“Vi tagliamo i fondi”:
dura risposta di Bruxelles
alla ribellione polacca

Il sovranismo rampante più che all’Europa rischia di far male, e tanto, ai governi che lo praticano. È il caso di quello polacco, espressione del partito nazionalista e ultraconservatore del PiS (Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia) di Jarosław Kaczyński, che sta portando il paese in un pericoloso cul de sac per difendere l’arrogante pretesa di non dover obbedire, come tutti gli altri paesi, alle leggi europee perché il diritto nazionale sarebbe “preminente” rispetto a quello comunitario. Una tesi affermata con una sentenza della Corte Costituzionale che lo stesso governo aveva provveduto ad “addomesticare” e che non ha il benché minimo fondamento giacché secondo i Trattati che tutti gli Stati dell’Unione hanno liberamente sottoscritto è vero proprio il contrario. Ciò non toglie che l’assurda pretesa abbia fatto scuola presso i sovranisti d’ogni latitudine e bandiera, compresa la nostra Giorgia Meloni, la quale si è precipitata a sostenere gli “amici polacchi” con i quali condivide lo stesso gruppo al parlamento europeo.

Ursula von der Leyen

Erano rivolte perciò a tutti sovranisti che avessero in mente di seguire l’esempio degli avventuristi di Varsavia le durissime parole che davanti all’assemblea di Strasburgo sono state pronunciate ieri dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, seguite da un penoso tentativo di autodifesa del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e da un inequivocabile voto a stragrande maggioranza dei parlamentari di condanna delle pretese polacche, accompagnato dall’invito alla Commissione a sospendere le erogazioni di fondi.  .

Tre strumenti

“La Commissione – ha detto la presidente – non ha alcuna intenzione di far passare un principio che mette a rischio il fondamento stesso dei valori europei” e – ha aggiunto – ha tre strumenti con i quali intende agire.

Il primo sono le procedure di infrazione: quelle che si applicano agli stati che non rispettano leggi e regolamenti europei. Si tratta di un sistema di “multe” che può costare molto in termini finanziari ma il cui deterrente, a dire il vero, non è assoluto (come sappiamo bene dalle nostre parti).

Ben più efficace sarebbe, invece, il meccanismo detto delle condizionalità, quello per cui all’erogazione di fondi da parte di Bruxelles si pongono delle condizioni imprescindibili. Qualcuno ricorderà che la condizionalità del rispetto dello stato di diritto fu posta, proprio ai polacchi e anche agli ungheresi, nelle prime fasi di discussione del Recovery Fund, poi diventato Next Generation EU. Allora, per evitare di entrare in un paralizzante gioco di veti, con la mediazione della cancelliera tedesca Angela Merkel, fu offerta a Varsavia e Budapest la via d’uscita di un rinvio delle verifiche sull’ottemperanza all’obbligo di rispettare le norme, fra le quali c’era, fra l’altro, pure il divieto, bellamente ignorato, di sottoporre la magistratura, e quindi anche le Corti Supreme, al controllo dei governi. Le cricche di Orbán e Kaczyński, allora, pensarono di essersela cavata a buon mercato perché i giudizi sulle condizionalità erano affidati ai tempi (allora) lunghi della Corte di Giustizia. La Corte, invece, si è messa poi in condizione di deliberare ed emettere le sue sentenze molto rapidamente.

Condizionalità e articolo 7

La prospettiva di un’applicazione severa delle condizionalità deve essere un incubo per i paesi abituati a pratiche “disinvolte” in tema di rispetto delle norme di diritto. La Polonia e l’Ungheria aspettano le quote più alte, in confronto alla popolazione, del complesso dei fondi del Next Generation. Se poi le condizionalità venissero estese anche ai normali fondi che i due paesi ricevono annualmente dall’Unione, il disastro sarebbe completo. Non solo la Polonia, ma tutti i paesi del cosiddetto gruppo di Visegrád, e massimamente l’Ungheria, finirebbero sull’orlo della bancarotta.

Mateusz Morawiecki

Il terzo strumento evocato dalla presidente della Commissione è il ricorso all’articolo 7 del Trattato europeo. Come chi segue le vicende europee sa bene, la prospettiva dell’applicazione concreta di quell’articolo, che prevede una serie di misure che arrivano fino alla sospensione del diritto di voto in Consiglio per i paesi che si ostinino a non rispettare i princìpi fondamentali dell’Unione, è stata finora resa inoffensiva dal fatto che al momento del redde rationem definitivo è necessario un voto unanime di tutti gli altri stati chiamati a giudicare il paese incolpato, e non c’è alcun dubbio sul fatto che almeno un governo, se non di più, porrebbe il veto contro la condanna di un paese “amico”.

Si tratta però di una debolezza che non è scritta in eterno. Come è noto, nel mondo delle istituzioni europee il voto all’unanimità non è più un tabù e niente impedisce di pensare che un giorno sia possibile che anche sull’applicazione dell’articolo 7 in Consiglio si arrivi, alla fine, a un salutare, e democratico, voto a maggioranza.

Dei tre strumenti, allo stato dei fatti, il più efficace sembra essere senz’altro il secondo. E pare proprio che l’idea di veder sfumare i miliardi di euro in arrivo sia stato il motivo dell’ipocrita tentativo di Morawiecki di ridimensionare la ribellione.“Noi siamo qui – ha detto – e non vogliamo andarcene”, anche se la Polonia “è attaccata in modo ingiustificato” . Pure se in casa nostra siamo padroni noi e “respingiamo i diktat”, per noi l’integrazione europea è “una scelta di civiltà”.  E però l’Unione europea “non è uno Stato e sono Stati, invece, i paesi che la compongono ed essi rimangono sovrani al di sopra dei Trattati: diciamo no al centralismo europeo”.

Sembra di sentire i sovranisti di casa nostra. E mentre sui media amici del PiS  (che sono tanti e ben foraggiati mentre censure e restrizioni si abbattono su quelli dell’opposizione) comincia a far figura di sé la parola Polexit, gli osservatori più onesti ricordano ai governanti e ai giudici asserviti alla loro logica che secondo i sondaggi, quelli fatti da istituti stranieri non quelli censurati, almeno il 70% dei polacchi è favorevole all’Unione europea, come dimostrano peraltro le molte manifestazioni pubbliche che da giorni riempiono le piazze.  Il governo, che è in gravi difficoltà e teme seriamente di essere scalzato dalle prossime elezioni, non ha certo la forza di imporre al paese di “fare come i nostri amici inglesi”, però le posizioni potrebbero radicalizzarsi e potrebbe innescarsi un meccanismo perverso che si alimenta da solo. Qualcuno ricorda che neppure David Cameron voleva la Brexit quando convocò il referendum, ma poi…