Vandana Shiva: «Viviamo in un’economia genocida, dobbiamo salvare noi e la Terra»

“È la seconda volta che vengo a Napoli, però è la prima volta che visito per bene la città: ieri sono stata alla Reggia di Caserta e stamattina agli scavi di Ercolano. Poi va be’, il centro storico… È incredibile pensare al fatto che cammini su strade che hanno quasi tremila anni di storia”. Incontriamo Vandana Shiva nella hall dell’albergo in cui alloggia per questa sua prima tappa del mini tour italiano organizzato per presentare il suo ultimo libro edito qui da noi, Dall’avidità alla cura. La rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile (EMI, 2022). Dopo Napoli – dove ha partecipato a Berlingueriana, la tre giorni organizzata da InfinitiMondi per celebrare il centenario della nascita del segretario del Pci –  sarà anche a Roma e poi a Firenze e Torino.  “Non l’ho potuto conoscere – ci dice di Berlinguer –, ma sono stata molto impressionata dalla sua figura“.

vandana shiva berlinguer
Vandana Shiva a Berlingueriana

Partiamo dal suo recente lavoro, Dall’avidità alla cura. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Ho scritto questo libro perché è diventato molto chiaro che quella che chiamiamo “economia” non è una vera e propria economia. Essa dovrebbe riguardare la cura della nostra casa comune, come suggerisce l’etimologia della parola, e invece ormai è qualcosa che ha solo a che fare con un numero ristrettissimo di uomini che si mettono insieme per estrarre fino all’ultima goccia di vita dalla natura. E questo è diventato ancora più chiaro con il Covid e con il lockdown, a causa dei quali molte persone hanno perso il proprio lavoro e sono diventate più povere, mentre i miliardari sono diventati ancora più ricchi. Quando dieci miliardari hanno la stessa ricchezza del 40% delle persone sulla Terra, allora questa non può essere definita economia: si tratta di un furto in piena regola. Allo stesso tempo, però, con il Covid abbiamo visto quanto le persone avvertano la necessità di prendersi cura le une delle altre ed è questa la vera economia, l’economia della cura. Ricordo che all’inizio del lockdown in Italia giornali come il New York Times titolavano “Ora dobbiamo decidere chi deve vivere e chi deve morire”. Questo, insomma, è un sistema genocida: anziani e poveri non avevano diritto di vivere perché lo avevano deciso pochi ricchi. È una cosa veramente terribile.

Lei fa una critica radicale della concezione di diritti umani che abbiamo noi occidentali. Afferma, infatti,  che “i diritti umani definiti sulla base della separazione e della superiorità [dell’uomo rispetto alla Terra e alle altre specie viventi] fanno apparire come connaturali all’essenza umana il dominio e lo sfruttamento”. È da questo punto di vista che si spiega il concetto di eco-apartheid e il suo nesso con l’apartheid intesa nel senso tradizionale del termine?

La parola apartheid in afrikaans vuol dire “separazione” e “superiorità”: se sei donna o nero vivi una condizione di inferiorità rispetto a chi è maschio e bianco. Uso l’espressione eco-apartheid per indicare la similitudine che c’è rispetto al regime brutale di separazione in Sudafrica: una separazione tra uomo e natura che si è costruita soprattutto nel mondo anglosassone a partire dal diciassettesimo e dal diciottesimo secolo per affermare la presunta superiorità nostra sulle altre specie e la nostra separatezza rispetto alla natura. Ma questo è un modo di vedere la realtà totalmente sbagliato, artificiale: noi non siamo separati dalla natura, ma siamo parte di essa. E non siamo nemmeno superiori alle altre specie viventi, ma siamo profondamente connessi con esse.

Proprio per questo lei contrappone alla concezione tradizionale di diritti umani una concezione basata su quella che nel libro chiama “Democrazia della Terra”.

