Vince Lula, il Brasile chiude l’era buia di Bolsonaro ma il paese è diviso a metà

Luiz Inácio “Lula” da Silva è il nuovo Presidente del Brasile, ha vinto in “volata” con il 50,8% dei voti contro il 49,2% sul suo avversario. Una competizione elettorale così radicalmente polarizzata non ha precedenti. Mai prima d’ora nella storia del Paese si era arrivati a un’elezione presidenziale con un elettorato diviso quasi a metà.

Fino al 70% dei seggi scrutinati Bolsonaro era in leggero vantaggio ma poi è iniziata la rimonta inesorabile di Lula. I primi dati certi a nostra disposizione, mentre scriviamo, rivelano la vittoria di Bolsonaro sia a Rio de Janeiro che a San Paolo, mentre Lula ha ottenuto il maggior numero di voti dai brasiliani in Nuova Zelanda, Australia, Corea del Sud e 11 Paesi europei. L’attuale presidente del Brasile, Jair Bolsonaro del Partito Liberale, ha vinto in Giappone e in Grecia.

Più di 697.000 brasiliani avevano diritto al voto in 181 città all’estero. Il numero di elettori è stato del 40% superiore a quello del 2018 e quasi doppio rispetto a quello registrato nel 2014.  È stata una campagna elettorale all’insegna dell’aggressività del presidente Bolsonaro e dei suoi contro Lula. Un’aggressività, tra l’altro, carica di menzogne e accuse assolutamente e irrimediabilmente false, diffuse dai social network controllati da Carlos uno dei suoi figli.

Lula ha scelto, dopo qualche tempo, di rispondere con lo stesso tono. E con ciò, ancora una volta, qualcosa di inedito: mai, in tutta la storia, c’era stato uno scambio di accuse con toni così alti.

Ultimo colpo di coda

Ignatio Lula
Lula Da Silva

Bolsonaro ha tentato in tutti i modi di ottenere la vittoria, fino all’ultimo.

Il quotidiano O Globo ha affermato che il presidente Jair Bolsonaro ha pianificato il 19 ottobre nella residenza presidenziale con i capi della polizia una serie di blocchi stradali senza precedenti per la domenica del voto, con l’obiettivo di disturbare il movimento degli elettori per Lula da Silva.

“L’incontro prevedeva che la polizia vigilasse sul trasporto irregolare degli elettori, soprattutto nel nord-est (una regione con un ampio sostegno a Lula)”, ha scritto il giornalista Lauro Jardim su O Globo.

Ieri, giorno del ballottaggio, la polizia ha messo in atto l’operazione con almeno 514 blocchi stradali, il 70% in più rispetto al primo turno, che si sono interrotte solo dopo che il capo della Polizia autostradale, Silvinei Vasques, ha ricevuto l’ordine dal Tribunale elettorale superiore di interrompere le operazioni. Vasques ha pubblicato su Instagram un post in cui chiedeva di votare per Bolsonaro

Il voto e la religione

Visite alle chiese, foto con i sacerdoti, lettere ai fedeli e una raffica di disinformazione: Jair Bolsonaro e Lula da Silva hanno combattuto in tutti i modi per conquistare il decisivo elettorato cristiano in vista del voto. Gli sforzi per conquistare quel voto, in quella che la stampa ha definito una “guerra di religione”, sono proseguiti fino all’ultimo istante della campagna elettorale.

In Brasile, dove vivono 215 milioni di persone prevalentemente cattoliche ma con una crescente influenza delle chiese evangeliche, da sempre schierate con la destra, il 59% (un terzo dell’elettorato) ritiene che la religione sia un fattore importante per decidere come votare, secondo la società di consulenza Datafolha.

Jair Bolsonaro

Bolsonaro gode di un ampio sostegno tra gli evangelici, una risorsa che ha sfruttato durante la sua campagna elettorale, di recente, mentre percorreva la navata di una chiesa evangelica gremita a San Paolo, ha gridato: “La sinistra, il comunismo, non si impegnano per la vita, non ci rispettano”.

Si è così conclusa la più importante contesa elettorale dal ritorno della democrazia nel 1985, nonché la più aggressiva e radicalizzata: con un Paese che si è dimostrato diviso come mai prima d’ora, e con un’estrema destra molto più ampia e forte di quanto si pensasse.

Il futuro

Cosa farà Bolsonaro da qui al primo giorno del 2023, quando, come stabilito dalla Costituzione, dovrà cedere la carica? E poi c’è un altro dubbio che aleggia nell’aria: sarà processato per le oltre 50 accuse di crimini commessi durante il suo mandato? Finirà in prigione? Andrà in esilio in uno dei Paesi governati dall’ultradestra amica?

Un terzo dubbio incombe all’orizzonte: come recuperare ciò che è stato distrutto in quattro anni dal peggiore e più abietto presidente della storia della Repubblica brasiliana?

Molti lo avevano cancellato dalla politica quando fu incarcerato per corruzione nel 2018. Ma Lula da Silva, un tempo icona della sinistra in America Latina, ha realizzato il suo sogno di tornare al palazzo presidenziale per “sistemare” il Paese e restituire la “felicità” ai brasiliani, come aveva promesso in campagna elettorale.

Ma il Brasile che lo accoglie oggi è ben lontano dagli anni di prosperità che ha governato nei suoi due precedenti mandati (2003-2010). Ed è chiaro che lo spostamento verso il centro che ha mostrato negli ultimi mesi dovrà essere consolidato quando assumerà il potere il primo giorno del 2023.