L’informazione che non cede alla violenza

“Questa è la Silicon Valley del silenzio”. Qui si produce  omertà,  si fa ma non si dice, si esportano segreti e capitali, si accumulano povertà. Benvenuti a Caserta, che accanto alla Reggia, splendida celebrazione del potere visibile, vanta, tra gli altri, il primato di una criminalità tra le più feroci e aggressive, da tutti temuta e conosciuta, ma sommersa, non percepibile a sguardi inesperti. A meno di duecento metri dalla Reggia, c’era lo studio – con vista sul capolavoro di Vanvitelli – di Nicola Cosentino, sottosegretario del governo Berlusconi, dimessosi dopo che un pentito lo ha accusato di essere il referente del clan dei casalesi (in primo grado è stato condannato).

Qui il silenzio è la regola, chi lo rompe paga, la vita intossicata da minacce e querele, avvertimenti e colpi di fucile sparati sul cancello di casa, cortei di auto sotto le finestre, con gente che ti urla: “omm’e mmerda, vieni fuori se hai il coraggio”. Da queste parti, in questa Valley,  il silenzio rappresenta, insieme, la old e la  new economy, tiene insieme passato, presente e, a quanto pare, futuro. E probabilmente è anche questo che fa precipitare la provincia in fondo alle classifiche della qualità della vita, preceduta da Taranto, la città avvelenata dall’Ilva, e da  Reggio Calabria.

Comincia da qui un breve viaggio di Strisciarossa nelle realtà in cui il mestiere di giornalista sta diventando sempre più rischioso.

“Un giorno vengo avvicinato da due esponenti del clan Lubrano. Mi dicono: ‘Come dobbiamo fare con te?’. Traduciamo: quando la camorra ti parla così, vuol dire che stanno prendendo provvedimenti nei tuoi confronti”. “Provvedimenti”, li chiama Salvatore Minieri, oggi giornalista free-lance, per anni cronista giudiziario della Gazzetta di Caserta, corrispondente del Mattino di Caserta , autore di libri in cui la camorra viene raccontata e vivisezionata. E’ lui che parla di questa strana Silicon Valley. I “provvedimenti”sono quelli decisi  da una camorra locale potenziata dall’ alleanza col clan napoletano dei Nuvoletta e di questo con i vertici di Cosa nostra. E’ una criminalità feroce ma in grado,  come le mafie omologhe in altre zone del  Paese, di sostituirsi allo Stato: ecco perché quel termine, “provvedimenti”, non suona  inappropriato.

Era la primavera avanzata del  2010, l’avvertimento arrivò nei pressi del cimitero di  Pignataro Maggiore. All’epoca Minieri si occupava di infiltrazioni dei clan nella zona industriale del Comune in cui vive. Sette anni dopo, un pubblico ministero della Dda di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio dei fratelli Giuseppe e Gaetano Lubrano. L a prima udienza davanti al gip, il 21 dicembre scorso, è stata aggiornata perché i due imputati, accusati di minacce e violenza privata (la parte lesa chiederà l’aggravante delle finalità mafiose) hanno annunciato che chiederanno il giudizio abbreviato che, in caso di condanna, comporta uno sconto di pena.

Il vero problema,  però, non sono le minacce, ma la sordina diffusa con cui si cerca di zittire chi ha ancora voce. “Il punto”, spiega Salvatore, “è che alle minacce ai giornalisti si arriva perché molti soggetti si girano da un’altra parte, nel migliore dei casi, o ti attaccano direttamente, con querele e cause civili. La classe politica, ma anche la società civile, l’associazionismo non ti aiutano”. Per un articolo puoi perdere il lavoro. Se ti occupi di discariche, anzi, della discarica più grande di Europa,  come ha fatto Salvatore, improvvisamente ti fanno capire che la testata per cui in quel momento lavori da “esterno” – cioè come collaboratore non assunto – non ha più bisogno di te. Ti querelano e la notizia viene pubblicato dalla stampa locale, ti assolvono e non compare nemmeno una riga. Sono fenomeni carsici che in passato hanno colpito Salvatore Minieri e, prima di lui, Enzo Palmesano, suo amico e maestro.

