Il Pd decida chi è e che cosa vuol fare per rifare la sinistra

Se la domanda fosse che cosa dovrebbe fare il Pd, in questo frangente, per fermare la marcia trionfale che si sognano Meloni e Salvini (con l’accodato Berlusconi che immagina le sue rivincite), marcia che non è detto si debba rivelare per forza trionfale, sarebbe facile rispondere: il Pd faccia il Pd. Lo ha detto in un certo senso, con il garbo che gli è proprio, Enrico Letta, ieri, a fine mattinata, quando ha elencato quelli che sarebbero stati, Draghi in vita, i nuovi provvedimenti d’impatto sociale, tipo salario minimo, concorrenza e sgravi fiscali sul lavoro, “saltati”  causa crisi, rivolgendosi ai giornalisti e soprattutto alla “parte più debole” degli italiani. Poco prima aveva usato il termine “fragili”, persone fragili, cui il Pd dovrebbe in primo luogo rivolgere la propria attenzione. Forse sarebbe stato più efficace se fosse tornato alla vecchia abitudine di chiamare i poveri semplicemente “poveri”, parola che ormai usa quasi solo l’Istat, parola che sembra più corretta e precisa nel definire la questione di classe che ancora affligge l’Italia, il paese delle diseguaglianze che si estendono, degli arricchimenti facili, dell’evasione fiscale, dell’ingiustizia insomma, della furbizia protetta dalle disfunzioni dello Stato e dalle imperfezioni delle leggi (era poi così fuori luogo quel giudizio di “incompetenti” pronunciato da Draghi?), paese, per queste ragioni, dove è difficile distinguere una parte dall’altra (celeberrima battuta di Berlusconi, poco prima dell’arrivo di Monti: “I ristoranti sono sempre pieni”?).

Identità da ritrovare

“Da ieri lo scenario è totalmente cambiato e i Democratici devono concentrarsi su quello che siamo noi, a partire da quello che siamo noi… Non fermiamoci a pensare a quello che faranno gli altri. Anche perché gli altri quello che dovevano fare lo hanno già fatto…”. Parole del segretario, che sente evidentemente il peso della sfida che lo attende. Il Pd trovi o ritrovi quella identità che i suoi elettori e sostenitori gli hanno sempre fiduciosamente attribuito: riformista e “di sinistra”, definizioni che hanno ancora un senso, quindi per l’occupazione (e contro il precariato), per la democrazia, per la libertà, per un benessere diffuso, che non premi solo qualcuno e castighi la maggior parte, per la cultura, per la pace, pure per l’Europa, per una riforma fiscale, per una giustizia che funzioni (penale e civile, fondamentale per la crescita economica), magari anche per rivedere e mostrare quell’orizzonte che una volta veniva evocato come il “sole dell’avvenire”, “sole” poi oscurato dalla sopraggiunta demonizzazione delle ideologie a tutto vantaggio dell’ideologia capitalista… Titoli generici, che si potranno ben circoscrivere in norme precise per un futuro governo. Titoli che indicano una prospettiva, che definiscono l’area di una formazione politica, che garantiscono un senso anche alla ricerca di possibili alleanze, la prima delle quali con un elettorato deluso da altre esperienze o talmente deluso d’aver da decenni rinunciato addirittura al voto.

Se si sta all’esito delle recenti amministrative, milioni di italiani potrebbero rinunciare ad esercitare un loro diritto. Perché non credono ai partiti? Perché si sentono ancora attratti dal becero qualunquismo con la firma di Grillo? Perché in fondo non gliene importa proprio nulla, chiusi nell’egoismo, nella difesa di un vantaggio particolare, nella convinzione di un “far da sé” inevitabilmente legato ad una idea di società senza regole, “impunita” (la società non è buona, scriveva Nadia Urbinati – qui l’articolo), frammentata, assente, una società che anche i più accurati sondaggi non sono in grado di rappresentare in modo compiuto (siamo sicuri, ad esempio, delle percentuali attribuite ai vari partiti, partitelli e orticelli?), ma una società che conosciamo: si dovrebbe scrivere e discutere ancora di mafie, di “sommerso”, di economia in nero e di economia criminale, di privilegi, di corporativismi (bagnini o tassisti), di perenni conflitti di interesse. Più che Salvini e la Meloni spaventa una “palude” che pure è Italia, una palude dalla storia secolare. Eppure qualcuno dovrà tentare di prosciugare questa “palude”, meno profonda in altre epoche della nostra storia, quando davvero si poteva sperare in un “nuovo mondo”. Possibile?  Si deve tentare, è perché è un modo per rivolgersi a quella parte del paese (dai redditi fissi ai pensionati ai giovani senza lavoro), che vivono della loro onestà.