Abbiamo detto che l’eco-apartheid è basata sull’idea che ci sia una separazione e una superiorità dell’uomo sulla natura, che a sua volta viene sfruttata e utilizzata esclusivamente per estrarre materie prime. La Democrazia della Terra, invece, è basata sull’interconnessione tra uomo e natura: i diritti della natura sono diritti di tutti gli uomini. Purtroppo, però, nella storia dell’uomo di solito accade che quanto più una civiltà vive in sintonia con la natura, tanto più si trova in questa connessione la ragione del dominio coloniale da parte di altre civiltà (è accaduto e accade ancora oggi con le popolazioni indigene). Proprio per questo, invece, io sostengo che la Democrazia della Terra è il fondamento di tutti gli uomini perché ognuno di noi ha lo stesso diritto di mangiare, bere, lavorare e così via. Insomma, essa è il fondamento di una nuova civiltà basata su giustizia e sostenibilità.

Cosa sta succedendo in India con le esportazioni di grano? Perché il governo ha deciso di bloccarle?

Prima della guerra in Ucraina, l’India aveva stipulato tutta una serie di accordi e contratti per l’esportazione del grano. Purtroppo, però, a causa delle speculazioni intervenute in queste settimane, i prezzi del cibo sono aumentati e dunque esportare grano con tutta questa speculazione e con l’inflazione – causate, chiaramente, dalla scarsità di risorse – ha creato molti problemi all’India. È questo il motivo per cui il governo ha deciso di bloccare l’export. È una questione di “sovranità alimentare: creammo quest’espressione mentre veniva stipulato l’Accordo Generale sul Commercio di Servizi nel 1995. La WTO, infatti, ha un programma sul commercio dell’alimentazione e dell’agricoltura in virtù del quale i grandi player mondiali si sono arrogati il diritto di poter prendere e commerciare qualsiasi cosa essi vogliano, di venderla e di sprecarla a prescindere da quale sia la volontà delle popolazioni. Noi abbiamo detto, contrapponendoci a tutto questo, che invece abbiamo il diritto alla sovranità alimentare e a coltivare il nostro cibo, che i Paesi hanno il dovere di nutrire ed essere al servizio dei propri cittadini. Dunque, quello che sta facendo il nostro governo è semplicemente obbedire alla Costituzione perché sta garantendo che il diritto al cibo della gente non sia minato dai profitti delle multinazionali. Purtroppo, invece, questo non sta accadendo in Ucraina, dove le quattro grandi corporation del cibo (Monsanto, Cargill, BlackRock e Vanguard) stanno comprando in questo periodo enormi quantità di terreni. Quello che sta accadendo in Ucraina, quindi, rende evidente il fatto che la creazione dei monopoli si fonda sulla paura. C’è però un altro aspetto, anch’esso importante: quando stamattina ho visitato Ercolano, ho scoperto che i Romani importavano il grano dall’Africa, mentre oggi l’Africa dipende dalle importazioni di grano altrui. Il modello, quindi, è quello per cui i Paesi autosufficienti vengono resi dipendenti. Insomma, questa crisi alimentare deve diventare l’occasione per reclamare sovranità alimentare e costruire sistemi alimentari basati sullo sviluppo di economie locali e nazionali, sistemi sani e sostenibili in cui si sceglie cosa importare e cosa esportare e non si è costretti, invece, solo ad esportare.

Già il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19 hanno aumentato considerevolmente il rischio fame. A tutto questo si aggiungono le ulteriori 13 milioni di persone di cui parla la FAO che rischiano di trovarsi senza cibo a causa del conflitto in Ucraina. Come crede che bisogna intervenire per risolvere le storture nel commercio globale del cibo venute fuori con questa guerra?

La guerra si è sommata a un sistema mondiale assai instabile di approvvigionamento del cibo, sistema che ha radici coloniali, ma che si è rafforzato durante il trentennio della globalizzazione neoliberale: un trentennio che ha consentito massicce deregolamentazioni sia per le grandi corporation che per il settore finanziario. E così, quando nel 2008 si è arrivati al collasso dell’intero sistema, la speculazione è stata la causa non solo di una crisi del mercato immobiliare, ma anche di una crisi alimentare. Chi investiva nel settore finanziario aveva cominciato a occuparsi del settore dell’alimentazione perché è l’ambito più sicuro per capitalizzare: tutti, d’altra parte, abbiamo bisogno di mangiare. Chi ha “scommesso” sul cibo, chi ha giocato col cibo a livello mondiale come a un casinò, ha guadagnato milioni.