“Ma come si deve fare, non posso, non posso nemmeno andare a pisciare più…ho passato un guaio con questo giornalista”. Vincenzo Lubrano, storico boss dell’omonimo clan, è sotto pressione.  I casalesi gli hanno appena ucciso uno dei figli, Raffaele. Questione di estorsioni e di confini. Pignataro Maggiore era considerata zona dei Lubrano, ma da un po’ gli uomini di Francesco Schiavone, detto Cicciariello, non si attenevano ai patti e il pizzo lo avevano chiesto anche lì, avevano invaso il territorio altrui. In altre parole, avevano sconfinato. Non prima, raccontano i collaboratori di giustizia di essere in qualche modo scesi a patti coi Ligato, alleati dei Lubrano a cui sono legati da cointeressenze criminali e vincoli di parentela.  Dallo sgarro  erano nate discussioni, dalle parole si era passati ai proiettili,  Raffaele era morto. Enzo Palmesano, all’epoca collaboratore  del Corriere di Caserta,  uomo con  la schiena dritta, giornalista con lunga esperienza investigativa e simpatie di destra, non si era limitato a raccontare il fatto di cronaca, aveva cercato come al solito di capirne le ragioni. E questo era troppo per Vincenzo Lubrano.

“Mi sta rompendo il cazzo, sai perché?”, si sfogava il boss nei primi anni del nuovo millennio, “mette sempre in mezzo la morte di  Lello (il figlio Raffaele ndr)…Ma se tu scrivi una cosa che nomini a fare quello che ormai è morto? Hai capito? E qualche giorno mi fa perdere la testa, mi fa passare un guaio grosso”. Quale guaio? “Pure a Marano. A Marano uccisero Siani, ebbero sette ergastoli. Quello pure lo stesso rompeva il cazzo a tutti quanti…”.   Giancarlo Siani, assassinato nell’85 per aver indagato su camorra, politica e appalti. Dopo dodici anni di indagini, i suoi assassini sono finiti in galera, tra loro i fratelli Angelo e Lorenzo Nuvoletta. Non è un caso che il boss Lubrano citi proprio quel precedente. Il legame di sangue e criminale con la famiglia Nuvoletta, legata ai vertici di Cosa nostra (in quel momento rappresentati da Luciano Liggio e Totò Riina), è strettissimo e ha radici antiche. Il fratello Vincenzo Lubrano, Gaetano, ha sposato Giuseppina Orlando, cugina dei fratelli Ciro, Angelo e Lorenzo Nuvoletta. Un legame ulteriormente rinsaldato dalle nozze tra Raffaele Lubrano (Lello), figlio di Vincenzo, e Rosa Nuvoletta. L’omicidio Siani, in un certo senso, è affare di famiglia.

I giornalisti che “rompono il  cazzo”, in un modo o nell’altro, vanno fermati. Così  Vincenzo Lubrano convoca Francesco Cascella, giornalista sportivo con lui imparentato, che si mette subito a disposizione. E’ lui a raccoglierne lo sfogo, ed è lui a proporre la soluzione. Il giorno dopo  è nell’ufficio del direttore del Corriere di Caserta, testata con cui Palmesano collabora. L’obiettivo di Cascella è “far fuori, giornalisticamente parlando”, il collega.

La macchina che produce silenzio si è messa  in moto, come dimostra il resoconto di Cascella a “zi’ Vince’, finito in una intercettazione ambientale. Il direttore, spiega al boss, si è messo a disposizione, anzi “se voi volete, verrà anche a trovarvi”. Gianluigi Guarino, secondo l’articolata (e, scrivono i giudici di primo grado, veritiera) relazione di Cascella, gli ha rivelato lo pseudonimo con cui Palmesano, per motivi di sicurezza, firma i suoi articoli; ha definito il collega un “cacacazzo”, promettendo di ridimensionarne la collaborazione; quasi a giustificarsi,   ha spiegato che i servizi scritti da Palmesano facevano aumentare il numero di copie vendute, si è comunque impegnato a chiudere il caso con piena soddisfazione della famiglia Lubrano. Missione compiuta, Francesco Cascella si congeda dal boss, non prima di avergli raccomandato di smettere di fumare: “Zi’ Vince’, fa veramente male”. Ma al boss c’è qualcosa che fa più male delle  sigarette.

Palmesano, che dell’agro caleno conosce ogni anfratto e da anni scrive di camorra,  racconta tra l’altro  dei beni confiscati alla criminalità ma non acquisiti al patrimonio indisponibile del Comune. Come la villa bunker dei Ligato, concepita sul modello Scarface: piscina hollywoodiana e colonnati, dopo la confisca potrebbe trasformarsi in uno splendido centro sportivo comunale, ma non avviene. “E’ come se la camorra  dicesse, se non può essere mia non sarà di nessuno”, spiega Salvatore Minieri, che dal collega sembra aver ereditato, oltre alle capacità, anche i rischi connessi al mestiere.  Tra le inchieste di Palmesano più rilevanti c’era quella sui beni confiscati alla famiglia Ligato, non  acquisiti al patrimonio comunale. In un suo articolo, si leggeva che la procedura era stata “insabbiata” dal sindaco dell’epoca, Giovan Giuseppe Palumbo, la cui amministrazione era successivamente stata commissariata. E’ anche a questo che pensa zi’ Vince’ mentre accende una sigaretta dopo l’altra. A questo e a quel giornalista così attento ai movimenti dei clan, a cui non è sfuggita nemmeno la visita del vecchio boss a un negozio che vende materiale elettrico: “…non posso nemmeno andare a pisciare più…”.  Palmesano, come aveva chiesto Lubrano, viene progressivamente emarginato, ridimensionato, cancellato dalle colonne del Corriere di Caserta.

