Università, un sistema che grava sui giovani: i pericoli della cultura del merito

In Italia ogni sedici ore un giovane si suicida. Questo è il dato secondo l’Osservatorio Suicidi della Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze. Il tasso di suicidi raggiunge vette elevatissime fra gli studenti universitari. La motivazione è sempre la stessa: non essere arrivati in tempo al traguardo della laurea, ritenuta ormai quasi uno status più che un mezzo di crescita e formazione del singolo, tanto è vero che si assiste sempre di più a veri e propri processi di spettacolarizzazione del titolo accademico.

Una cultura che schiaccia i giovani

universitàOrmai il linguaggio capitalistico è insito anche nel mondo accademico, basti pensare che per noi l’Università deve ”produrre le classi dirigenti”: non formarle, ma produrle, perché tutto rientra in un’ottica
dispotica, dove bisogna massimizzare i profitti con il minimo sforzo, dove non contano i sentimenti e le passioni, ma soltanto i risultati e il tempo in cui li consegui. Però vale la pena osservare che questo sistema ha prodotto soltanto mediocrità. Pensate che basiamo la qualità dei nostri atenei su indagini di mercato piuttosto che sul livello di inclusione della didattica, sui servizi offerti agli studenti e sulla disponibilità dei docenti.

Questo modello, di per sé portato a produrre ansia e frustrazione che sfociano nel panico costante di deludere qualcuno. Bisognerebbe insegnarlo agli adulti che a volte le aspettative possono uccidere più delle armi, soprattutto in un Paese dove la competitività sta diventando la base del sistema d’istruzione e di formazione.

Tutti i pericoli del “merito”

La politica del merito è pericolosa, perché parte dal presupposto che se non fai le cose in tempo sei un fallito, finisci nella spirale dei paragoni con i figli degli amici o con i parenti e vieni visto come un buono a nulla secarlotta rossignoli università non ti poni almeno al loro livello.

Chi scrive è stato vittima di questo sistema. Dal 2019 al 2022 ho sofferto di attacchi d’ansia e di panico. Non riuscivo più a studiare o a presentarmi all’esame, non dormivo nemmeno la notte e per questo sono finito fuori corso, ma dalla mia università non ho ricevuto alcun aiuto. Anzi: mi hanno chiesto di pagare più tasse. Un modo per dirmi che non sono capace di affrontare il percorso, per dirmi che sono un fallito. Poi ho capito che non è il fallimento in sé a farci stare male, quanto piuttosto il giudizio che la società ha di noi.

A noi studenti viene chiesto di continuare a sacrificare tutto sull’altare del successo, persino (di fatto) la nostra vita. E vengono presentati come modelli esempi pericolosi come quello di Carlotta Rossignoli, laureata in medicina a 23 anni, lodata sulla stampa per aver rinunciato al sonno e alle relazioni sociali. Pur di alimentare un sistema distorto che non fa altro che “ammazzare” la felicità.

Un modello distorto da cambiare

studenti universitàL’equazione successo uguale crescita economica va abolita, occorre invece rivalutare l’importanza culturale dell’istruzione nel nostro Paese, partendo dal comprendere che studiare non serve soltanto a guadagnare, ma ad iniziare a rapportarci col mondo, ad affinare le nostre menti, a renderci persone migliori e porci nelle condizioni di realizzare i nostri sogni (che non corrispondono necessariamente ad una sfavillante carriera). Siamo persone di successo solo se siamo felici, basterebbe insegnare questo piuttosto che la media ponderata delle università che non potrà mai valutare il valore della nostra vita.

Bisognerebbe liberare la cultura e l’istruzione da quella dimensione elitaria in cui le ha relegate l’ossessione per la competitività che, tra l’altro, non fa che allargare ulteriormente il gap che oggi c’è tra studenti che provengono da famiglie ricche e studenti che provengono da famiglie povere. Insomma, occorrerebbe mettere fine alla cultura del merito, ormai divenuta un gioco all’esclusione e iniziare a lavorare sulla cultura dell’inclusione e dello sviluppo umano – come ci insegna la Costituzione. E ce lo insegnano bene anche i tre premi Nobel per l’economia del 2019, Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, che hanno dimostrato che la cultura è il solo mezzo che abbiamo per combattere le povertà di ogni tipo, soprattutto quella materiale e sociale.

Per essere un Paese migliore è necessario aiutare i giovani ad essere felici, altrimenti rischiamo di perdere il nostro futuro oltre che il nostro presente.