Una vela come terapia, guarire stando tutti sulla stessa barca

Il 12 metri a vela dell’agenzia si stacca borbottando dal molo di Rimini. L’ennesima barca che sfila sotto gli occhi dei turisti, rendendo caratteristica la loro passeggiata al porto. Magari, condendola con un moto d’invidia: l’Adriatico delle isole croate! Ma non è l’incipit di una vacanza per l’equipaggio che sfila borbottando diesel: sono i pazienti della Comunità Terapeutica di Vallecchio con i loro educatori. E la barca è la loro terapia, per una settimana. Dodici metri per 9 persone, 1,5 metri a testa. E la meteorologia che governa tutto e tutti.

Mario era già andato per mare, forse prima o forse dopo la sua dipendenza da eroina. Come non si sa se la crociera del progetto Ulisse sia stata risolutiva per fare del mare e delle barche una professione che lo ha portato in sfide mondiali. Nessuno, nemmeno il più esperto degli educatori o degli psicologi ha una carta nautica delle correnti emotive che scatena il mare. Si può solo governare la barca e aiutare. E osservare. Massimo, con forti problemi psichiatrici, salito in barca sedatissimo e in autoisolamento costante con cuffiette e musica. Già nei primi giorni ha scalato gli psicofarmaci, poi il bosco di un’isola croata in silenzio ha ascoltato gli uccelli e la natura. Li ha fatti sostituire la musica e le cuffiette, ha cominciato a comunicare, ha detto che vivere in serenità in armonia è il massimo che puoi avere.

A bordo per uscire dalle dipendenze

Da trent’anni madre natura e uno scafo a vela è parte del percorso riabilitativo dalle dipendenze delle strutture create dalla Cooperativa Sociale Cento Fiori. Da quando l’allora presidente Werther Mussoni, tuttora appassionato velista al servizio del sociale riminese, rimediò un vecchio peschereccio in legno, il Catholica, lo restaurò nel cantiere nautico della cooperativa insieme ai ragazzi, lo armò a goletta e prese la via del mare con i pazienti in lunghe crociere intorno allo stivale. I più grandicelli conoscono la barca sotto altro nome: Goletta Verde. Poco dopo il suo varo, infatti, Legambiente fece diventare le crociere la base marina del suo attivismo.

Tutto cambia. Il mondo delle dipendenze da sostanze e i suoi abitanti non fanno eccezione. Ora le crociere durano una settimana e rientrano nei programmi educativi di “outdoor education”, come si dice ora nelle aule universitarie. O nei simposi internazionali, come la nona International Adventure Therapy Conference dell’Università di Adger, svoltasi a giugno Norvegia, dove Cento Fiori e il Cefeo, il Centro di ricerca sull’Educazione e la Formazione Esperienziale e Outdoor dell’Università di Bologna, hanno presentato il sistema di valutazione sperimentato a bordo delle crociere estive 2021.

Trent’anni di ricerca, di emozioni, di stupori, di fardelli percorsi e abbandonati, ma anche di paure affrontate o acquisite in quelle 70 miglia di Adriatico tra Rimini e Lussino. La natura e la sua bellezza, insieme all’essere fuori dalla “comfort zone” grazie ad un ambiente straniero e non antropizzato, sono i fattori importanti nella terapia. «Così come il vento, il sole, e il mare decidono per noi tutti il tempo del mangiare, del viaggiare, del dormire, mentre nella vita precedente del paziente questi ruoli decisionali erano presi dalle sostanze», raccontano i curatori del progetto attuali, lo skipper – educatore Andrea Ambrosani, l’educatrice Elisabetta Boffa, lo psicologo Michele D’Alessio. Per non parlare dell’annullamento dei ruoli: «siamo tutti sulla stessa barca, quindi eguali».