Putin prova ad allontanare gli orrori della sua guerra

Se si voleva provare a capire perché Vladimir Putin, presidente della Federazione russa e comandante in capo delle forze armate, si senta forte nell’aver cominciato la guerra in Ucraina nel nome della lotta ai nuovi “nazifascisti” e intenda proseguirla non si sa sino a quando, bisognava guardare con occhi diversi alla parata del 9 maggio. Non alla parata militare. Perché quella è stata, in fin dei conti, uguale a se stessa. Truppe, carri, missili in transito accanto al Mausoleo di Lenin (però impacchettato dalla scenografia). Bisognava, e bisogna, osservare invece con occhi attenti alla parata civile. Alla marea di russi, moscoviti e di altre città, che hanno sfilato per ore e ore issando bandiere, suonando e cantando “Katiuscia”, mostrando fieri e commossi i ritratti di padri e nonni, caduti o feriti nella “Grande Guerra Patriottica” vinta nel 1945.

Milioni di russi, nella capitale. Una prova di forza. Certo, organizzata a puntino. E, tuttavia, percorsa da un orgoglio radicato nella società nonostante tanti anni dalla fine del conflitto. Perché non c’è casa o famiglia che non abbia un ritratto di un veterano, di un parente morto e che il 9 maggio vada ricordato con il rispetto che si deve alla memoria. Non si inarchino i sopraccigli, non si arricci il naso. Di questo si tratta. C’è la propaganda del sistema ma c’è, potente, un sentimento niente affatto leggero in questa esibizione gigantesca. Sì, anche una festa di popolo.

Putin alla testa del corteo

Vladimir Putin non poteva non mettersi alla testa del fiume di gente, dietro lo striscione del “Reggimento Immortale”. Sceso dal podio del mattino, depositata la corona al monumento del Milite Ignoto nei Giardini di Alessandro, lungo il palazzo del Cremlino, reso omaggio, ciascuna con un mazzetto di garofani, alle lapidi delle “città eroi” (Mosca, Leningrado, Kiev, Odessa…), il presidente nel primo pomeriggio si è messo alla testa di un corteo senza fine (scortato anche da tre uomini con tre identiche valigette in mano) e ha fatto il suo ingresso di nuovo sulla Piazza Rossa portando il ritratto del padre.
Fin che dura, questa è soprattutto la sua forza. La sente e se la gioca, sul piano militare e su quello internazionale. Quel popolo di Mosca è tutto con lui? Non lo sappiamo. Da quello che si è visto non si può dire che si tratta di figuranti. L’opposizione è inesistente e debole? L’opposizione esiste ma appare frammentata. Agisce con il passaparola e sui social (Telegram è una miniera).
Ci sono stati, pure ieri, alcuni episodi significativi. Non tanto per quei cartelli patriottici sui quali, anche a Mosca, è stato appiccicato un foglietto con “No alla guerra”, “Per la pace”. Ma soprattutto per gesti più rischiosi e coraggiosi. Come quello che si è appalesato sugli schermi delle principali tv russe e dove, al posto delle informazioni sulla programmazione della giornata, è apparsa una scritta micidiale: “Il sangue di migliaia di ucraini e centinaia dei loro bambini assassinati è nelle tue mani. La tv e le autorità mentono. No guerra”. È già tanto.

Un discorso contenuto

La cerimonia per la parata militare nel 77° anniversario della vittoria è iniziata ieri, puntualmente come ogni anno, allo scoccare delle ore 10 sull’orologio della torre Spasskaja del Cremlino. Una torre che parla italiano, opera dell’architetto Pier Antonio Solari. I solerti “servizi” britannici avevano gettato l’allarme: ci sarà l’annuncio, da parte di Vladimir Putin, del passaggio dalla “operazione speciale” alla guerra in grande stile. Nulla di tutto questo. I commentatori tv, in Italia, alle prese con una diretta inedita per il 9 maggio, hanno manifestato “delusione”. Il presidente russo ha tenuto un discorso contenuto. Come ha sempre fatto il 9 maggio.
Come hanno sempre fatto i suoi predecessori, a partire dai capi del Pcus. Ha esaltato la vittoria del 1945 sul nazifascismo, ha onorato quei caduti e i veterani presenti sulle tribune (e nel resto della Russia). Ha collegato l’azione dei soldati eroici di allora con quella dei militari russi impegnati nella guerra in Ucraina. Ha ricordato che la principale preoccupazione del Cremlino era, ed è, la difesa delle popolazioni del Donbass e della Crimea minacciate dall’Occidente insieme alle manovre della Nato con l’avvicinamento alle frontiere della Russia.
Dunque, non c’è stata alcuna novità che potesse far capire qualcosa sulle prossime mosse nella guerra scatenata il 24 febbraio. Ed a salutare questi concetti, persino un poco scarni e pronunciati senza enfasi, sarebbe arrivata l’esibizione aerea ma nulla da fare. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è stata colpa del meteo. Non sembrava pessimo, eccetto una pioggerellina. Una volta, ai tempi sovietici, si sparava alle nubi con i cannoni per dissolverle nel cielo di Mosca.