Iniziativa politica

“Ieri si è creato un vulnus nei confronti del paese che durerà a lungo, a meno che non vinciamo noi, che saremo in grado di riprendere il filo positivo che si è interrotto…”, ha ricordato Letta. Forse, per vincere, bisognerà convincere gli elettori che si potrà fare molto di più, dichiarando con lucidità, fermezza, coraggio i limiti dell’esperienza appena chiusa. L’agenda di governo presentata da Draghi non poteva essere il libro dei sogni, ma qualcosa di più si dovrà dire, magari precisando le priorità, per una forte, orgogliosa iniziativa politica.

L’altra domanda del giorno (visto che si andrà a votare con il cosiddetto Rosatellum, che pretende coalizioni) sarebbe: con chi? Accantonato il “campo largo” (ma chi è il copy che si inventa simili metafore?), che cosa rimane? Calenda, Renzi, Brunetta e la Gelmini, Toti, Di Maio, Fratoianni? Eppure esistono, pronti a ritagliarsi una spazio di visibilità e di talk show televisivo. Anche loro, per non morire, dovranno fare qualcosa, allearsi come impone la legge elettorale. Parliamo di un presunto “centro” che vanta più “galli” che voti.

Con chi?” dovrebbe significare anche riannodare i fili di una storia di solidarietà con il mondo del lavoro, rappresentato dai sindacati (sono loro i “corpi intermedi” ignorati dalla politica negli ultimi decenni eppure ancora rappresentativi), con l’associazionismo, con gli imprenditori (hanno bisogno di un governo autorevole che sappia sostenere l’impresa e sappia dialogare con l’Europa, soprattutto in tempi di Pnrr). Essendo poi il Pd un partito che non teme a definirsi “partito”, potrebbe trarre vantaggio da una organizzazione di base, i circoli, che resiste demotivata, ma che potrebbe ritrovare una ragion d’essere e responsabilità, se scoprisse di contare qualche cosa: questa sarebbe democrazia.

A proposito di televisione… Letta dovrebbe dare uno sguardo al sistema dei media, che sopravvive in una crisi (propria) devastante, ma in campagna elettorale tornerà a contare. Il Corriere ha appena riservato alla Meloni una pagina di intervista. Seguiranno altre, dopo quelle già in archivio. Per quanto riguarda gli altri, possiamo già prevedere gli orientamenti. Dai tempi di Renzi non esiste più l’Unità (anche se si celebrano ancora le Feste dell’Unità). Forse i cosiddetti social sono diventati gli strumenti più efficaci di propaganda politica, ma anche di informazione, non solo di propaganda. Salvini sta già correndo… Non stiamo alludendo alla democrazia plebiscitaria in stile Cinquestelle. Ma i veicoli per le opinioni e per le notizie, vere o false, sono ormai quelli.

Coloro che sanno anche dire di no

Letta dovrà anche scegliere i candidati. Dovrebbe tener conto dell’invettiva di Draghi contro gli “incompetenti”. Ma dovrebbe anche guardarsi dai “signor sì” e dalle “signore sì”, che recitano a memoria dichiarazioni prescritte davanti alla tv: non convincono nessuno. Sono più utili e affidabili coloro che sanno dire “no”.

Il centrosinistra è in alto mare, come ci ha raccontato ieri Paolo Branca. In alto mare a partire dalla definizione, ma dovrebbe conoscere il disegno del suo perimetro sociale e i suoi cardini ideali. Il tempo stringe, due mesi (votando il 25 settembre). Se non mancassero volontà, responsabilità, virtù civica, non mancherebbe però neppure il tempo per cominciare a costruire qualche cosa di importante. Come ha ammonito il presidente Mattarella “il periodo che attraversiamo non consente pause”.