Vaccini: non tutto
è rose e fiori
tra Biden e l’Europa

Angela Merkel compare in tv e dice: scusate, connazionali, mi sono sbagliata e chiedo scusa, ma il lockdown che avevo indetto per subito dopo Pasqua non si fa più. Il presidente del Consiglio UE Charles Michel, qualche ora prima, aveva annunciato che al vertice telematico dei leader europei di oggi e domani ci sarà anche, in collegamento, il presidente americano.

La prima cosa, una marcia indietro così clamorosa della cancelliera che fu di ferro della Germania, non era mai successa. Sul piano interno è il segnale di un indebolimento grave della capacità di governare la risposta pubblica alla pandemia del quale da settimane si andavano manifestando i sintomi, tra scandali che hanno toccato il Bundestag, frizioni e scontri aperti tra Berlino e i Länder, ritardi nei programmi di vaccinazione, e che non aiuterà certo i tedeschi a sentirsi tranquilli per il futuro. Sul piano europeo è un colpo all’immagine d’una leadership continentale che, accettata come una benedizione o rifiutata come una prepotenza, viene (veniva?) considerata alla stregua d’un fatto di natura.

Angela Merkel chiede scusa

La seconda, la partecipazione di un capo della Casa Bianca non a un evento multilaterale o a una delle tante consultazioni interatlantiche ma a un Consiglio europeo, come se fosse per così dire di casa, non succedeva da almeno vent’anni. Per essere precisi, da quando Bush junior venne invitato a dire la sua ai leader del vecchio continente sui cambiamenti climatici. Proprio di persona perché, allora, si viaggiava e ci si stringevano le mani. Era poco prima dell’11 settembre del 2001: un’altra epoca, un altro mondo.

Insomma, non si può dire che la vigilia di questo Consiglio europea sia di routine. Pure noi italiani nella drammatizzazione dell’evento ci abbiamo messo del nostro, con Mario Draghi che quando, restaurando una prassi che il suo predecessore aveva interrotto per difficoltà politiche tutte sue, si è presentato alle Camere per ottenere il mandato a trattare con i suoi pari europei ha colto l’occasione per strigliare l’inefficienza delle Regioni in fatto di lotta alla pandemia. Lo ha fatto con una forza che, se la logica della politica funzionasse come in tempi normali, sarebbe l’inevitabile preludio a una forte iniziativa per la revisione radicale dei rapporti tra Stato e Regioni, almeno per quanto riguarda la sanità. Chissà, vedremo.

L’ordine del giorno del Consiglio prevede in primo luogo che il leader facciano il punto “sulla diffusione dei vaccini e sulla situazione epidemiologica” e proseguano “i lavori per fornire una risposta coordinata alla crisi pandemica”. Non poteva che essere questo, è ovvio, il centro della riunione ma seguono altri tre punti di cui occorre valutare non solo l’importanza, ma anche la correlazione, che è molto stretta, con il primo: l’analisi dello stato delle relazioni tra l’Unione e gli Stati Uniti, la situazione nel Mediterraneo orientale (leggi: Turchia) e i rapporti con la Russia: per quanto riguarda il vaccino Sputnik, ovviamente, ma non solo.

Un autoinvito?

Non è chiaro se l’esame dei rapporti con la Casa Bianca fosse fin dall’inizio nell’agenda o se sia stato introdotto quando si è decisa la partecipazione di Biden ai lavori. Anzi, per dirla tutta, non è chiaro neppure come sia nato l’invito al presidente americano. Era scontato, certamente, l’interesse dei leader a conoscere subito di persona il nuovo presidente per sugellare, anche simbolicamente, la chiusura, pure su questa sponda dell’Atlantico, della sciagurata era Trump. Ma qualche segnale sembrerebbe indicare che più che di un invito si sia trattato di un autoinvito. Biden avrebbe fatto sapere agli europei che gli pareva arrivato il momento di una discussione aperta sui temi che aveva già posto sul tavolo di Bruxelles il suo segretario di Stato Antony Blinken nella sua doppia visita – ai dirigenti della UE e a quelli della NATO – dei giorni scorsi. Michel avrebbe capito l’antifona e sarebbe partito l’invito.

Antony Blinken

Nessuno ha interesse, al momento, a drammatizzare il clima del confronto, ma nonostante ciò pare che i colloqui tra Blinken e i suoi interlocutori non siano stati una passeggiata. Anche dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca alcuni dossier restano aperti, anzi, in qualche modo, proprio la ripresa del dialogo una volta finita l’incomunicabilità con Trump ha contribuito a riportarli alla luce. C’è il gasdotto Nordstream che per gli americani è una pericolosa avventatezza europea, soprattutto tedesca. L’argomento ufficiale è che l’opera accrescerebbe la dipendenza del continente dalle forniture russe, ma dietro l’ostilità si nasconderebbe, secondo molti osservatori, anche qualche più prosaico interesse economico d’Oltreatlantico. Il governo di Angela Merkel, finora, ha fatto orecchie da mercante in virtù dei vantaggi che il nuovo gasdotto, il quale detto en passant è sponsorizzato da un ex cancelliere della Germania, Gerhard Schröder, offrirebbe in termini non solo economici ma anche politico-diplomatici, tenendo aperto un canale bilaterale di dialogo con Mosca che può tornare sempre utile.

