Viaggio in Australia, paese di immigrati, tra chi ripudia la propria storia

Sono in una gelateria denominata “Santini”, ad Hervey Bay, nello Queesland, in Australia, lungo la infinita costa che porta verso Sydney. E’ una delle tante tappe in questo Paese straordinario. Mi colpisce un foglio appeso al muro. E’ rivolto ai frequentatori e annuncia di raccogliere firme, in un apposito registro, per continuare a lavorare in  Hervey Bay “senza dover lasciare l’Australia”. Una delle ragazze al banco, italiana, spiega il perchè di tale singolare iniziativa. Lei è qui da cinque anni ma il governo ha approvato alcune  misure retroattive che potrebbero obbligarla, con altre compagne di lavoro, ad abbandonare. Si affretta a dire che, certo, occorrono regole, non tutti  debbono poter entrare in questa Australia in continua crescita e che pure ha  bisogno di  manodopera. Basta leggere qua e là gli annunci di richieste varie. Anche qui, però, si è aperta la caccia all’immigrato. Una disputa furibonda su questo e su altri temi, fra la fazione moderata guidata dal premier  Malcolm Turnbull e quella ultraconservatrice. Cosicchè alla fine il moderato è stato sfiduciato.

Non è la prima italiana cheincontro. Un’altra, reduce da Roma, lavora sull’imbarcazione che porta i turisti, sempre a Hervey Bay, a scoprire il passaggio delle balene dall’Antartide. E’ un compito che richiede conoscenze specifiche e la ragazza è anche laureata in lingue. Un titolo che in Italia non le è servito: “Volevo trovare un posto all’aeroporto di Fiumicino, ma se non hai conoscenze non entri”.  Qui si trova bene: la sera lavora anche in un ristorante   e spiega come tale esperienza  le serva, oltretutto, per ritrovare una propria identità dopo tante delusioni. Sono storie di vita interessanti.   A Mackay, altra cittadina della costa, trovo un giovane ingegnere elettronico. Viene da Ferrara e da cinque anni lavora come tecnico in una miniera e guadagna bene. Anche lui si diffonde sulla facilità, anche per le competenze che ha, di trovare un posto. Questo è un paese di immigrati.  Leggo che fino al censimento del 2006, gli italiani erano il secondo gruppo numericamente più nutrito dopo gli anglosassoni e l’italiano la seconda lingua più parlata nel paese dopo l’inglese. Poi sono arrivati gli immigrati dall’Asia e dall’India. Oggi secondo i dati del censimento 2016,  271.597 persone parlano l’italiano come prima lingua. Molti sono venuti negli anni 30 e 50.  Lo scopriamo leggendo un lunghissimo murales, lungo una strada di Mackay, che racconta la storia della città. Oggi c’è una nuova immigrazione anche dall’Italia. Fa parte di un fermento che coinvolge tutto il mondo e che un Salvini qualsiasi può intralciare ma non fermare.

Certo anche qui in Australia, come abbiamo visto, ci sono degli imitatori. Lungo le  strade di percorrenza, tra una regione e l’altra, si possono trovare cartelloni con il faccione di  Clive Palmer, imprenditore e politico,  e la scritta a lettere cubitali “Put Australia first”. Metti l’Australia al primo posto. E che ha  già portato a quelle misure retroattive di cui parlava la ragazza della gelateria di Hervey Bay. Mentre nel 2013l’operazione  “Sovereign Borders” era tesa a respingere gli arrivi via mare. Con la messa in atto di centri di detenzione nella piccola isola di Nauru e nelle isole di Manus. C’è stata anche la denuncia  di avvocati e politici dell’opposizione circa la situazione drammatica  di 119 bambini.

