Vialli, campione e gentiluomo rimpianto dallo sport e non solo

Dopo un nobile scriba, Mario Sconcerti, e un re del futebol, Pelé, in questo infame torno di tempo tocca lamentare la scomparsa di Gianluca Vialli, una grande persona, un campione, una bandiera pura di sport. Ci mancherà e ce ne accorgeremo compiutamente fra un po’, quando misureremo nei pensieri la sua assenza e ricorderemo di lui parole incisive e tranquille anche nei momenti più infami e quegli occhi azzurri voleranno insieme alle cavalcate sul prato, all’istinto suo di punta razzente che sapeva ragionare mettendo insieme mente e scarpini ai livelli massimi della disciplina calcistica, fra Cremonese, Sampdoria, Juventus e Chelsea. Gianluca è morto a cinquantotto anni per un tumore brutto fra i brutti, uno dei pochi che ancora regalano prognosi infauste, un adenomarcinoma duttale al pancreas. Forse fra una decina d’anni, come promettono nuove cure al momento sperimentali in corso alle Molinette di Torino e finanziate col Pnrr, un apposito vaccino 2.0 allungherà vite e spianerà la strada per considerare finalmente queste aggressive lesioni a un organo nevralgico ben contrastabili e poi guaribili: teniamo accesa la fiammella della scienza.

Vialli: un italiano a Londra

vialli championsGianluca aveva piena fiducia nei medici che lo hanno curato a Londra, dopo Cremona e Genova la sua terza città d’elezione, in cui aveva chiuso tra i blues di Chelsea una nobilissima carriera prima di passare ad allenarli con eccellenti e al tempo inediti risultati. “Vorrei portare le mie figlie all’altare, Sofia e Olivia” aveva detto nel momento delle pessime notizie, era il 2017. Cosa può desiderare di più un uomo? Nel chiederselo oggi, in tanti provano aspro rammarico e pena profonda. A Londra Vialli ormai viveva stabilmente dal ’96, dal 2003 era sposato con Cathryn White-Cooper. Riflettori e jet set? Wags e tabloid? Zero. Gianluca era nato nella bambagia di una famiglia agiata, aveva respirato un’aria di benessere che mai si disgiungeva dal trinomio educazione-sobrietà-stile. Talento pregiato della Cremonese, aveva esordito da ala tornante prima di incastonarsi nel ruolo di centravanti modernamente poliedrico, balisticamente esplosivo e prolifico, veloce all’occorrenza sulla fascia, potente e pure sagace a metà campo dove mordeva garretti e rastrellava palloni grazie a un non comune temperamento. Il calcio è contatto e fango, è fatica, è disciplina, il ben nato Gianluca sapeva “sporcarsi”, da rugbista galantuomo, naturale la sua ascesa nell’Olimpo dei migliori punteros europei e mondiali nella decade a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

A Wembley, trent’anni dopo

Era nato Stradivialli, straordinario apelido coniato da Gianni Brera, un soprannome felice e perfetto per un figlio di Cremona, culla di celebri liutai. E con Roberto Mancini, classe ’64 come lui, ecco i Gemelli del gol, le perle della Sampdoria di Paolo Mantovani, all’opera insieme dall’84 al ’92, Roberto principesco assistman e seconda punta dal morso implacabile, Gianluca acrobatico ardito dell’area di rigore e cannoniere con una prepotenza d’antan, a cercarsi, indovinarsi a occhi chiusi talvolta. Molta legna in campo, poca chiacchiera e gossip da dare in pasto ai rotocalchi, tanti i trofei, le Coppe Italia, il luminoso scudetto del ’91, dopo la Coppa delle Coppe vinta l’anno precedente battendo in finale i belgi dell’Anderlecht con due gol di Vialli. Era una Samp, quella di Paolo Mantovani, presidente galantuomo, che a Gianluca andava a pennello, un abito su misura. Giusto un anno prima del trionfo europeo, i Gemelli erano stati sconfitti in finale dal Barcellona e ancora i blaugrana sarebbero stati crudeli giustizieri nell’atto finale di Coppa Campioni a Wembley, il 20 maggio 1992, match da trepidazione assoluta per una squadra e una tifoseria che assaltavano il cielo e chissà quando mai avrebbero avuto un’altra occasione per espugnarlo. Quella sera Stradivialli era scordato, emozionato oltre ogni misura, due le buone occasioni fallite, poi, al tramonto della partita, la punizione letale di Koeman dal limite. All’inferno i tifosi del Doria, ma pure tanta delusione trasversale, quella sera l’Italia tifava per Vialli, Mancini, Vierchowod, Pagliuca, Toninho Cerezo, Lanna, “Popeye” Lombardo: un gran collettivo con brillanti stelle, timonato dal serbo Vujadin Boskov, volpe dal sorriso sornione.

Quasi trent’anni dopo, l’11 luglio del 2021, e sempre a Wembley, il calcio risarciva Mancini, Ct azzurro, e Vialli, campione da 59 presenze nella Nazionale maggiore e richiamato in Figc al servizio del football tricolore unabrraccio mancini vialli paio d’anni prima come capo delegazione, una carica svolta in modi non certo esornativi. In quegli Europei vittoriosi, nella marcia iniziata con le qualificazioni e coronata dal successo finale ai rigori contro l’Inghilterra, Vialli si era ritagliato un ruolo importante ben oltre l’ufficialità della carica. Già malato e testimone di forza d’animo, motivatore formidabile, era stato vicino ai giocatori con le parole e gli stimoli giusti. L’abbraccio in lacrime tra Gianluca e Roberto al termine dei penalties è il sigillo su una splendida storia di amicizia e di sport (e possiamo solo immaginare l’afflizione di Mancini in queste ore). Il Vialli esempio di combattività sul campo, di naturale garbo e dolcezza fuori, commentatore di cose calcistiche e promotore di solidarietà, difficilmente sarà dimenticato dagli appassionati, non solo delle squadre in cui ha militato. Non è da tutti, per ricordare una sfaccettatura tra mille di una così forte e bella personalità, la naturalezza con la quale si era ambientato a Londra, al pari di Zola, Casiraghi, Di Matteo e tanti altri. Ragazzi nostri, di una generazione naturalmente europea. Caro Gianluca, oggi e per sempre ragazzo, senza enfasi, senza alcuna “smisura” (le detestavi) l’Italia e tanti aficionados nel mondo ti mandano una carezza lieve.