Viaggio (con scorciatoie) nell’universo cinema, dal western alla fisica quantistica

Stabilito da una fonte sicuramente autorevole, William Shakespeare, che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la nostra filosofia, si può solo gioire del sorprendente “Short Cuts, il cinema in 12 storie” (416 pagine pubblica Laterza).  Un saggio? Manco per idea, il libro è un viaggio mirabolante, appetitoso e dotto in leggerezza di Alberto Crespi, ex critico dell’Unità, conduttore di Hollywood Party su Radio Tre Rai, direttore della rivista “Bianco e nero” del Centro Sperimentale di Cinematografia, docente e autore, tra molto altro, del recente ”Storia d’Italia in 15 film”, sempre per Laterza. Tanti i galloni, infinita l’esperienza del cronista e dello studioso regalata, anzi: condivisa, in nome di un amore complice per il Mondo Cinema e i suoi eroi, un empireo dove, per  passione assoluta dell’autore, svettano Buster Keaton e John Ford.

Crespi innesca l’avventura attraverso autori e opere di ventisette Paesi – Mali e Kazakhstan compresi – col biennio di grazia 1959-1960, quando germina una particolare, strepitosa dozzina di capolavori, più o meno noti al largo pubblico, da “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks a “La dolce vita”, da “Psyco” a “Sabato sera, domenica mattina” di Karel Reisz. Non è un pretesto “narrativo”, Crespi argomenta la scelta e parte per un viaggio multidirezionale dalle origini del cinema a oggi, tra protagonisti enormi o celati, incontri “impossibili” (Disney e Ėjzenštejn, per dire), punti di svolta (Nouvelle Vague, Free Cinema, New Hollywood). Guidato dalla sensibilità critica, estetica e dalla conoscenza, spesso in prima persona, di registi, misfatti e segreti, da Hollywood alla Cina alla Russia sovietica e no. Un più che centenario impero dei segni, brulicante di tracce, rimandi, anzi: relazioni. Il titolo altmaniano “Short Cuts”, letteralmente “scorciatoie”, intende suggerire l’idea di viaggio, di sfioramenti tra luoghi diversi “cercando la via più breve per collegarli”, scrive l’autore, che paga un debito d’ispirazione a “Helgoland”, libro di Carlo Rovelli dedicato ai primi protagonisti della fisica quantistica. Tutto è relazione e vive e si modifica in quanto è in relazione.

Serendipity

Ogni pagina di “Short Cuts” nasce anche da una serendipity in cui sagacia e sensibilità fanno premio sul Caso. Così “I magnifici sette” (1960), culmine del western mainstream, ci fa incontrare nello stesso capitolo oltre ai “Sette samurai” di Kurosawa (mai notata la somiglianza tra l’abbigliamento dei guerrieri giapponesi nel film e quello di Vittorio Gassman ne “L’armata Brancaleone”?), “Apocalypse now” e il Vietnam, il Cinema Novo brasiliano di Glauber Rocha, poi Peckinpah e Sergio Leone nel Sertão e le avventure di “Per un pugno di dollari”, prima, durante e dopo le riprese. Di queste “vertigini” è tessuto “Short cuts” e come nel “Tristram Shandy” di Sterne la divagazione diventa racconto, da Crespi sostenuto con innumerevoli “dietro le quinte”, citazioni di biografie e sceneggiature.

Torniamo un attimo a Helgoland, brulla isola tedesca nel Mare del Nord dove nel ’25 un giovane Heisenberg pone le basi della fisica dei quanti, un posto estremo per idee estreme che si sporgono su terre concettualmente incognite. Giusto a Helgoland Murnau aveva girato alcune scene di “Nosferatu” (1922), era location ideale per l’atmosfera oscura. Al fine di citare a modo il conturbante vampiro interpretato da Max Schreck, cinquantasette anni dopo Werner Herzog per il suo remake omonimo si sarebbe rivolto al rissoso, inquietante, torbido Klaus Kinski. Passato da “ Per qualche dollaro in più” a westernacci italiani nati per sfruttare la scia di Leone, cose del genere “Paga il morto, ammazza il vivo” e “Per una bara piena di dollari”, Kinski approda infine a Herzog, che ne fa un attore-feticcio. Un gioiello fra i mille disseminati da Crespi riguarda proprio il biondo Klaus, amato sì da Herzog e però nevrile, intrattabile. Durante le riprese in Amazzonia di “Fitzcarraldo” (1982, quanto a “estremità”, un film da podio), gli Indios erano sconcertati un bel po’ dalle sfuriate dell’attore, tanto che un loro capo, rivolgendosi a Herzog, “si era anche offerto di ammazzargli Kinski, se solo lui lo avesse chiesto. La sua risposta fu: ‘No, mi serve ancora’”.

