Vernice al Senato, lo scandalo vero è l’indifferenza climatica

31 dicembre 2022. Sono in maniche di camicia, arrotolo i pantaloni alla caviglia e metto i piedi in acqua. Non è un mare esotico quello che ho davanti, ma quello del litorale romano. Qualcuno fa il bagno, la temperatura invita. Tutto molto bello, se non fosse che fa paura. Fanno paura le margherite sbocciate sul terrazzo, le rose che si sono schiuse il giorno di Natale. Fa paura questo inverno che sembra tarda primavera, come faceva paura l’estate durata sei mesi. Girava una battuta in autunno: “non è poi così caldo per essere il 159 di agosto”. Ecco, tutto questo fa paura. E non solo a me.

La protesta al Senato

Scandalizza invece un po’ di vernice rosa arancio lanciata contro Palazzo Madama. Il presidente del Senato – lo stesso che celebrava la fondazione del Msi dimenticandosi di quanti stragisti e golpisti siano transitati da quelle parti – parla di offesa alle istituzioni, annuncia la convocazione del Consiglio di presidenza per prendere provvedimenti contro gli attivisti di Ultima generazione autori del gesto, li addita come vigliacchi a fronte del “sangue freddo dei carabinieri” che hanno impedito che la protesta degenerasse in violenza: eppure i tre ragazzi non erano armati né hanno opposto particolare resistenza. Avevano della vernice, questo sì.

I tre andranno a processo il prossimo 12 maggio, La Russa ha già annunciato che si costituirà come parte civile “per chiedere il ristoro dei danni materiali e morali”. Materiali ok, qualche ora di lavoro con un’idropulitrice e lo scompiglio creato nella strada antistante. Ma quali danni morali? Sensibilizzare la politica sull’urgenza di azione per limitare le devastazioni legate al cambiamento climatico è un danno morale? O, al contrario, non lo è forse l’indifferenza climatica che generazioni di giovani – e non solo – ritrovano nelle istituzioni e nella quasi totalità delle forze politiche? Non è un danno fare finta che tutto possa continuare ad andare avanti come sempre mentre è vitale e indispensabile cambiare modello di sviluppo, di società, di interazione con le risorse del pianeta?

Questione di forma

Si dice: se anche il messaggio di questo tipo di azioni è giusto, la forma è comunque sbagliata. Contrastare una catastrofe procurando un danno, commettere un reato che sia un blocco stradale, un lancio di vernice o salsa di pomodoro gettata su un Van Gogh è comunque da condannare – ed in effetti in altri Paesi europei qualche gruppo ambientalista ha già voltato pagina, cercando modalità meno divisive. In realtà un po’ di shock, lo confesso, c’è stato a vedere aggredite delle opere d’arte, subito archiviato una volta accertato che nessuno si era fatto male, la bellezza era salva, i quadri al sicuro. Ma quello shock era il messaggio: tremiamo di fronte al rischio di vedere sfregiato un capolavoro, mentre non vediamo che stiamo perdendo tutto senza battere ciglio. Ed è inutile girarci intorno: tante proteste meno eclatanti non hanno conquistato un solo rigo sulla stampa, dei Van Gogh e del Senato siamo ancora qui a parlarne.

Tutti in piazza con la vernice allora? No, grazie. Ma è difficile non leggere in quell’alzare il tiro per catturare l’attenzione una buona dose di disperazione e paura. Quello che dovremmo provare tutti se solo non avessimo la memoria di un pesce rosso e ci ricordassimo dell’acqua che mancava nell’interminabile estate passata, il Po trasformato in un’autostrada di ghiaia e sabbia, le colture assetate. Parliamo della neve che manca quando salta la Coppa del mondo di sci, quando gli impianti restano fermi e la stagione è rovinata. Parliamo di bombe d’acqua quando un fiume di fango ingoia vite umane e case, fabbriche, lavoro. Ci accorgiamo delle Alpi “malate” quando il ghiacciaio si scioglie sotto i piedi e diventa frana devastante sulla Marmolada. Poi niente, I “mai più” sbiadiscono in attesa della prossima sventura, quando ci accorgeremo per qualche istante che sì, bisogna fare qualcosa, e via tutti a farci un aperitivo.

Foto di Dominic Wunderlich, Pixabay

Si dice: gli ambientalisti (come se fossero un blocco monolitico) fanno proposte irrealistiche. Può anche darsi che questo sia vero, almeno in qualche caso. Più irrealistico però sembra non voler guardare in faccia la realtà che – oltre le italiche disgrazie ambientali che ormai hanno perso da un pezzo il loro carattere di eccezionalità – ci racconta un presente, non già un futuro, di catastrofi epiche. Migrazioni oceaniche, incendi biblici, siccità e inondazioni che neanche le piaghe d’Egitto.

Qualche numero. Dei 20 paesi più colpiti al mondo dalla crisi climatica, 17 sono in Africa, nonostante 48 paesi sub-sahariani totalizzino appena lo 0,55% di tutte le emissioni, come ha ricordato di recente John Kerry, sottolineando la necessità di dare corpo al meccanismo di compensazione deciso alla Cop 27. Nell’anno che è appena passato più di 2,3 miliardi di persone hanno dovuto affrontare problemi legati ad una grave mancanza d’acqua. Dal 2000 il numero e la durata dei periodi di siccità è aumentato del 29 per cento. Entro il 2030, cioè dopo domani, 700 milioni di persone rischiano di essere sfollate a causa della siccità, 216 milioni potrebbero essere costrette a migrare entro il 2050 (dati rapporto Onu 2022, Drought in numbers).

frifay for futureNumeri da brivido, di fronte ai quali la vernice sulla facciata di palazzo Madama appare poca e forse anche inutile cosa. Ci si aspetterebbe che invece di invocare più sicurezza e mano ferma, il Senato – ma anche le forze politiche – aprisse le porte e le orecchie al dolore di una generazione che si vede perduta. E che invece di annunciare trivelle e carbone, i tetti di tutta Italia si popolassero di pannelli solari grazie a norme che ne facilitassero la proliferazione. Che invece di piangere sulle sorti dell’industria dell’auto, si studiasse una mobilità più sostenibile, tanto per dire. Che si cominciasse a cambiare, ecco, non solo a dire di volerlo fare e spesso a non dirlo nemmeno. La protesta sulla facciata del Senato non è una questione di ordine pubblico, ma di sopravvivenza.