Vent’anni dopo, quel che resta di Gianni Agnelli

Sono passati vent’anni, ma è cambiata la storia. Gianni Agnelli, l’Avvocato, scomparso nel 2003 forse non si troverebbe a suo agio in questo mondo così diverso, dove la sua Fiat è diventata solo un marchio di auto tra i tanti di un gruppo internazionale (Stellantis) controllato e guidato dai francesi, dove si producono vetture elettriche, ibride, “verdi” e i vecchi amati motori sono accusati di avvelenare il pianeta, dove i suoi giornali sono fogli privi dell’autorevolezza e del prestigio di un tempo, dove la Juventus è di nuovo nei guai e Andrea Agnelli, l’unico che porta ancora il nome di famiglia è costretto a lasciare tutte le cariche. Un mondo dove persino i suoi eredi diretti, la figlia Margherita e i nipoti John, Lapo e Ginevra Elkan, litigano in Tribunale per questioni di eredità, soldi, potere. D’altra parte le dinastie industriali spesso offrono dimostrazioni poco edificanti quando esce di scena il patriarca, il leader, il capo.

Lo sviluppo della Fiat, la motorizzazione di massa


Foto di form PxHere

Il nome di Gianni Agnelli, nel bene e nel male, resta legato al Novecento industriale del nostro Paese, allo sviluppo enorme della Fiat, alla motorizzazione di massa, al boom economico, allo scontro perenne tra capitale e lavoro. Le celebrazione di questi giorni sui mezzi d’informazione sono a volte eccessive e quindi dannose per la stessa figura dell’Avvocato e per la sua storia, con la Fiat, Torino, l’Italia. Si ripete e si amplifica il difetto di amici veri e presunti, politici subalterni, giornalisti narcisisti, frequentatori mondani che rivendicano conoscenze di episodi segreti, di abitudini e passioni dell’Avvocato che, come un centralinista pazzo, svegliava tutti alle cinque del mattino per commentare notizie, chiedere informazioni, condividere pettegolezzi.

In un racconto di HBO, che gira sui canali tv, la figura di Agnelli è banalizzata come piace agli americani: capitalista di nascita, uomo di mondo, playboy annoiato, amante dell’arte e dello sport, industriale in età matura, capace di soffrire in silenzio ma senza lacrime, precisa Jas Gawroski, quando il figlio Edoardo si uccise buttandosi da un cavalcavia.

Agnelli ha sempre creduto di poter mantenere il controllo e la guida della Fiat, di garantirne l’italianità pur in una totale apertura al mondo della finanza e dei consumatori. Mantenere la testa, le radici, la produzione a Torino, in Italia, era la base per conquistare i mercati. Si sentiva il garante di una storia e di un Paese.

Un’altra stagione, l’autunno caldo

L’Avvocato inizia a lavorare, ad assumere responsabilità, quando ha già passato i quarant’anni, prima nelle finanziarie di famiglia e poi alla Fiat. Sono i fantastici e terribili anni Sessanta: industrializzazione e immigrazione, lavoro e auto, sfruttamento e ribellione. Torino e l’industria vivono una metamorfosi epocale. Alla fine degli anni Cinquanta la città aveva 650mila abitanti, nel 1961 sono già oltre un milione. Nelle fabbriche dove non si entrava con l’Unità in tasca, dove i comunisti finivano emarginati all’Officina Sussidiaria Ricambi, nella città della rivolta di Piazza Statuto, gli operai alzano la testa.

L’”autunno caldo” sorprende la Fiat di Gianni Agnelli che, pragmaticamente, cerca di riprendere il controllo della produzione e più tardi, come presidente di Confindustria, cede davanti al sindacato firmando l’accordo sul punto unico di contingenza.

Strategicamente Agnelli punta tutto sull’auto, la Fiat apre fabbriche in Sud America e nell’Europa dell’Est, scende nel Mezzogiorno, opzione mai prevista in precedenza ma che segue la decisione dell’industria di Stato con l’Alfa Romeo di costruire lo stabilimento di Pomigliano d’Arco.

L’aiuto di Gheddafi

gianni agnelli

La crisi più nera è negli anni Settanta, Agnelli per salvare la Fiat si affida a Enrico Cuccia che gli porta Cesare Romiti come amministratore delegato e che resterà per un quarto di secolo la guida operativa, ma il vero colpo a sorpresa è di chiedere i soldi a Gheddafi che, a quel tempo, era già Gheddafi come lo abbiamo conosciuto in Occidente. Lafico, la banca libica, entra con il 10% del capitale nella Fiat e l’Avvocato, più tardi, riconoscerà la piena affidabilità e correttezza del leader libico.
Le due crisi petrolifere degli anni Settanta, le tensioni sociali, la minaccia del terrorismo che avvelena il clima in fabbrica e nel tessuto democratico, sono elementi che spingono Agnelli e, soprattutto, Romiti allo scontro frontale con il sindacato del 1980. Lo sciopero a oltranza, il blocco delle porte di Mirafiori e infine la marcia dei Quarantamila di quadri e impiegati organizzata dalla Fiat.

Con la fabbrica normalizzata, Agnelli e i suoi riprendono la strada per cercare di modernizzare il gruppo, senza rinunciare a crescere ancora in Italia diventando il monopolista dell’auto con l’acquisizione dell’Alfa Romeo dall’Iri.

L’erede che non c’è

Gli anni di fine millennio sono caratterizzati da enormi profitti ma anche da un problema irrisolto. Agnelli sceglie come successore il nipote Giovanni, figlio del fratello Umberto, ma il giovane muore per una malattia fulminante. All’Avvocato che vuole difendere il futuro della Fiat resta l’ultimo atto, con la mano di Paolo Fresco: un accordo con la General Motors per un’alleanza globale. Un accordo che consentirà a Sergio Marchionne di incassare due miliardi di dollari quando gli americani rinunciano all’acquisto della Fiat.

Nel 2003 Gianni Agnelli muore, inizia una stagione diversa. Gli eredi Agnelli-Elkann cercano di salvare il loro futuro, vivono sui dividendi di Exor. La Fiat non c’è più. Torino, impoverita e impaurita, cerca faticosamente una nuova missione economica.