E’ una campagna che acquista toni crescenti. Cosicché un senatore, Fraser Anning, è arrivato a chiedere ad esempio una “soluzione finale” contro l’immigrazione islamica. Atti e parole che hanno suscitato l’indignazione del capo dell’opposizione, il laburista Bill Shorten. Che ha ricordato  tutti coloro che hanno “fatto” l’Australia. Dai migranti cattolici ed ebrei senza discriminazioni per la loro fede. Poi gli italiani e i greci  dopo la seconda guerra mondiale. Poi i migranti vietnamiti nel 1970 e 1980. Poi i mussulmani e gli africani. “La semplice verità è questa: noi siamo un grande, migliore paese perché tutti costoro attraversarono i mari e congiunsero le loro storie alle nostre”. Ecco perchè, ha ammonito Bill Shorten, “noi non possiano stare in silenzio difronte al razzismo. Noi siamo una nazione diventata grande a causa dell’immigrazione. Siamo più forti perché siamo diversi…”.  

Quella australiana è una situazione paradossale. Anche perché gli unici  a reclamare la necessità di essere “first”, al primo posto, dovrebbero essere i cosiddetti “aborigeni”. Ovvero le popolazioni  che abitavano questi immensi territori prima dell’arrivo degli inglesi guidati da Capitan Cook. Popolazioni poi in gran parte decimate, cacciate. Mi è capitato di osservare, nella cattedrale di San Paolo, a Melbourne, una lapide nella quale in sostanza si chiedeva scusa per i  65 mila aborigeni uccisi a suo tempo. Con  un invito, ora, alla fraternità. Nel corso del viaggio ho potuto ammirare, nella galleria d’arte di Sydney, una parte della produzione artistica di quelle popolazioni. Del resto stampe e riproduzioni di tali opere erano presenti in tutti i  negozi di souvenir. Più difficile incontrare aborigeni in carne ed ossa. Qualche gruppetto la sera, nei giardini di  Darwin, in preda ai fumi dell’alcool, altri nei mercati  delle città, intenti a suonare con strumenti della loro tradizione. Perfino a Uluru, ribattezzata dagli inglesi Ayers Rock e considerata un luogo sacro per i nativi,  ho trovato rarissimi aborigeni nel personale addetto alla potente organizzazione di alberghi ed escursioni. Scopro poi che quel luogo splendido,  visitato ogni giorno da decine di migliaia di persone, è stato concesso in affitto dagli aborigeni (convinti, o costretti?) alla società multimiliardaria che gestisce il tutto, per la bellezza di 99 anni. Loro si sono ritirati in comunità sparse.

Sono gli stessi di cui ha scritto, su “Internazionale”, Anna Testa. Con il resoconto di un’intervista con Robyn Leyden e Robin Marshall. Sono due donne che lavorano in Australia, a Hermannsburg, in pieno deserto,  in una comunità aborigena, fondata nell’ottocento  da missionari luterani. Abitano qui, nel luogo denominato Ntaria,  circa 700 persone, per l’85 per cento aborigene. Con alcuni volontari tedeschi, e insegnanti e personale medico australiano.

Esistono ancora, in Australia, si racconta nell’intervista, centinaia di comunità come Hermannsburg. Resta il fatto che l’aspettativa di vita degli aborigeni è inferiore di oltre dieci anni a quella dei bianchi. “Per duecento anni ci sono stati massacri, guerre, malattie portate dai colonizzatori… Il 90 per cento della popolazione è stata uccisa…”. Con  bambini aborigeni sottratti alle loro famiglie, allevati dai bianchi ed educati per diventare domestici.

Anche questa è l’immensa Australia, visitata con un gruppo di amici viaggiatori (reduci nel passato da Vietnam, Cambogia, Laos, Birmania). Abbiamo trovato un paese  dalla natura spettacolare, dove incontri gente espansiva e simpatica, con un’accurata gestione delle strutture. E dove purtroppo oggi risuona, come in gran parte del mondo, come nelle parole di un Salvini, il grido dell’ostracismo. Ma non vinceranno i fautori delle “piccole patrie” che dimenticano la loro storia fatta di mescolanze. E non sanno a chi davvero spetti il ruolo di “first”, di primo. Non sanno  che, come ha detto Bill Shorten,siamo più forti perchè siamo diversi”.