Ungheria e Polonia, il nostro governo tradisce la battaglia di Sassoli

David Sassoli ne aveva fatto un punto d’onore nel suo impegno di presidente del Parlamento europeo. Una battaglia di principio in difesa dello Stato di diritto e per una utilizzazione rigorosa delle risorse del Next Generation EU. Si era speso molto nello scontro che ha visto in campo, da un lato il Parlamento ed il Consiglio e, dall’altro, i governi di Ungheria e Polonia che mal avevano digerito il Regolamento che condiziona il versamento dei fondi europei per la ripresa e la resilienza post-Covid al rispetto dei diritti fondamentali. Ce l’aveva, Sassoli, con Mateusz Morawiecki, premier della Polonia e Viktor Orbán, premier dell’Ungheria, che avevano bloccato, con lo strumento del veto, il bilancio pluriennale dell’Unione in segno di protesta per il varo del Regolamento (dicembre 2020). Diceva Sassoli: “Non riusciranno con il veto a bloccare lo Stato di diritto. I veti sono sempre un errore e bloccano la democrazia”. Questa sua tenace battaglia mercoledì 16 febbraio è stata coronata da successo perché la Corte di Giustizia europea, con sede a Lussemburgo, con una storica sentenza, ha dato torto a Ungheria e Polonia: non potranno pretendere le risorse Ue se non cambierà il loro approccio nell’osservanza delle regole dello Stato di diritto (giustizia, informazione e così via).

Una questione di straordinaria importanza

Ma David Sassoli non potrà mai sapere che il suo Paese, l’Italia, non ha sostenuto la sua battaglia nella sede più importante e decisiva per le sorti del Recovery Plan: la Corte di Giustizia dove si è svolto il processo-ricorso intentato dai leader sovranisti di Varsavia e Budapest. Questo è il dettaglio sinora sconosciuto ai più e che, invece, in Italia assume un risvolto amaro e, dal punto di vista politico, costituisce un passaggio inspiegabile ed anche grave. La sentenza della Corte di Giustizia europea, presieduta dal giudice belga Koen Lenaerts, è stata pronunciata undici mesi dopo la presentazione del ricorso da parte di Polonia e Ungheria, l’11 marzo del 2021. Tutto sommato, i giudici hanno lavorato alacremente su un dossier di straordinaria importanza essendo in ballo fondamentali questioni finanziarie dell’Unione. Questa rilevanza è stata pienamente colta e sottolineata dal presidente Lenaerts il quale ha deciso – e lo ha scritto nella sentenza – che la causa si celebrasse in seduta plenaria, con la totalità del giudici (compresi due italiani: la togata Lucia Serena Rossi e l’avvocato generale Giovanni Pitruzzella), proprio su richiesta esplicita del Parlamento. E ciò, si legge, “tenuto conto dell’importanza fondamentale della questione in merito alle soluzioni che possono derivare dai Trattati ai fine di consentire all’Unione di difendere il proprio bilancio e i propri interessi finanziari di fronte a violazioni dei principi dello stato di diritto negli stati membri”. Era esattamente questo il nodo del problema.

L’attacco dei due governi sovranisti ha acceso il dibattito pubblico sia a Bruxelles. Nei mesi scorsi, in attesa della sentenza, lo scontro è stato duro. Il 9 giugno del 2021 il presidente Lenaerts ha accolto la richiesta di una serie di Stati di intervenire nella causa a sostegno del Parlamento e del Consiglio. Lo hanno fatto in nove: Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda, Finlandia, Svezia e la Commissione europea di Ursula Von der Leyen.

Agli osservatori più attenti non è sfuggita l’assenza dell’Italia da quell’elenco dove sono presenti, per dire, tutti gli altri cinque Paesi fondatori. Perché l’Italia non si è costituita in giudizio a sostegno della giusta battaglia morale e politica in difesa delle risorse dell’Unione europea? Perché l’Italia si è sottratta lasciando andare avanti tutti gli altri? Gli interrogativi vanno sciolti: è stato per insipienza, superficialità o per una decisione politica? Si tratterebbe, comunque, di due motivi egualmente deprecabili.

La procedura per intervenire

La procedura per intervenire presso la Corte di Giustizia scatta quando l’ufficio legislativo del Justus Lipsius, il palazzo del Consiglio a Bruxelles, comunica ai rappresentanti permanenti (ambasciatori) dei governi nazionali che è stata intentata una causa. Da Bruxelles la notifica viene incanalata verso il governo: ministero degli Esteri, ministero degli Affari europei, Avvocatura dello Stato ed, eventualmente, verso altri ministeri potenzialmente interessati. I governi hanno tre mesi di tempo per valutare e decidere di intervenire nei ricorsi “per la tutela di situazioni d’interesse nazionale” e in procedimenti in corso davanti alla Corte. Come era il caso delle cause di Polonia e Ungheria. Trattandosi di una vicenda notissima, con implicazioni notevoli sul piano politico nazionale ed europeo, è verosimile che dalle parti di palazzo Chigi, dove risiede il Dipartimento degli Affari europei, si sia avuta contezza della faccenda.

Da marzo a giugno 2021 cosa è accaduto? Possibile che non vi sia stata una ricognizione sull’iniziativa che avrebbero assunto altri governi dell’Unione e, in particolare, dei Paesi fondatori? Significativo il giudizio apparso sul Blog di Aisdue, per mano di Paola Mori, docente di diritto europeo all’università Magna Grecia di Catanzaro: “Il silenzio dell’Italia è stupefacente. Negligenza o scelta politica”? Mori ha spiegato come avrebbe dovuto svolgersi l’istruttoria. C’è l’articolo 42 della legge 234 del 2012 che regola la questione: la decisione di un ricorso o di intervenire è assunta dal presidente del Consiglio o dal ministro degli Affari europei, in raccordo con la Farnesina ed altri ministeri interessati (forse, in questo caso, Economia e Giustizia). Ciò dovrebbe avvenire nel contesto di una struttura di coordinamento cui spetta di “individuare i casi di rilevante interesse nazionale da tutelate presso la Corte”. Dunque, la questione ha riguardato sicuramente Draghi, Amendola e Di Maio cui spettava dare l’input politico per la costituzione in giudizio tramite l’Avvocatura dello Stato ed i suoi “agenti” operativi a Lussemburgo. Una decisione di pretta valenza politica. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca (cit. Andreotti): avendo in maggioranza di governo la Lega di Salvini, amico dei sovranisti, si è forse pensato di soprassedere per non avere fastidi ulteriori. Del resto, basta registrare, oggi, il commento sulla sentenza da parte del responsabile Esteri della Lega, Lorenzo Fontana: “La Lega non arretrerà nella battaglia a fianco di Polonia e Ungheria”. E, così, ha arretrato il governo e, con lui, tutti i partiti che ne fanno parte. Compreso il Pd di Sassoli.