Il cinestudio Obraz

film di Wenders-Herzog-Fassbinder, portano dritti a Enrico Livraghi, fondatore con Sandro Studer del benemerito Cinestudio Obraz di Milano, qualcosa in più di una semplice sala d’essai, e a lungo collaboratore dell’Unità. Livraghi aveva intuito, fin dal bianco e nero di “A Girl’s Own Story” (1984), il talento della neozelandese Jane Campion, che in una intervista a Crespi del ’90 così proponeva la sua poetica: “Mi piace che la macchina da presa si veda, che sia anch’essa un personaggio”. Proprio l’opposto di quanto asserito da Hawks trent’anni prima: la macchina da presa deve essere invisibile. Commenta Crespi: “Nel suo secondo secolo di vita il cinema è ancora un’arte appassionante proprio perché questi due approcci continuano a esistere, a coesistere”. Per la serie “come spiegare cinema e teorie annesse efficacemente”.

Il cinestudio Obraz a Milano

Obraz in russo sta per immagine, visione. E sugli alfieri del cinema russo e sovietico “Short Cuts” affonda il colpo, lasciando intravedere il robusto plafond culturale all’autore, che ha scarponi ben chiodati per ogni ascensione e passa dall’amara parabola di Elem Klimov ad Andrej Tarkovskij, con la sua opera di rottura “L’infanzia di Ivan” (1962), dalla intellighenzia presa di mira negli anni dello stalinismo e oltre a bussole imprescindibili come la “Semiotica del cinema” di Jurij Lotman e “Morfologia della fiaba” di Vladimir Propp”, da Crespi magnificamente adoprato per “scomporre” e leggere i maggiori successi di Fred Astaire. Al vaglio di un libro che non può mancare sullo scaffale dell’aficionado poco o nulla manca, si parli di cinema iraniano, giapponese o cinese, con inviti a riscoperte (una fra tante: “Terra gialla”di Chen Kaige, 1984) e analisi tecniche, si legga l’acuta radiografia di “Fino all’ultimo respiro” (1960) di Godard, con sottolineatura della geniale montatrice (e militante per l’indipendenza dell’Algeria)  Cécile Decugis e del rivoluzionario jump-cut che rompe la continuità della ripresa, protagonista Jean Seberg, anzi, la sua nuca, mentre viaggia nella macchina guidata da Jean-Paul Belmondo.

L’infanzia di Ivan, di Andreij Tarkovskij

C’è mai stata una Nouvelle Vague cinese? E perché in Italia non abbiamo avuto nulla di simile? Mai sospettato che Kubrick fosse un animalista convinto? E che Robert Towne, sceneggiatore premio Oscar per “Chinatown” di Polanski (1974) aveva un sodale e stretto collaboratore, Edward Taylor, che è stato un autentico genio misconosciuto? Non è un Trivial Pursuit filmico, tutto conta, ha senso e pesa nella non-trama di “Short Cuts”, nelle sue relazioni cercate e indovinate, il basso e l’alto, gli intrighi produttivi di tanti successi e i piani sequenza firmati Angelopoulos di “La recita” (1975), opera politica e cinematograficamente eversiva. Con echi dell’“Orestea” di Eschilo, racconta le avventure di una compagnia di teatranti tra seconda guerra mondiale e guerra civile, e si apre e chiude con la stessa inquadratura: “il gruppo dei commedianti esce da una stazione, solo che all’inizio siamo nel ’52 e alla fine siamo nel ’39”.  Dallo spazio al tempo non lineare, un altro dei motivi-guida del libro di Crespi, ancora sollecitato da Carlo Rovelli, stavolta dal suo “L’ordine del tempo”. Nessuna uniformità nel nome della durata, i tempi formano una ragnatela, esistono solo tempi locali che si influenzano a vicenda. Ecco un secondo senso profondo di “Short Cuts”, di questo innamorato e teso svariare che in nuce sottende l’interminabilità di qualsiasi opera viva.

“Short cuts, il cinema in 12 storie” di Alberto Crespi (Laterza editore)

Nella foto grande un fotogramma di “Nosferatu” di Friedrich Wilhelm Murnau