Cambia il sindaco, ma secondo Palmesano la situazione dei beni confiscati rimane la stessa. Giorgio Magliocca, questo il nome del primo cittadino di area berlusconiana, acquisisce sì i beni, ma solo formalmente, scrive il giornalista. La denuncia è del  novembre 2002: l’allora  sindaco di Pignataro, oggi presidente della Provincia di Caserta,  si sarebbe limitato ad acquisire un appartamento in via Ferdinando IV di Borbone, mentre la villa bunker sarebbe rimasta di fatto nella disponibilità del boss Raffaele Ligato, continuando ad essere meta dei pellegrinaggi  di affiliati, vittime di estorsione convocati per i pagamenti,  semplici postulanti.

Passano 9 anni, Magliocca, noto per il dichiarato impegno contro la camorra, viene arrestato in base alle dichiarazioni di un pentito. Concorso esterno in associazione camorristica, dice l’accusa. Scarcerato dopo 11 mesi,  viene scagionato da ogni addebito (“il fatto non sussiste”) in primo e secondo grado, oggi è in attesa del risarcimento per l’ingiusta detenzione patita. Scrivono i giudici che non c’è stato da parte sua nessun favore alle cosche, nessun occhio di riguardo per i beni confiscati ai boss. Tuttavia quei beni ancora non appartengono  alla collettività, sono terra di nessuno. Perché? Forse bisognerebbe chiederlo alla polvere che li ricopre. Al momento appare inutile chiederlo alla politica, che di risposte non ne dà.

Da quando aveva 15 anni, Salvatore Minieri sentiva parlare – più che altro “bisbigliare”, ha raccontato ad Articolo 21 – dei rifiuti intombati nell’area della Pozzi Ginori, tra Sparanise e Calvi risorta, oggi conosciuta come la più grande discarica illegale d’ Europa, piazzata proprio a ridosso di uno stabilimento che produceva diluenti chimici. “Il silenzio delle istituzioni, degli organi preposti e della politica, è stato il filo rosso degli ultimi 25 anni. Sono praticamente cresciuto con il sospetto che quello fosse una sorta di inferno chimico al quale non ci si poteva nemmeno avvicinare.   Abbiamo cominciato a lavorarci in tre, con Vito Taffuri e Tony De Angelis, nel silenzio di tutti, nel silenzio della politica e, purtroppo, dei direttori delle testate provinciali. Già nel 2008 abbiamo cominciato a raccogliere le carte aeree della zona Pozzi, roba degli anni Sessanta”. Nel 2014 fotografarono l’area con un drone e armati di mascherina e pale, sondarono il terreno. “Due colpi di zappa e il terreno ci è apparso azzurro, rosso e arancione nel primo strato. Poco sotto, le zappe affondavano in una melma nerastra, piena di granuli scuri”.

L’inferno aveva il suo arcobaleno. La politica si voltava dall’altra parte, accusava i giornalisti di terrorismo psicologico. Poi la verità chimica affiorò. E non era solo il prodotto perverso di un sistema industriale, racconta oggi Minieri, ma il frutto di un’attività camorristica che dura da anni. “La dimostrazione è proprio nel sistema a invaso che è caratteristico delle zone di Casal di Principe e altri centri dove i clan hanno gestito il traffico dei rifiuti. Oltre dieci metri di scavo con sversamenti a strati. Sopra ogni strato veniva posto una sorta di tappo in concrezione cementizia, lo stesso trovato nella discarica ex Pozzi di Calvi Risorta.  Quel sistema a panino lo hanno inventato i clan e lo hanno esportato, sversando di tutto, anche qui nella discarica abusiva più grande d’Europa” .