Le parole d’ordine di Putin

Dunque, le parole d’obbligo di Putin: “Siamo orgogliosi dell’incontrastata, valorosa generazione di vincitori, del fatto che siamo i loro eredi, e il nostro dovere è quello di mantenere la memoria di coloro che hanno schiacciato il nazismo”. È la sottolineatura accompagnata dal messaggio per l’esterno: “Facciamo di tutto per garantire che l’orrore della guerra globale non si ripeta”. Per questo si combatte in Donbass, per questo è forte la memoria dei “martiri di Odessa”, i russi morti nel rogo della Casa dei sindacati il 2 maggio del 2014.


Putin non ha fatto riferimento all’operazione speciale sulla totalità del territorio ucraino, non ha fatto alcuna citazione di Kiev, né del ritiro disastroso da quelle zone. Ha ribadito i concetti ben noti: l’intervento russo in Donbass in soccorso delle due repubbliche indipendentiste di Donetsk e Lugansk e l’attacco dell’Occidente sempre più minaccioso con l’allargamento della Nato. Lui ha sintetizzato così: “Abbiamo proposto un piano che ci garantisse sicurezza ma non è stato accettato, loro avevano piani diversi”. Da qui la decisione di muovere i carri armati: “Una nostra risposta preventiva all’aggressione”.

Dopo due mesi e mezzo di guerra, Putin ha dato la sensazione di non avere nulla da aggiungere. Come se rinviasse tutti alla parata del 2023. Nel frattempo non ha mancato di rassicurare le famiglie dei soldati caduti o feriti. Avranno la loro ricompensa, un “sostegno speciale”, peraltro deliberato da tempo dalla Duma. Il dolore “irreparabile delle famiglie” è preso in carico, si fa per dire, dallo Stato. Questo passaggio, forse, è un segnale di preoccupazione. I morti possono far male alla propaganda. Putin lo sa bene d’avere questo nervo scoperto sin dall’inizio della campagna di guerra. Il minuto di silenzio della Piazza Rossa ha marcato la questione delle perdite e dei nuovi lutti. Se la guerra continua a lungo, quante altre perdite? In vite umane e in risorse economiche.

La lunga parata militare

Il discorso è, comunque, filato liscio, senza alcun sussulto, con l’applauso degli invitati in tribuna, i ministri del governo Mishustin, il presidente della Duma, il falco Volodin, il portavoce Peskov, il patriarca ortodosso Kirill. Poi il presidente è tornato a sedere tra due veterani. Tempo nuvoloso. Freschetto. E si è messo sulla gambe una copertina di quelle che gli organizzatori avevano previsto sulle seggiole montate accanto al mausoleo. È partita la parata militare, preceduta dal via vai, di due auto nere scoperte con  ministro della Difesa, Serghei Shoigu, buddista di religione ma che si è fatto la croce come gli ortodossi.

La rassegna dei reparti schierati, con le spalle all’edificio dei famosi Magazzini Gum, è stata salutata da ripetute grida di “Urrah”! Poi la festa popolare. Più importante dell’esibizione di forza bellica.
In serata, nel Palazzo dei Congressi dentro il Cremlino, si è svolto un concerto per il “Giorno della Vittoria”. Le canzoni della guerra patriottica hanno percorso gli anni di guerra sui vari fronti: l’assedio di Leningrado, la resistenza di Stalingrado, il fronte ucraino. Sino alla conquista di Berlino. L’anziano cantante rock Lyube ha cantato, insieme al pubblico, il suo pezzo forte “Kombat”. “Gli aerei volano, i carri armati bruciano, combatti battaglione, combatti per noi, per la Russia, Mosca e Arbat”. Poi un pezzo nostalgico del vecchio soldato che canta: “A casa voglio tornare, da tempo non vedo la mamma”.

Da oggi i russi tornano a lavorare praticamente dopo dieci giorni di festeggiamenti iniziati il Primo Maggio. Nella notte, dalle ore 23, c’è stata la grandiosa festa di undicimila fuochi d’artificio. Sparati da 36 siti di Mosca e visti da decine di chilometri. Ma la guerra continua.