Una giornata tra Meloni e Cuperlo: qualche differenza su cui riflettere

L’altra sera Gianni Cuperlo, quarto e, per ora, ultimo candidato per le primarie del Pd, ha incontrato via etere alcune decine di amici, chiamiamoli pure “compagni” o “militanti”, non tutti iscritti al partito, più di duecento nei momenti di “massimo ascolto” durante una comunicazione /discussione protrattasi per almeno tre ore.

Mezza giornata prima, dalla tarda mattinata in avanti, la presidente del Consiglio s’era intrattenuta con i giornalisti nel corso della cosiddetta conferenza stampa di fine anno, un rito che si trascina da non so quanti decenni. Domande brevi e risposte a piacere. Impossibile ribattere. Nessun contradditorio. Che cosa abbia detto la Meloni si è letto, si è ascoltato. Si sa quindi del Msi “democratico e repubblicano”, dei vaccini, del presidenzialismo, dei condoni, del pnrr, delle intercettazioni e del ministro Nordio, dei progetti per il futuro, quanto siamo bravi, ecc. ecc.   Non è il caso di ricapitolare. Però due passaggi della nostra capo (capa?) del governo mi piace ricordare, due passaggi che si riassumono nella reinvenzione della storia e nella reinvenzione della sanità. Con il covid la Meloni ha spiegato che i vaccini possono farli i vecchi e i fragili, gli altri al più sentano il medico cioè s’arrangino, che le mascherine e i tamponi vanno bene ma, mi raccomando, che non vi siano restrizioni della libertà individuale, come se l’odiato lockdown avesse rappresentato la galera e non l’unico modo, allora a disposizione, in un’epoca senza vaccini, per “prevenire” la diffusione del morbo. In questo modo la nostra Meloni ha sconvolto volumi di pratiche e di raccomandazioni mediche sostenute da tutte le ricerche scientifiche, raccomandazioni che si riassumono nello slogan “prevenire è meglio che combattere, dopo”. Soprattutto quando le sale di rianimazione sono già strapiene. La cronaca dell’epidemia nelle ultime ore sembra non aver pietà per Giorgia.

Nell’altro caso è la storia che la Meloni (coadiuvata dal maestro La Russa) riscrive in una paginetta di battute, circa appunto il Msi, che sarebbe stato “repubblicano e democratico”: fu repubblicano, in odio ai Savoia traditori, ispirandosi alla repubblica sociale (ricorre la parola) di Salò, nazifascista, ma non fu democratico, richiamandosi costantemente, come fecero tutti i suoi “padri fondatori”, ad una dittatura feroce, che aveva soppresso tutte le libertà: Meloni ricorda, e non può far diversamente, con le lacrime agli occhi, la persecuzione degli ebrei, ma non ricorda quella che colpì antifascisti, liberali, comunisti, cattolici, preti e operai, non ricorda Matteotti, non ricorda Gramsci. Non ricorda neppure la soppressione della libertà di stampa: eppure quell’assemblea di giornalisti, avrebbe dovuto, anche nella semplice, materiale, presenza di tanti giornalisti, ricordarglielo. In compenso se n’era in precedenza uscita con la scoperta che “il Msi ha avuto un peso nella storia d’Italia”. Come se questo rappresentasse di per sé un merito. Come se prima un peso e un peso tragico non lo avesse avuto il fascismo. O non lo avesse avuto, tanto per esagerare, Hitler: quanti milioni di morti si dovettero contare?

E gli intellettuali?

La nostra “premier” non stupisce: furbetta, opportunista, svelta di mano, pronta a colpire dove capisce di poter colpire, spronata prima, verso le elezioni, e incoraggiata ora dalle cronache benevole, dalle televisioni che blandiscono, dai numeri nei sondaggi che salgono a suo favore, aiutata pure dallo smarrimento del senso critico, dalla caduta della memoria storica, dall’immagine televisiva imperante di un “popolo” spensierato tutto attento ai balli con le stelle e alle cartoline illustrate, dal tramonto di quei caratteri che furono e sono stati il fondamento della cultura di questo paese (o “Nazione”, rigorosamente con la “N”maiuscola, come vuole ormai la tradizione meloniana). Dove sono finiti gli intellettuali?

A sera, con Gianni Cuperlo, ma non solo per merito suo, s’è visto che il Pd tra mille tribolazioni e un fiume di parole non è finito, che esiste la possibilità di costruire un’altra storia e di raccontare un’altra storia, tutta diversa da quella oggi “maggioritaria” che ci intrattiene fino alla nausea sulla morte della sinistra. Ci intrattiene al punto che alla fine ci si crede e ci si rassegna, come se ogni ipotesi di conflitto fosse ormai estirpato dalla superficie terrestre.

Con Cuperlo si è discusso di principi sui quali si dovrebbe fondare un partito di sinistra, si è discusso di finalità. Piero Ignazi, il politologo, ha voluto quasi dettare cinque parole chiave: futuro, Europa, lavoro, fraternità, eguaglianza. Fraternità ed eguaglianza non stanno nel vocabolario della Meloni. Basterebbero queste due e appena un’altra, libertà, tornando alla rivoluzione che ha aperto la strada alla nostra modernità.

Rispondere alle necessità

Però c’è anche il presente che non si può lasciar correre. Credo che il Pd, se vuole conquistare consenso, debba saper indicare un orizzonte, ma debba anche dire subito che cosa pensa della sanità con i fondi tagliati, delle tasse, della scuola, della guerra, del covid, dell’immigrazione, con parole sue e forti, della corruzione, anche del reddito di cittadinanza, non in coda, ma in prima fila. Identità è anche risposte alle necessità che la gente esprime, non solo elenco di valori e di traguardi ideali per l’avvenire. Magari partendo da constatazioni semplici e pure imprescindibili: che in Italia, ad esempio, i salari sono fermi da trent’anni, che il Pil può risalire solo se si comprimono le diseguaglianze, che curarsi sta diventando un privilegio per ricchi. Se è il caso, se nessuno ascolta, anche riscoprendo quei momenti di lotta, da troppo tempo cancellati in ossequio ai governi in carica. L’Europa conta, perché la sinistra europea può offrire consigli e solidarietà.

Si è letto ieri che Fratelli d’Italia ha presentato un disegno di legge per l’istituzione della giornata dei “Figli d’Italia”. Gravano dunque su di noi l’ombra dei balilla e delle piccole italiane, ma anche il macigno del ridicolo (patrimonio peraltro del passato regime: basterebbe qualche immagine). Non vogliamo prenderla su serio, siamo a Capodanno, tra trombette fuochi e lazzi. Però, considerando come cammina veloce la Meloni, anche questo, con la sua dose di sfacciataggine (e di razzismo), dimostra che non ci sarebbe tempo da perdere.