Vandana Shiva e Luciana Castellina
Vandana Shiva e Luciana Castellina

Quindi, a proposito della crisi alimentare, secondo me bisogna mettere in evidenza tre elementi. Innanzitutto, bisogna considerare l’interdipendenza economica dei mercati a livello globale, che non permette che qualcuno produca cibo in proprio, punisce danneggiando i piccoli contadini e i loro guadagni e sovvenziona le grandi multinazionali. Basti vedere, ad esempio cosa è successo con l’olio di palma, che ha distrutto parecchie colture indigene, o cosa è accaduto in India con la proibizione dell’olio di senape, misura presa col pretesto di assicurare maggior sicurezza alimentare alla popolazione e che in realtà ha avuto l’effetto di danneggiare la biodiversità e le produzioni locali, mentre ha incentivato l’importazione dell’olio di soia. In secondo luogo, bisogna dire che la produzione è di fatto controllata da Monsanto, Cargill, BlackRock e Vanguard, con tutto ciò che questo comporta in termini di uso di sostanze chimiche e dannose, di controllo dei semi, di produzione di OGM e della proprietà intellettuale. Il terzo elemento, infine, riguarda il fatto che la finanza sta sostituendo il cibo reale con asset fittizi, per cui si può vendere e rivendere lo stesso grano cinquecento volte, finendo per aumentarne il prezzo ad ogni passaggio e affamare le popolazioni.

Protesta dei contadini indiani contro una riforma che avvantaggia le grandi corporation

Quello che penso, dunque, è che se non si risolvono queste tre grandi questioni e non ricostruiamo un sistema del cibo basato su produzioni ed economie locali, non potremo mai avere sovranità alimentare. L’industria globale del cibo, infatti, è responsabile del 50% delle emissioni di gas serra che stanno provocando il cambiamento climatico, del 75% delle malattie croniche, del 75% del consumo di acqua e suolo e dell’80% della distruzione della biodiversità. Quando ci si libererà di questi tre elementi e si riuscirà finalmente a costruire una sovranità alimentare, si potrà pensare di risolvere la crisi ambientale anche grazie alla tutela della biodiversità e al sequestro di carbonio da parte dei terreni organici. Si stima infatti che le soluzioni basate sulla natura possono rimuovere numerose giga-tonnellate di emissioni all’anno. Da questo punto di vista, il potenziale dei suoli è molto elevato. C’è poi un altro problema, che magari per voi in Italia può sembrare non così grave perché, a differenza di altri paesi, avete un buon sistema sanitario nazionale, e cioè che il cibo industriale è all’origine di un gran numero di problemi di salute, e spesso, quindi, il consumo di cibo di produzione locale è una soluzione più che necessaria. Purtroppo per noi, però, miliardari come Bill Gates vogliono spingerci a mangiare cibo sintetico: vogliono venderci pesce che non proviene dal mare, formaggi non derivati dal latte e così via… Arriveremo al paradosso per cui ci saranno pescatori che non pescano e contadini che non coltivano. Insomma, vogliono venderci cibo che causa enormi problemi di salute (allergie, intolleranze, disturbi di vario tipo), ma a loro va bene così perché controllano l’industria farmaceutica. Quindi più aumentano le persone malate, più fanno profitti. È questo il motivo per cui penso che il problema del cibo sia centrale al giorno d’oggi e la guerra in Ucraina deve spingerci a trovare soluzioni che, basate sulla sovranità alimentare, possano aiutarci a minimizzare i rischi della crisi alimentare.

Lei ha partecipato alle celebrazioni del centenario della nascita di Enrico Berlinguer. Ha trovato punti di contatto con le sue lotte e la sua riflessione? Ci sono aspetti della sua ricerca ancora attuali?

Ho letto diversi discorsi suoi. Mi ha impressionato molto la preoccupazione che aveva Berlinguer sul futuro dell’umanità, il fatto che si interrogasse su di esso a partire dalla questione ambientale. Poi ci sono le scelte contro l’ingiustizia e le disuguaglianze, la riflessione sulla questione femminile volta a ridefinire il rapporto tra uomo e donna… Lui parlava di tutte queste cose quarant’anni fa, ma questi temi oggi sono ancora importantissimi. Infine, c’è un suo pensiero che ho apprezzato moltissimo, ed è molto semplice: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”. Non c’è alternativa: i giovani possono decidere di essere vittime della politica altrui o, piuttosto, di diventare parte attiva per cambiare il nostro sistema.