Una lista civica unitaria per creare un’alternativa nella capitale

Roma ha bisogno di una nuova classe dirigente. Come e da chi può essere costituita? Alcuni esponenti già li conosciamo, ad esempio alcuni bravi amministratori dei Municipi che sono in dialogo costante con i cittadini. Ma la maggior parte non li conosciamo ancora, magari si paleseranno prossimamente. Adesso stanno facendo altre cose: chi organizza una scuola per i migranti, chi studia la struttura urbana, chi inventa un nuovo servizio per i cittadini, chi organizza filiere produttive per il risparmio energetico o per il riciclo dei rifiuti, chi è impegnato a riqualificare i quartieri da Tor Bella Monaca a Corviale. Oppure chi è andato via da Roma, come Francesca Bria, giovane ricercatrice che si è formata nei centri sociali romani per poi diventare assessore all’innovazione della giunta Colau a Barcellona.

Però i tempi stringono, dobbiamo fare qualcosa per accelerare la preparazione dell’alternativa. Occorre prima di tutto rimuovere l’ostacolo del ceto politico, che non molla la presa pur avendo fatto Caporetto. Conosco l’ambiente per esperienza diretta e so che ne fanno parte anche persone in gamba e validi amministratori, ma è la logica di ceto che blocca la generatività sociale. È una logica diffusa sia a destra sia a sinistra e perfino i grillini, che dovevano spazzarla via, l’hanno imparata presto e male.

La logica di ceto consiste nel presentarsi come il nuovo facendo le cose di sempre. È il trasformismo che si va preparando a destra con Salvini, dedito a reclutare i vecchi politici di marca missina. Ogni volta che hanno preso il potere ne sono venute sciagure per la città, prima con Sbardella negli anni Ottanta, poi con Storace alla Regione e infine con Alemanno in Campidoglio. Dobbiamo impedire la quarta sciagura. Che sarebbe anche una beffa: la Lega riporterebbe al governo i protagonisti di Roma ladrona.

Per impedirlo bisogna decidere adesso di costituire una grande Lista civica del centrosinistra. Bisogna evitare che a ridosso delle elezioni se ne formino tante e minoritarie intorno a un partito maggioritario. Questo schema servirebbe a conservare il ceto politico attuale e a imbellettarlo con presunte novità. Solo la Lista civica unitaria è in grado di aiutare la formazione di una nuova classe dirigente e di suscitare una mobilitazione capillare e spontanea di cittadini. Accadde a Milano con Pisapia nel 2011 e diede inizio a un ciclo nuovo nel governo municipale.

A Roma non possiamo ripetere il metodo fallimentare degli ultimi tempi: si è sempre partiti dai nomi, con l’illusione che poi sarebbero venuti i programmi e le alleanze sociali. Tutto ciò ha portato alle sconfitte o all’impreparazione nel governo. Bisogna procedere al contrario. I candidati si decideranno a tempo debito con regole nuove, trasparenti e adeguate a valutare la qualità, la coerenza e il consenso delle persone. Intanto la Lista dovrebbe essere la casa comune di tutti i soggetti già impegnati a cambiare la città, il luogo di elaborazione del programma, dello scambio di esperienze tra diversi movimenti e forze sociali, la palestra di selezione e di formazione dei nuovi amministratori. La Lista sarebbe un ambiente accogliente per tutte le persone che si vogliono impegnare nella politica cittadina, per la promozione di giovani leve, per gli elettori delusi dai Cinque Stelle. La Lista dovrebbe organizzare da subito presidi sociali nei quartieri popolari coordinando tutte le associazioni presenti per dare risposte ai bisogni e mobilitare i cittadini. Abbiamo due anni di tempo per condividere il progetto di governo con gran parte della società romana.

Il PD deve aiutare la formazione della Lista civica senza pretendere di controllarla. Deve rinunciare al simbolo, ma contribuire all’impresa con i suoi militanti e i migliori amministratori. Avrebbe dovuto farlo già nel 2016, almeno nel tentativo di farsi perdonare la misera raccolta delle firme dal notaio per eliminare un sindaco eletto dai cittadini.

Mi auguro, ce lo auguriamo in tanti, che Zingaretti riesca a rinnovare l’organizzazione e ad aprire porte e finestre, ma in ogni caso, anche un PD più forte non basterebbe da solo per sconfiggere la destra. Non so se ho ben compreso il gergo del “campo largo”, ma certo stavolta deve essere tanto largo da mettere in gioco anche il ruolo del PD: non più al comando, ma al servizio di una nuova forza popolare per la rinascita di Roma.

Si prepara una sfida decisiva, da una parte c’è una destra razzista di fatto che vuole insediarsi in Campidoglio e dall’altra deve esserci una nuova classe dirigente che prepari il cammino della capitale nel nuovo secolo.

Non possiamo sbagliare, non sono ammesse chiusure, né egoismi, né piccoli cabotaggi. È il momento di coniugare generosità politica e generatività sociale.