Privacy, tamponi e green pass, vita difficile per viaggiatori vaccinati

Qualcuno ricorderà la sequenza de Il dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen, nella quale il rivoluzionario squilibrato che ha appena preso il potere (nella versione italiana si chiamava Castrado, pensate) emana i suoi primi decreti: “Da oggi tutti i minori di diciott’anni [pausa] avranno diciott’anni!”, e “Da oggi le mutande si porteranno sopra i pantaloni!” (o qualcosa del genere, cito a memoria).

Per chi ha visto quel film da ragazzo quella scena è diventata il paradigma della stupidità del potere, anche se – a dire la verità – certi esempi reali avrebbero meritato di prenderne il posto. Ho avuto numerose occasioni per pensarci, nell’ultimo anno e mezzo.

Prendiamo il caso del cosiddetto “green pass”, che dovrebbe costituire un lasciapassare di utilizzo quasi universale per coloro che sono già stati vaccinati. Un decreto governativo lo ha istituito, ma pare che ci siano problemi (non solo informatici, che già basterebbero quelli) di coordinamento a livello europeo, nazionale e regionale, più varie preoccupazioni ragionevoli sulla privatezza dei dati e sulle possibili discriminazioni fra chi ce l’ha e chi no, dunque il “green pass” è in ritardo.

Però esistono i certificati di vaccinazione rilasciati da vari enti, quindi una persona normalmente pensante sarebbe portata a ritenere che possano essere usati quelli. Del resto, da tempo immemorabile esistono altri certificati di vaccinazione: ad esempio, quelli sulla febbre gialla e altre malattie tropicali, indispensabili per andare in molti paesi africani e sudamericani, e sono pezzi di carta, contengono dati personali, e sono discriminatori (perché, se non ce l’hai, ti sogni di poter andare in Kenya o in Perù!). Qualcuno ci potrebbe spiegare la differenza?

Lo strano caso dei vaccinati che viaggiano

Ma le cose sono ancora più complicate. Proprio mentre quasi un quarto degli italiani ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino, e ogni giorno ci si racconta che le cose finalmente vanno a gonfie vele, arriva la notizia della proroga di un altro decreto, quello che obbliga chi rientra dall’estero a fare un tampone (con risultato negativo, naturalmente) settantadue ore prima dell’arrivo, poi una quarantena di cinque giorni, poi un altro tampone al termine. E tutto a pagamento, e pagato salato, perché i tamponi sono gratuiti se un medico li sollecita nel timore di un contagio, ma si pagano (eccome) se uno intraprende un’attività del tutto futile come viaggiare. Ma se uno è già stato vaccinato? Non importa, deve fare il tampone lo stesso. Anche se il tampone non certifica che uno possa contagiarsi entro quelle settantadue ore, mentre la vaccinazione dovrebbe dare se non la certezza una probabilità consistente di essere immuni e non contagiosi.

Perché? Posseggo diversi certificati di vaccinazione: quelli rilasciati dall’istituto dove ho fatto la puntura (uno per ogni puntura), quello che ho scaricato dal mio fascicolo sanitario elettronico, quello (tradotto in inglese) che su mia richiesta mi ha rilasciato di nuovo il centro vaccinale. Sono pezzi di carta. Uno ha anche un QR code per verificarne l’autenticità. Li ho esaminati a lungo, per giorni, cercando di capire che differenza ci fosse con i certificati dei tamponi che più volte ho fatto (a caro prezzo) per andare e tornare dall’estero. Per non dire dei miei vecchi certificati per andare in Africa. Mi sembrano tutti ugualmente credibili, e tutti ovviamente falsificabili. Ma insomma, per quasi un anno ho viaggiato fra l’Italia e altri paesi dell’UE, con vari mezzi di trasporto, e nessuno ha mai messo in dubbio che i certificati dei tamponi potessero essere falsi. I certificati di vaccinazione, invece?

Il perfido dirigente

La norma è, evidentemente, degna di Castrado. Questo mi mette a disagio, perché ho simpatia per i ministri che immagino siano preposti a queste misure, e più che altro ho fiducia nella loro intelligenza, anche politica: nessuno può essere così stupido da creare rabbia e frustrazione fra i cittadini congegnando provvedimenti del genere. Quindi sono arrivato a una conclusione, e se chi mi legge rifugge dagli spoiler e dalle fake news eviti di proseguire.

Esiste, in qualche ministero (che non so, o che non dico) un dirigente perfido. Tutti gli altri dirigenti ministeriali sono non solo integerrimi, ma anche brillanti, amanti del loro lavoro, degli eccellenti servitori dello Stato. Questo no. Si chiama Mxyzptlk (è lo pseudonimo che ha scelto, pensando a vecchie storie di Superman). Come dice di lui la pagina di Wikipedia, ama rendere la vita difficile, ai cittadini e ai ministri e sottosegretari ai quali dovrebbe fare capo. È l’autore (o l’autrice, non l’escludo) di tutte le norme “a capocchia” e contraddittorie varate dai governi, da tempo immemorabile. Si dice che da giovane abbia visto Il dittatore dello stato libero di Bananas e ne sia stato folgorato. Detesta in modo particolare chi viaggia, per qualunque motivo (è lui, o lei, ad aver inventato la parola “vacanzieri”), ed è parente di quell’altro personaggio cinematografico (ne Il mio amico il diavolo) che in una scena è impegnato a strappare bottoni da camicie nuove o a graffiare dischi, e alla persona che gli chiede cosa stia facendo risponde: “Semino zizzania”.

Visto il suo particolare impegno nel rendere impopolare il governo Conte II e quello Draghi, tenderei a immaginarmelo di destra, simpatizzante di Salvini e della Meloni, ma invece credo sia rigorosamente apartitico. Nelle storie di Superman, il perfido Mxyzptlk ritorna nella quinta dimensione (dalla quale proviene) solo se pronuncia il proprio nome alla rovescia. Ecco, signor dirigente, io vorrei tornare a viaggiare (con tutte le precauzioni, naturalmente), da cittadino europeo che lavora e studia, non sempre a casa propria. Legga qui: kltpzyxM.