 

Realtà confinate, quando va bene, nell’informazione locale, spesso ignorate da una parte della stampa nazionale. Eppure la criminalità organizzata mostra una spiccata vocazione alla migrazione,  ha cominciato negli anni Settanta a risalire la Penisola (e non solo), incontrando realtà criminali autoctone come, ai tempi, era  la Banda della Magliana. Un percorso lento ma inesorabile. E soprattutto silenzioso, visto che il suono dominante è il fruscio di montagne di banconote che anche dall’agro caleno puntano ad esempio verso il Basso Lazio. In una città piccola e sonnolenta come Formia, una banca spuntata da un giorno all’altro riuscì a movimentare miliardi nel giro di 24 ore.  Sempre a Formia, nella discoteca Seven Up, all’epoca la più grande d’Europa, una creatura del clan  Bardellino, si ballava e si riciclava, si riciclava mentre si ballava. Erano i prodigi del traffico di droga associato al ferreo controllo degli appalti.  Anche questo ha raccontato Salvatore Minieri in un libro (“I Pascià, storia criminale del clan Bardellino e della discoteca Seven Up”). La direzione artistica era affidata a Aldo Pomilia, marito della splendida ballerina cubana Chelo Alonso, famosa anche per la sua amicizia con Ernesto Che Guevara. Dietro le quinte si muovevano manager come Aldo Ferrucci, uomo di fiducia dei Bardellino e perfettamente inserito nella finanza parallela e sotterranea, legato a uomini come Flavio Carboni, che ancora oggi rispunta quando si parla di crack bancari e logge segrete.   Luca Tescaroli, il pubblico ministero che ha indagato sulla morte di Roberto Calvi, ha ascoltato Ferrucci come testimone proprio sulle ultime ore del presidente del Banco Ambrosiano, ritrovato appeso a una corda sotto il ponte londinese dei Frati Neri.  Insomma, si parte da San Cipriano di Aversa, feudo dei Bardellino e si fa tappa a Roma, poi diventata la città di Mafia Capitale.

Una strada da fare in silenzio, conquistando tacitamente alleanze e protezioni, o come dice Minieri, un’opposizione di facciata quando sembra che nemmeno l’associazionismo, in quel di Caserta, veda o senta . E’ soprattutto questo a isolare i giornalisti. Quando Vincenzo Palmesano si accorge che il Corriere di Caserta lo sta emarginando, avverte un redattore: “Guardate che così mi mettete in pericolo, la camorra penserà che sono l’unico problema e ne trarrà le conseguenze”.  I segnali non erano mancati. Il figlio del giornalista era stato inspiegabilmente licenziato dal suo datore di lavoro (su pressioni dei clan, ha poi raccontato un pentito) e a casa  Palmesano era arrivata una busta con dei proiettili. Grazie a un’inchiesta giudiziaria e a un’intercettazione ambientale, oggi è più chiaro come i clan cerchino di mettere a tacere  i giornalisti.

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Scheda

Dal 2006 a oggi sono stati 3.508 i giornalisti che hanno subito per il lavoro svolto minacce o intimidazioni più subdole, come azioni legali poi risultate infondate. Solo nel 2017, l’anno che si è appena concluso, i colleghi che a vario titolo hanno fatto esperienza di questo tipo di pressioni sono stati 423. Ci sono casi eclatanti come la testata di un boss vibrata in favore di telecamera a un giornalista che lo stava intervistando, e altri che si consumano silenziosamente in terre di mafia o in aule di tribunali.

Come da anni documenta il sito di “Ossigeno per l’informazione, poteri legittimi e altri meno commendevoli si rivelano spesso insofferenti a qualsiasi forma di controllo, che si tratti di giornalismo o anche di ricerca scientifica.  Nell’agosto scorso, una fonte confidenziale ha fatto sapere al giornalista Mimmo Carrieri, un giornalista di Taranto, che qualcuno gli voleva spezzare le gambe. Il collega è protetto dai carabinieri dal 2012. Albina Colella, non è una giornalista, ma insegna geologia all’Università di Potenza. E’ stata citata in giudizio dall’Eni, che le aveva chiesto 5 milioni di euro per aver divulgato notizie circa un presunto inquinamento delle acque. Il 7 luglio scorso, il Tribunale di Roma ha rigettato l’istanza, condannando Eni al pagamento di 50 mila euro di spese e riconoscendo alla professoressa la libertà di ricerca.

Ci sono giornalisti precari che documentano quotidianamente abusi e per questo vivono anni sotto l’incudine di vertenze legali da decine di migliaia di euro. Spesso la pressione è duplice: una politica distratta o pronta a querelare se direttamente chiamata in causa crea una sorta di cordone sanitario intorno ai colleghi; incoraggiata dal loro isolamento, gruppi criminali passano a minacce quando non a vie di fatto. Nonostante questa situazione, segnala un dossier di Ossigeno, ancora non esiste una legge che preveda sanzioni per liti e cause temerarie. Con questo vengono colpiti due diritti: quello che per il giornalista è anche un dovere, cioè informare; e quello del lettore-ascoltatore-telespettatore di conoscere.

Raccontare alcuni di queste storie significa anche descrivere il nostro Paese in alcuni dei suoi aspetti meno percepibili a occhio nudo. Strisciarossa ha deciso di farlo con un viaggio in alcune regioni, incontrando colleghi che quotidianamente  corrono rischi per spiegarci cosa sta succedendo.