Unipolarismo Usa?
Smettiamola
con i falsi miti

Tra le voci dissonanti nel coro unanime di esecrazione anti-russa si possono mettere agli atti due reticenze rumorose, firmate Salvini e Berlusconi, portabandiera della cordialità verso il gigante del’Est per motivi di tasca; i nostalgici della buona, vecchia Armata Rossa e dei Soviet; il missionario della Verità Assoluta (la sua) professor Alessandro Orsini; i complottisti-antimondialisti-antiglobal che, mescolando argomentazioni di destra e sinistra, individuano nell’iniziativa bellica su larga scala di Mosca la punta di lancia “necessaria e obbligata” contro il mondo unipolare gestito dalla grande finanza e dagli Usa secondo i canoni economici del Washington consensus, tra cui svetta il comandamento “privatizza quanto puoi ciò che è pubblico”. Sorvolando sulle punte di compiuto delirio presenti in quest’ultimo fronte (Freccero) e su alcuni aspetti degni di seria discussione, vale la pena di sottolineare un forte argomento: il mondo unipolare a stelle strisce se mai è esistito, non esiste oggi. Sostenerlo è sostenere il falso. Mai nel mondo si sono registrati tali e tanti segni di instabilità politica, sociale ed economica e il terremoto putiniano che cambierà le nostre vite è “solo” un esito fragoroso e terribile delle faglie presenti un po’ ovunque sulla terra.

Un classico atto imperialistico

La finanziarizzazione dell’economia è un fatto, circola denaro in misura enormemente maggiore del valore reale creato da traffici e produzione. Ma l’unipolarismo a timbro Usa non esiste più e affermare di combatterlo in nome di “diritti” storici che la Storia ha già cassato è una tragica bugia. L’avventura omicida-suicida di Putin è un classico atto imperialistico e capitalistico otto-novecentesco ammantato di giustificazioni come la sicurezza nazionale, i missili puntati etc che non hanno riscontro nella realtà. Si tratta di un’aggressione sospinta da voglia di rivincita, motivazioni di potenza (gli Usa ne sanno qualcosa, vedi il Vietnam), narrazioni “zariste” e una crescente debolezza della statualità russa, corrosa dalla corruzione, ingessata da una burocrazia avida, da “kombinat” terroristici-mafiosi, dalla pratica assenza di regole non arbitrarie e di un diritto degno di questo nome. Senza democrazia, l’economia stenta, si ammala. E siccome abyssus abyssum invocat, l’Occidente, Europa in testa, incapace prima di balbettare la più piccola azione mirata a raffreddare con diplomazia e scelte sensate i demoni putiniani, si rinsalda ora nel nome delle armi, senza neanche una minima idea di cosa serva – dopo aver eventualmente vinto la guerra – per vincere la pace.

In Europa ci erano riusciti gli Usa dopo il ’45, col Piano Marshall e una neo-colonizzazione dell’immaginario limitante sul piano culturale e però non armata. Non ci sono riusciti dopo l’89, candidando e poi inserendo nell’alleanza difensiva Nato (che, successivamente, difensiva in assoluto non è più stata) Paesi come l’Ungheria – non un grande affare… – e la Polonia. Il fiero parere contrario di fior di diplomatici e politologi americani? Manco ascoltato. I rischi, in seguito, di discutere l’ingresso nel Trattato di Georgia e Ucraina? Sottovalutati. Era un senso di onnipotenza, la pulsione verso un sedicente “contagio della democrazia” inalberata, dopo Clinton, da Bush junior, tra guerre inutili,  tranne che per i vari contractors e i gruppi legati alla cricca presidenziale (Iraq), e nocive illusioni su una ormai definitiva “conquista” dell’ex Urss, satelliti compresi.

Passi indietro

Unipolarismo? E dove? Gli Usa hanno fatto passi indietro sul teatro europeo e mediorientale, la Russia in Siria ha messo qualche scarpone militare, mentre in Africa la Cina si dedica al “land grabbing” e sempre la Russia si fa garante della stabilità in Mali e Paesi limitrofi, approfittando della retromarcia francese: nel tragico teatro del mondo non si danno vuoti che qualche potenza non vada a riempire. La nuova Grande Cina si propone come un regime di forza tranquilla, scevra di appetiti che esulino dal suo territorio (Taiwan è fieramente ritenuta da Xi Cina a tutti gli effetti), una superpotenza ormai acclarata in perenne crescita, capace di trovare un equilibrio e un consenso interno non solo fabbricato da apparati repressivi e di controllo. C’è instabilità cronica con alti e bassi nel Medio Oriente, con l’Egitto si fanno affari e la Turchia si fa alfiere di un bizzarro “neutralismo atlantico”, in sostanza confermando la volontà di manovrare a piacimento, vedi la Libia e Cipro, nella zona che ritiene di sua influenza. L’Occidente affamato di energia bussa al Venezuela di Maduro e punta su accordi rinnovati per il nucleare con l’Iran. Il nazionalismo indù dilaga nell’India di Modi, che guarda con interesse alla Russia. Unipolarismo? Movimento a 360 gradi, piuttosto.

Gli Usa stessi non sono un esempio di stabilità al proprio interno, altrimenti un signore con le corna di bisonte non sarebbe andato a passeggio con altri cercaguai in Campidoglio. E se Biden aspetta tremando le elezioni di medio termine, allo stesso tempo il mondo trema aspettando le presidenziali del 2024. Il “faro” della libertà e della democrazia è diviso, spaccato, traballa. Unipolarismo?

All’orizzonte – non si sa quanto lontano – resta da vincere la pace. È il primo e vitale dovere un’Europa democratica degna dei suoi asseriti valori. Pace temporanea e molto armata? Seguita magari da una riedizione della Cortina di ferro? Da una improbabile ebollizione politica in Russia? Nel caso di una disfatta putiniana in coda a un conflitto esteso, sarebbe un Paese per tanti versi da “rifondare” e ricostruire nella fiducia reciproca e sotto l’impulso-controllo dell’Onu. Il compito di non ridurre qualsiasi scenario di rinnovamento.