Il dossier Sputnik

C’è poi un altro dossier, che sta acquistando inevitabile attualità nella tempesta della pandemia: è quello del vaccino Sputnik. Nei giorni scorsi, Thierry Breton, commissario UE per il mercato interno, titolare della responsabilità sull’acquisto dei vaccini, ha escluso la possibilità che la Commissione accetti di fare contratti con i produttori russi. Ma Breton è francese e, anche se ciò non dovrebbe avvenire secondo le regole europee, è possibile che rispecchi le posizioni del suo paese d’origine. Qualunque sia l’orientamento della Commissione presieduta dalla tedesca Ursula von der Leyen, tutti sanno che il non possumus non è condiviso da tutti. Almeno due paesi dell’Unione, l’Ungheria e la Slovacchia, e altri tre extracomunitari (San Marino, la Serbia e la Moldova) adottano lo Sputnik da settimane e da mesi e in almeno in altri due paesi dell’Unione c’è un’apertura esplicita alla possibilità di farlo. E si tratta di paesi molto importanti come la Germania e l’Italia che sarebbero pronti a fare i contratti con Mosca se, una volta che lo Sputnik avesse avuto il via libero dell’EMA, la Commissione non si muovesse alla svelta per fare i contratti. Giorni fa l’ospedale Spallanzani di Roma ha in qualche modo anticipato i tempi annunciando, primo istituto nell’Europa occidentale, l’inizio di una sperimentazione comune con i russi che potrebbe preludere a una produzione del siero in Italia.

Thierry Breton

Il no di Bruxelles, comunque, per il momento è esplicito. Secondo voci che circolano tra la capitale belga e Berlino, proprio intorno al dossier Sputnik si sarebbero manifestati negli ultimi tempi dissapori tra Angela Merkel e Ursula von der Leyen, un tempo non solo compagne di partito, ma legatissime e amiche.

Tante fiale di provenienza americana?

D’altronde, in Europa non dovrebbero mancare ambienti e paesi (per esempio la Francia) pronti a sostenere gli americani e la loro strategia di manovrare anche sui vaccini per ottenere il riallineamento dell’Europa. A qualcuno è parso che le recenti voci diffuse in America sulla “inutilità”, per gli Stati Uniti, dei milioni di dosi di AstraZeneca destinate a quel mercato servirebbero a far intravvedere agli europei la possibilità che possa essere quella una fonte di approvvigionamento da preferire al prodotto russo. Ai suoi interlocutori brussellesi, d’altronde, il segretario di Stato americano avrebbe fatto balenare la prospettiva della “liberazione” a favore dell’Europa di una grande quantità di fiale quando – si prevede alla fine di maggio – gli Stati Uniti avranno raggiunto se non l’immunità di gregge una situazione di quasi normalità.  Questa mossa, che potrebbe essere agevolmente presentata come un “aiuto” offerto dagli Stati Uniti agli alleati europei, avrebbe anche il vantaggio, per i sostenitori della strategia vaccinale americana e dell’industria che la alimenta, di stornare l’attenzione dalle richieste che la comunità internazionale si impegni per il superamento delle protezioni dei brevetti.

È pacifico che dalla Casa Bianca guardino con ostilità al flirt di certi europei con il vaccino russo e magari non si stupiscano tanto delle possibili infedeltà dei tedeschi, ai cui giri di valzer in fatto di rapporti con Mosca sono abituati, quanto di quella dell’italiano Draghi, che della fedeltà atlantica fa in ogni occasione esplicita professione. È possibile, anzi probabile, che su quella ostilità pesino anche possenti interessi economici dell’industria farmaceutica americana, ma è immediatamente intuibile che le riserve siano prevalentemente di natura politica. L’adozione dello Sputnik nei paesi dell’Europa occidentale sarebbe una formidabile arma di propaganda offerta al Cremlino, un atto di quel decoupling degli interessi europei da quelli americani che è da sempre l’obiettivo della strategia internazionale di Mosca. E questo proprio nel momento in cui l’amministrazione americana, liquidato il cinico neoisolazionismo di Trump, che in realtà non faceva che esasperare tendenze da sempre presenti tra i conservatori repubblicani, pare disposto a riprendere toni e argomenti della guerra fredda in nome della difesa di valori e princìpi della democrazia parlamentare. Una crociata democratica il cui obiettivo non è soltanto Mosca, ma anche, e soprattutto, Pechino. Tant’è che le riserve più forti della Casa Bianca, di cui si sarebbe fatto interprete con qualche asprezza anche Blinken nei giorni scorsi a Bruxelles, riguarderebbero proprio i forti legami economici e commerciali tra i paesi europei, soprattutto la Germania, e la Cina. Le autorità di Bruxelles e le cancellerie dei paesi dell’Unione sono favorevoli all’azione di sanzioni a Pechino per punire la durissima repressione degli Uiguri nello Xijiang, ma non a rimettere in discussione il complesso dei rapporti economici.

Insomma, l’avvento della nuova amministrazione a Washington non ha tolto dal tavolo le differenziazioni degli interessi e delle loro percezioni tra le due sponde dell’Atlantico. I futuri rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti non saranno pessimi come al tempo di Trump, ma con Biden non saranno necessariamente e sempre rose e fiori.