lunga il film più divertente che si possa attualmente vedere al cinema. È uscito in Italia il 25 maggio, dopo una presentazione in pompa magna al festival di Cannes dove Tom Cruise, protagonista e deus ex machina dell’operazione, ha tenuto una master-class che è stata sostanzialmente un’autobiografia narrata in pubblico.

Non sappiamo che ne pensiate, di Tom Cruise. Secondo noi è un ottimo attore e l’elenco dei registi con cui ha lavorato non ha eguali nel cinema contemporaneo: Martin Scorsese, Steven Spielberg, Paul Thomas Anderson, Robert Redford, Michael Mann, Brian De Palma, Ron Howard, Oliver Stone, Ridley Scott, Francis Ford Coppola, Cameron Crowe, John Woo, J.J. Abrams, Sydney Pollack e il più grande e misterioso di tutti, Stanley Kubrick. Ha da tempo fatto “outing” sulla militanza in Scientology e ormai c’è chi sostiene che non sia un semplice adepto, ma uno degli uomini più potenti e rappresentativi dell’organizzazione fondata da L. Ron Hubbard. Non ha mai vinto l’Oscar, come accade a coloro che a Hollywood hanno troppo successo per essere anche simpatici.

Possiamo testimoniare che Cruise è il più motivato professionista del cinema americano moderno: il suo rapporto con il pubblico è straordinario e nelle occasioni promozionali – come i red carpet dei grandi festival – è di una incredibile generosità. Ma è anche un produttore che non lascia nulla al caso. Ha trasformato la saga di “Mission: Impossible” in una sorta di franchise personale e se ha deciso di realizzare un seguito di “Top Gun” a distanza di 36 anni dal primo film, datato 1986, avrà fatto bene i suoi conti.

Il film sta macinando incassi notevoli in tutto il mondo, ed è – come dicevamo – fragorosamente divertente. Contiene TUTTO ciò che potete aspettarvi da un seguito di “Top Gun”, compreso il ritorno di Val Kilmer (attore che si è ritirato per motivi di salute) nel breve ruolo di Iceman. Il personaggio di Cruise è invecchiato esattamente quanto Cruise nella vita: se nel primo film era un ragazzo, ora è un uomo sull’orlo della pensione, che a inizio film fa il collaudatore di aerei supersonici. Non ha fatto carriera perché, appunto, è un “maverick”: parola che significa “indipendente, anticonformista, cane sciolto”. Per cui non c’è da stupirsi che dopo un test andato bene solo perché ha disubbidito agli ordini, Pete “Maverick” Mitchell venga convocato da un alto ufficiale che gli comunica il licenziamento. Le parole dell’ufficiale, interpretato da Ed Harris, suonano altamente simboliche: “Ormai questi aerei non hanno più bisogno di pilota. Questo è il futuro, Mitchell, e in esso non c’è posto per lei”. È del tutto evidente, anche per chi non è cinefilo, che in questa scena Cruise sta parlando di sé, e di un cinema ormai del tutto digitale e “automatico” in cui i divi non servono più. Ma il prosieguo della storia dimostrerà ampiamente che c’è ancora bisogno di Maverick – e di Tom Cruise.

Al di là del divertimento, il motivo per cui vogliamo parlarvi di “Top Gun: Maverick” è politico. Il primo film era stato girato a Muro di Berlino ancora intatto e si riferiva esplicitamente al Vietnam e all’Unione Sovietica. Dopo la caduta del Muro, il cinema americano ha dovuto di volta in volta inventarsi nuovi nemici: anche eroi “seriali” come Rambo e James Bond sono andati in missione in Afghanistan e in altri “stati canaglia”. La reinvenzione del nemico, e al tempo stesso la sua “spersonalizzazione”, è un tema ricorrente del cinema bellico dagli anni ’90 in poi. Il nemico va sempre disumanizzato, altrimenti esiteremmo a ucciderlo. Ed è molto interessante cercare di capire CHI è il nemico in “Top Gun: Maverick”, e analizzare come viene descritto.

Quando i giovani aviatori che Mitchell sta addestrando vengono chiamati a una missione, il nemico NON VIENE NOMINATO. Si dice solo che è uno stato nemico che sta arricchendo l’uranio: l’obiettivo è distruggere una fabbrica sotterranea il cui unico ingresso sta in una valle profonda circondata da montagne scoscese, il che rende il compito degli aviatori particolarmente difficile e pericoloso. Le parole “uranio arricchito” fanno subito pensare all’Iran. La missione parte da una portaerei, quindi dal mare: una volta decollati i Top Gun sorvolano un territorio montagnoso e innevato. Potrebbe essere l’Iran? Potrebbe: nella costa compresa fra lo stretto di Hormuz e il confine con il Pakistan l’Iran è un paese ricco di montagne, e quel tratto di costa è quasi disabitato. Ma il pensiero dello spettatore va immediatamente alla Siberia, quindi alla Russia (sarà bene ribadire una cosa ovvia, ovvero che il film è stato girato PRIMA dell’aggressione russa all’Ucraina).

Quando gli aerei nemici si levano in volo, e Maverick deve ingaggiare l’ultima epica battaglia, i piloti avversari non si vedono mai in volto: indossano caschi integrali neri, come i piloti dell’Impero nelle scene di battaglia del primo “Guerre stellari”. I loro aerei sembrano però dei Mig (come quelli del vecchio film) e quando Maverick, abbattuto ma salvo, si impossessa di un apparecchio nemico per fuggire le scritte sono in inglese e lui è perfettamente in grado di guidarlo…

Siamo, come si diceva, alla “disumanizzazione” del nemico”: e siamo alla citazione giocosa, perché tutta la dinamica dell’assalto alla fabbrica – e della sua ovvia distruzione – ricorda in modo inequivocabile l’attacco alla Morte Nera condotto da Luke Skywalker e da Han Solo sempre nel primo episodio di “Guerre stellari”. Anche l’arrivo in extremis di Han Solo viene ricreato… ma qui ci fermiamo, perché rischiamo lo spoiler!

“Top Gun: Maverick” non è solo l’azzeccato seguito di un film famoso: è un perfetto riciclo di tutti i meccanismi psicologici che rendono il war-movie hollywoodiano una poderosa macchina di propaganda. Per spezzare le regole della propaganda bisogna spezzare le convenzioni narrative, come fece Kubrick nel suo spiazzante “Full Metal Jacket” (film nel quale i due protagonisti, il sergente Hartman e il soldato “Palla di lardo”, muoiono alla fine del primo atto!). “Top Gun: Maverick” si guarda bene dal farlo: e quelle convenzioni sono talmente introiettate, anche in noi spettatori, che la propaganda è nascosta, quasi subliminale. Ma è sempre lì: ed è anche, soprattutto, una propaganda economica se si pensa al costo esorbitante di quegli aerei e alla quantità di carburante che consumano anche solo durante le esercitazioni. Vorremmo tutti, noi pacifisti, un mondo senza Top Gun ma poi non possiamo fare a meno di divertirci – e a tratti persino di commuoverci – vedendo un secondo film sui Top Gun. Diavolo di un Tom Cruise!