Usa, Brasile, Italia: dove e perché la destra contesta il voto quando perde

Donald Trump, Jair Bolsonaro, Silvio Berlusconi: chi, in questo trio di destra, può vantare la primogenitura nella contestazione di un risultato elettorale? No, non è Trump che dopo le elezioni presidenziali del 3 novembre 2020 iniziò una forsennata campagna per chiedere l’annullamento del voto nel quale vinse in modo netto Joe Biden; non può essere ovviamente Bolsonaro, visto che le devastazioni delle sedi istituzionali di Brasilia dell’8 gennaio 2023 sono la ripetizione pressoché identica dell’assalto di Capitol Hill a Washington del 6 gennaio 2021 dei sostenitori di Trump entrati come furie nella sede del Congresso. Resta Berlusconi che, in effetti, non ha mai riconosciuto la sconfitta elettorale nelle politiche del 9 e 10 aprile 2006, nelle quali prevalse – seppur con uno scarto minimo e una risicata maggioranza di seggi al Senato – l’Unione guidata da Romano Prodi sulla Casa delle Libertà, come allora si chiamava la coalizione di destra.

Berlusconi non riconobbe la sconfitta del 2006

Jair Bolsonaro, Donald Trump, Silvio Berlusconi
Jair Bolsonaro, Donald Trump, Silvio Berlusconi

In quel passaggio politico Berlusconi osò fin dove nessuno era mai arrivato in una democrazia parlamentare: per erodere la debole maggioranza di Prodi “acquistò”, pagandolo tre milioni, il senatore dell’Italia dei Valori Sergio De Gregorio e ci provò anche con altri due senatori dell’Unione ma l’affare non si chiuse.

Se poi si va indietro nel tempo, al 2 giugno 1946 e ancora in Italia, il fronte monarchico contestò violentemente il risultato del referendum per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Vinse, con uno scarto di due milioni di voti, la Repubblica e i sostenitori di Casa Savoia manifestarono con violenza in molte parti del paese mentre Re Umberto tentennava sull’abdicazione (a Napoli un corteo cercò di assaltare la sede del PCI per togliere una bandiera tricolore senza lo stemma sabaudo, la polizia reagì e morirono nove manifestanti monarchici e altri 150 rimasero feriti).

La lunga battaglia per ribaltare l’esito del voto

Romano Prodi
Romano Prodi (foto da Wikipedia)

Monarchici a parte, il comportamento di Berlusconi letto alla luce dei fatti avvenuti in Usa e Brasile, può essere davvero considerato un caso di scuola. Era il presidente del Consiglio uscente e la macchina elettorale dipendeva dal ministero dell’Interno guidato da Giuseppe Pisanu. Il leader della destra, oggi vecchio acciaccato e marginale, nel 2006 era il capo incontrastato dello schieramento, guidava i supposti “moderati” (lui) coi secessionisti leghisti e i post fascisti di An che una decina di anni prima chiusero il Msi a Fiuggi. Berlusconi contestò a lungo il risultato, senza che nessuno dei suoi alleati lo dissuadesse. Ecco, testuali, alcune delle sue affermazioni: i voti contestati “non sono distribuiti equamente, ma sono unidirezionali. Ne stanno venendo fuori di tutti i colori”. Ne parlò con il capo dello stato Ciampi e si rivolse alle Corti d’Appello chiedendo loro di essere “imparziali e serene” nel valutare i ricorsi. “Ci sono un milione e centomila schede annullate, è assolutamente necessario che venga verificato questo dato. Ci sono situazioni che si stanno accumulando una dopo l’altra, ora dopo ora: si tratta di controllare 60mila verbali di sezioni”. Gli diede manforte Roberto Maroni, già ministro dell’Interno: “Il risultato può cambiare. Sono convinto che sia una cosa verosimile”.

Berlusconi e i suoi portarono avanti quell’impossibile battaglia per l’intero 2006 mentre i controlli a campione non rivelarono errori. Finché, a fine anno, il leghista Roberto Calderoli convinse tutti a fare basta: “Le elezioni e le relative verifiche ormai sono passate e nulla di quel risultato potrà essere modificato, visto che siamo riusciti a perdere vincendo delle elezioni pur avendo il ministro degli Interni nostro”. Ma intanto Berlusconi tesseva la sua tela di acquisti.

Prodi fatto cadere con un gioco sporco

Certo, a nessuno venne in mente di assaltare il parlamento e il secondo governo Prodi potè insediarsi senza problemi di ordine pubblico. Prodi cadde al Senato il 24 gennaio 2008 quando, dopo De Gregorio, anche il ministro della Giustizia Clemente Mastella a seguito dell’arresto della moglie Sandra Lonardo lasciò la maggioranza insieme a due dei tre senatori dell’Udeur e al comunista Turigliatto. Berlusconi raccolse i frutti dell’inquinamento della vita democratica. L’opposizione, raggiunto il suo scopo, festeggiò con lo champagne e la mortadella in aula, uno sfregio istituzionale piuttosto grave per l’epoca. E lì ci fu la conferma che la destra aveva infilato una strada che poteva portare a qualunque sbocco. L’assimilazione del concetto di democrazia, da quelle parti, è sempre stato molto problematica.