Vita e morte d’un poeta gentile
volato via con la sua gabbianella

Luis Sepulveda ha preso il volo come la sua gabbianella, lui purtroppo sulle ali di quell’esserino mostruoso che abbiamo imparato a conoscere come coronavirus. Lo si sapeva malato, si sapeva anche della moglie Cármen Yañez, poetessa.

Lo si sapeva colpito dal morbo al ritorno da una fiera del libro in Portogallo. La notizia si era diffusa settimane fa, alla fine di febbraio. Pareva che il silenzio dell’ultimo tempo lasciasse intendere una lenta guarigione. Poi no, la morte, in un letto d’ospedale a Oviedo, s’è presa il combattente infaticabile senza respiro, dopo una vita tra i due mondi, America ed Europa, dopo un’esistenza  avventurosa, persino tumultuosa, e probabilmente felice, fortunata dopo tante peripezie e sofferenze, queste  legate alla sua esperienza politica, a quella della sua famiglia, alle sue idee, alle vicende che colpirono fin quasi alla morte il suo  paese, il Cile, nel 1973, quando il generale Augusto Pinochet prese il potere, sotto la guida degli Usa, e iniziò una criminale campagna di persecuzione di qualsiasi oppositore.

Anche Sepulveda fu tra le vittime di Pinochet. Luis era già, per quanto giovane, un intellettuale e uno scrittore conosciuto. Aveva il torto di essere comunista e di essersi trovato al fianco di Salvador Allende, legittimo presidente cileno. Per sette mesi il generale golpista lo costrinse recluso in uno stanzino di pochi metri quadri, con il soffitto talmente basso che il prigioniero non poteva neppure alzarsi in piedi. Solo ripetute campagne di Amnesty International indussero i carcerieri a liberarlo, in cambio dell’esilio.

All’epoca del golpe, Sepulveda aveva solo ventiquattro anni. Era nato il 4 ottobre 1949 nella cittadina di Ovalle, in un albergo, mentre i suoi genitori erano in fuga da un nonno materno ricco, autoritario e ferocemente contrario a quell’unione. Aveva un nonno paterno, invece, Gerardo Sepulveda Tapia, anarchico, nome di battaglia Ricardo Blanco, esule dalla Spagna franchista, che lo aveva condannato a morte, e uno zio, Pepe, con la stessa vocazione. Con loro visse a Valparaiso e furono i suoi maestri, non solo in politica, ma anche aiutandolo a maturare una grande passione per la letteratura: Melville, Dostoevskij, i francesi dell’Ottocento.

I primi passi

Il primo passo fu l’iscrizione alla Gioventù comunista, il secondo la collaborazione al quotidiano “Clarìn”. Sepulveda, a vent’anni, presentò il suo primo libro di racconti, “Crònicas de Pedro Nadie”. Fu subito un successo, con tanto di riconoscimento ufficiale: il Premio Casa de las Americas.  Con il premio, Sepulveda ricevette anche una borsa di studio per frequentare un corso di drammaturgia  all’Università statale Lomonosov di Mosca. Ci resterà poco, anche per via dello scandalo che suscitò una sua sospetta relazione con una insegnante di letteratura slava. Tornò in Cile, litigò con il padre, venne espulso dalla Gioventù comunista, lasciò il paese per unirsi all’esercito nazionale di liberazione della Bolivia. Di nuovo in Cile, riprese a scrivere, si diplomò regista teatrale, organizzò spettacoli, si diede al giornalismo, diresse persino una cooperativa agricola. Infine entrò come membro del partito socialista nelle file della guardia personale di Allende e poco dopo cominciò la sua odissea di perseguitato politico, torturato, picchiato, affamato, due anni di prigionia, sette mesi serrato nell’oscuro stanzino che non lasciava neppure la libertà di drizzare la schiena.

Sepulveda con la moglie Cármen Yañez

Liberato, Sepulveda se ne andò in Brasile, poi fu in Paraguay, quindi in Ecuador. Seguendo una iniziativa dell’Unesco, una ricerca sull’incontro della popolazione di indios Shuar con le manifestazioni della cultura occidentale, andò a sperimentare  per otto mesi l’Amazzonia: materiale per il suo primo importante libro, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (apparso in Italia nel 1993), dove la scoperta di quelle terre si lega alla vicenda di Chico Mendes, al contrasto tra un mondo antico e naturale esposto all’aggressione di bianchi, cacciatori senza rispetto, violenti, capaci di qualsiasi efferatezza per impadronirsi delle ricchezza di quelle terre. Uno scontro tra bene e male, uno scontro d’anime e di classe, poveri contro ricchi (o al servizio dei ricchi e potenti), tra vittime e persecutori, secondo una ispirazione che tornerà sempre nei romanzi e nei racconti che verranno: “Il mondo alla fine del mondo” (la spietata caccia alle balene), “La frontiera scomparsa” (nelle prigioni cilene), “La lampada di Aladino” (studenti in lotta sotto la dittatura), “Un nome del torero” (un ex guerrigliero che dà la caccia a un criminale nazista), “Patagonia express” (un viaggio in treno dal nord al sud), “Cronache dal Cono Sud” (brevi rappresentazioni dal Cile alla morte di Pinochet nel 2006)…

Dopo l’Amazzonia fu la volta del Nicaragua e dopo il Nicaragua, l’Europa. Sepulveda visse, lavorando per Greenpeace ad Amburgo, dove sposò Carmen (dalla quale avrebbe divorziato e con la quale si sarebbe risposato) e visse scrivendo e scrivendo moltissimo, attingendo ai ricordi, alle prove dirette, alle conoscenze vere, come poteva capitare solo ad un instancabile cercatore di storie e di uomini…

La popolarità

La popolarità l’aveva ormai raggiunta, ma qualcosa in più della popolarità toccò con un piccolo esile racconto, la “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, un successo mondiale che mostrò un altro aspetto della personalità dello scrittore: dolcezza, tenerezza, qualche sentimentalismo. Dopo tanti dolori. Sepulveda non lasciò quella strada di favole e così nacquero “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico”, “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”, “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà” e, infine, nel 2018 “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa”.

Amato per via della gabbianella Fortunata, nata orfana ad Amburgo, e del gatto Zorba, l’ammaestratore (protagonisti entrambi pure di un film d’animazione, diretto da Enzo D’Alò, con Sepulveda che doppiava un poeta, altro protagonista), scrittore generosissimo (fu anche autore di polizieschi, come “L’ombra di quel che eravamo”, ancora riecheggiando intrighi cileni), scrittore che amava la semplicità, il fluire senza intoppi o artificiosità delle parole, scrittore “realista” che usava la realtà per mediarla, reinventarla, trasfigurarla, Sepulveda era uno straordinario affabulatore, un narratore pronto a sedurre qualunque pubblico: bastava incontrarlo (fu più volte in Italia, tra conferenze e saloni del libro), ascoltarlo per qualche minuto per sentirsene affascinati, per il calore, la forza, l’entusiasmo e la vita, perché tanta vita non è di tutti, non è dei libri e mette ammirazione e può mettere persino invidia.