Vince il populismo
quando al governo
manca un’idea di società

Chi si era illuso che la follia d’agosto scoppiata nel Papeete avesse liberato la repubblica dall’incubo sovranista è stato risvegliato dal proprio sonno dogmatico dalle immagini di piazza san Giovanni. Prima del passaggio a un atteggiamento di collateralismo filogovernativo, solo il sindacato era in grado di occupare la piazza per reclamare una nuova politica economica. Ora le condizioni sono del tutto mutate e il governo è capace al più di riempire i teatri o la sala della Leopolda le cui imprese oratorie contro le tasse sono rigonfiate dai media che le impongono di nuovo ai vertici dell’agenda setting. Anche il decennale grillino si è svolto in una piccola sala oscura nella quale, tra le luci abbaglianti di una (anti) politica da avanspettacolo, il capo politico si esibiva con le parole che uscivano dalla sua nota intelligenza di statista addetto alla politica estera: “siete bellissimi, belli, belli”.

Il sistema politico è tutto ricompreso nei confini larghi di un regime populista. La sola lingua che si parla è quella imposta dal dialetto populista (che propone il voto ai sedicenni e il depennamento dalle liste elettorali dei vecchi) e getta ombre sulla politica in quanto tale. La gigantesca forbice esibita dai grillini davanti a Montecitorio, per celebrare la vittoria sulla casta e rivendicare il risparmio sui costi della rappresentanza politica, indica il trionfo simbolico della chiacchiera populista. Ad essa nessuno più si oppone, ha vinto sul campo l’antipolitica più folle che occupa il governo intimando a tutti di obbedire alla sua distruttiva logica.
Cosa importa che proprio la riforma costituzionale anticasta determina una grande forzatura istituzionale quando la volontà della coalizione “di svolta” è quella di durare comunque, con fibrillazioni quotidiane, fino al 2023 per eleggere il nuovo capo dello Stato? Il populismo non ha regole, limiti e quindi il nicodemismo dei costituzionalisti non trova alcuna stranezza nel proposito governativo, ribadito alla Leopolda, di resistere nel palazzo pur di far eleggere il prossimo inquilino del Quirinale “europeista e non populista” dall’attuale Parlamento (che però ha il 36 per cento in più di componenti rispetto al nuovo organo e un senato eletto con centinaia di migliaia di elettori in meno in confronto con la istituzione ridisegnata).

Anche la sinistra, che dopo l’esultanza grillina per la secolare vittoria riportata contro la povertà, festeggia anch’essa la vittoria definitiva sulla diseguaglianza con il modico costo dell’abolizione del super ticket, sostituisce la propaganda alla realtà e sfida la percezione reale dei nodi del servizio sanitario nazionale. A rendere classista la sanità pubblica non è certo il super ticket, che prevede anche larghe esenzioni, ma il salato costo delle prestazioni (non solo di quelle) più sofisticate, il regime dell’intramoenia come di fatto propedeutico al ricovero, il prezzo proibitivo degli accertamenti diagnostici, l’impossibilità di accedere ai medicinali più efficaci nelle cure. La sanità divenuta azienda si spinge infatti sino a imporre ai medici di base, che ne rispondono anche in solido, il suggerimento di non prescrivere i farmaci più costosi o di desistere dalle richieste dei pazienti più fragili di accedere a servizi, a nuove tecnologie e a macchinari considerati onerosi e quindi selettivi. I tempi biblici delle prestazioni vitali spingono il malato o a rinunciare alla cura o a rivolgersi al privato. Proprio la sanità privata è un’impresa in crescita, anche in tempi di grande stagnazione, e i suoi profitti dipendono proprio dalla condanna scientifica, operata dai governi centrali e regionali, in termini di risorse e di personale, che spinge all’eclisse della sanità pubblica. La carenza del sistema sanitario non è neppure di tipo edilizio, tanti ospedali sono cattedrali nel deserto, molti chiudono mentre in quelli che restano aperti il numero dei ricoverati è sempre più sproporzionato rispetto alla quantità di personale esistente dopo i tagli al turn over nella pubblica amministrazione. Macchine e tempo, altro che super-ticket, generano una diseguaglianza intollerabile tra le persone a seconda della ricchezza.

Quello che manca al governo “di svolta” populista è un’idea di società e una innovativa politica economica. La galera agli evasori stuzzica il giustizialismo dei grillini, ma ne minaccia anche la tenuta in una parte consistente del proprio elettorato residuo (partita iva, lavoro autonomo, del commercio, micro-impresa a conduzione individuale) che respinge l’idea dell’idraulico con il bancomat nella cassetta degli attrezzi. Continua a imperversare quella distruttiva politica delle mance, della distribuzione di bonus (a detrimento del pubblico) che trasforma il governo in un Babbo Natale con pochi doni che per avere il voto dà contentini a tutti mentre il sistema affonda (niente rende in maniera più trasparente la condizione odierna che la metafora della invasiva spazzatura di Roma). Un governo che inneggia a Rousseau lo tradisce perseguendo la perversa volontà di tutti (piccoli bonus a iosa) contro la retta volontà generale (politiche selettive di lungo periodo).

La malattia del micro-riferimento temporale dei governi impedisce di rispondere alla decrescita infelice che scandisce la seconda repubblica moribonda sin dal suo momento genetico. Nei 25 anni ricompresi tra il 1994 e il 2019, la crescita complessiva del paese è di soli 17,474 punti reali di Pil. La media della crescita registrata negli ultimi 25 anni è quindi di un misero 0,6 per cento. Il populismo è causato proprio da questa stagnazione ultradecennale e poi, con la sua condotta ingannevole, la conferma, la rende insuperabile condannando l’Italia a una perifericità che la strattona sino al declino. Il populismo non crolla per un soprassalto di spirito critico della società civile, che reagisce alla banalità del leaderismo ridicolo che domina nella rappresentazione mediatica, ma per l’autodistruzione catastrofica delle sue (anti) politiche.

La sinistra avrebbe dovuto costruire una coalizione sociale alternativa all’imbroglio populista e invece ha accettato di condividere il percorso verso il nulla. Costringendo il Pd ad accodarsi al Conte bis, il rottamatore redivivo aveva visto giusto: l’alleanza di governo con il M5S significava l’induzione al suicidio del Pd e del ceto politico di Leu e la condizione minimale di una sua rinascita con un ghiotto potere di ricatto. E così mentre il Pd è agli ordini dell’ex-avvocato del popolo, che su imbeccata dell’ineffabile Casalino si fa riprendere come direttore d’orchestra per rendersi simpatico, il capitano incombe acclamato dalla piazza. Il palazzo che con un’operazione di pura nostalgia enfatizza l’evento della Leopolda è assediato da una piazza che non si disperde a colpi di manovre e tatticismi.