Una geografia delle emozioni raccolte in due anni di lavoro in frontiera

“Un viaggio che dura anni cambia la vita, le relazioni e anche la concezione del noi. I rapporti di genere, quelli intergenerazionali e quelli di famiglia sono sottoposti a scelte, a traumi, a separazioni e a ricomposizioni. Gli affetti sono sottoposti a dure prove, a cambiamenti e a nuovi assemblaggi parentali e amicali. Le famiglie si scorporano e si disseminano in nazioni diverse, anche se il desiderio è quello del futuro ricongiungimento. L’attraversamento di tante frontiere necessita anni (più di dieci frontiere dall’Afghanistan)”.

Due anni di attività di Medu

Rifugio Fraternità Massi

Piero Gorza, antropologo, responsabile Medici per i diritti umani Piemonte, in un approfondimento monografico fornisce interessanti dati raccolti negli ultimi due anni di attività (2021-‘22) lungo la frontiera alpina del nord ovest, mettendoli in relazione con quelli di altre aree di confine, “luoghi della disuguaglianza”.
Come abbiamo già scritto in questo spazio, i migranti che arrivano in Piemonte, a Oulx con precisione, hanno alle spalle anni di cammino, portano sulla pelle i segni degli stenti e delle percosse subite da parte delle diverse polizie, nessuna esclusa, ma non vogliono sostare più del necessario, la Francia è il loro orizzonte, ci sono quasi, devono continuare ad andare.

Nonostante la rete dell’accoglienza sia prevalentemente associativa e affidata a singoli, in Piemonte finora si è riuscito a garantire un sistema affidabile, il quale, pur nelle difficoltà, spesso dovute a ostacoli burocratici o a scarsità di fondi, ha accolto, rifocillato, curato, prestato ogni tipo di soccorso necessario.

Il rifugio di Oulx

Medu, infatti, è un team composto da una coordinatrice di progetto, medici, mediatori culturali, antropologi, esperti legali e ricercatori, impegnati 4 giorni a settimana presso un ambulatorio messo a disposizione dall’associazione Rainbow for Africa all’interno del Rifugio Fraternità Massi, gestito dalla cooperativa Talità Kum. Da gennaio ad aprile di quest’anno, vi sono passati 1814 persone, tra cui 66 famiglie e 132 minori stranieri non accompagnati. Persino questi ultimi non di rado sono stati respinti dalla polizia francese, nonostante il loro diritto a circolare sancito dal Codice frontiere Schengen (CFS).
Gorza ne descrive i cammini, risalendo ai luoghi di provenienza, alle motivazioni, alle logiche personali e non che li hanno indotti a partire, a compiere il game. Parla degli “spazi della reclusione umanitaria”, paragonandoli in molti casi ai gironi danteschi.

Come un popolo in viaggio abita le terre

Gorza compie un’operazione che non è meramente filosofica, ritorna cioè al soggetto, capovolgendo prospettive e riscrivendo la topografia della migrazione: considera i migranti solo, semplicemente, persone che hanno, al pari di chiunque altro, un vissuto, sofferenze, desideri. “Una geografia delle emozioni e delle relazioni, – scrive nella monografia – risultato di un dialogo tra soggetti, è pertanto una scrittura su come un popolo in viaggio abita il cammino attraversando molteplici terre, e su come cammino e geografie antropiche rimodellino le persone. Per poter seguire queste indicazioni di rotta epistemologica abbiamo concentrato l’attenzione sull’ascolto, il dialogo e la raccolta di memorie”.
Camminare e edificare vuol dire progettare, afferma Gorza. Chi cammina insegue un’idea, vuole realizzarla, fosse solo il ricongiungimento a un familiare che vive lontano, come chi costruisce una casa o pianta un albero. A raccontare le memorie di questi cammini sono donne, uomini, tanti bambini nati nei campi, cresciuti tra un confine e l’altro, inconsapevoli artefici di un riscatto familistico o custodi di una genitorialità a volte impotente di fronte a sacrifici e vessazioni.

“Non sono un migrante, sono una persona”

Foto di Jose Cabeza da Pixabay

Se costoro vengono guardati e accolti come persone, provando a “stare di lato” e “stare in mezzo” nello stesso tempo, esclusivamente i loro bisogni diventano centrali: “Quando il mio amico Modou rivendica di essere “persona” e non “migrante”, svela e denuncia il nostro strabismo. Seguire questa indicazione, però, significa cambiare rotta e, in fondo, compiere una rivoluzione copernicana”.
Corpo, cura del corpo, denuncia delle violazioni dei diritti, ma anche comunicazione e divulgazione, sono le direttive di Medu e di chiunque vi graviti attorno. Un approccio umanitario che verrebbe da definire scientifico: occorre, infatti, comprendere le diverse dinamiche per evitare errori e ulteriori sofferenze a chi ne ha già tante dentro e fuori di sé.

“Si può cambiare camminando, evadendo quegli stereotipi che lo sguardo esterno incolla con troppa superficialità. – ricorda Piero Gorza – Memoria e modellamento di una nuova vita procedono per scarti e continuità: lo riconosciamo a noi stessi, ma non sempre agli altri. Ancora una volta il lavoro di campo e l’attitudine all’ascolto possono rivelare come viaggiare per anni non sia solo uno spostarsi da un punto a un altro, ma qualcosa di molto più profondo che riguarda dinamiche antropopoietiche. Ci sembra di poter dire che “questa nuova vita” non inizia quando si arriva, ma si costruisce nel tempo e negli spazi attraversati”.