Una coalizione “semaforo” per battere la destra in Europa

Mancano meno di seicento giorni alle elezioni europee nella primavera del 2024, le decime dal 1979, quando fu eletto il primo Parlamento di una Comunità che allora era composta da nove paesi dell’Europa occidentale.

Il quadro politico continentale è radicalmente cambiato negli ultimi anni sia nel Parlamento europeo eletto nel 2019 sia nei ventisette paesi membri in una legislatura che è stata caratterizzata dall’uscita del Regno Unito con la Brexit, dalla pandemia e, dal 24 febbraio in poi, dalla aggressione della Federazione Russa all’Ucraina che ha sconvolto la dimensione geopolitica sul continente.

Non è immaginabile che nei prossimi seicento giorni si possano concludere alcuni dei negoziati di adesione all’Unione europea sia con i paesi che sono da tempo candidati, come la Serbia o il Montenegro, sia con quelli a cui è stato recentemente concesso lo status di candidati, come l’Ucraina e la Moldova. Ciononostante a Kiev si è aperta, nonostante la guerra di cui non si immagina quando e come si potrà concludere, la prospettiva dell’elezione a suffragio universale e diretto di sessanta provvisori parlamentari ucraini e cioè un numero simile agli eletti della Spagna, che ha una popolazione di una dimensione simile a quella dell’Ucraina e l’esempio potrebbe essere seguito da altri paesi candidati per anticipare le conclusioni politiche e istituzionali dei negoziati di adesione. Ciò non cambierà la dimensione del Parlamento europeo anche perché è nota l’ostilità dei governi nazionali ad accettare la proposta, adottata dall’assemblea nel maggio 2022, di aggiungere ai parlamentari eletti nei paesi membri ventotto deputati eletti in liste transnazionali che, secondo l’opinione di una parte delle forze politiche europee, dovrebbero essere guidate ciascuna da uno Spitzenkandidat.

Lo Spitzenkandidat

Come sanno le lettrici e i lettori di Strisciarossa, l’idea dei candidati alla presidenza della Commissione europea (Spitzenkandidaten) è stata lanciata dal Parlamento europeo nel 2014 – sfruttando il fatto che il Trattato precisa che la scelta del candidato deve essere fatta “tenendo conto del risultato delle elezioni europee” – nel tentativo di forzare il Consiglio europeo dei capi di Stato o di governo ad accettare come presidente il candidato del partito europeo di maggioranza relativa da sottoporre all’elezione del Parlamento stesso a cui far seguire un voto di approvazione di tutta la Commissione.

Nel 2014 è prevalsa apparentemente l’idea del Parlamento europeo perché il lussemburghese Jean-Claude Juncker era lo Spitzenkandidat del PPE con una candidatura contrapposta a quella del socialdemocratico tedesco Martin Schulz. Allora Juncker fu imposto da Angela Merkel al Congresso del PPE a Dublino nel febbraio 2014 contro la candidatura del francese Michel Barnier, mentre nel 2019 il Consiglio si è opposto allo Spitzenkandidat del PPE Manfred Weber – che avrebbe raccolto difficilmente un consenso maggioritario nel Parlamento europeo – preferendo l’accordo fra Emmanuel Macron e Angela Merkel sulla ministra della difesa cristiano-democratica tedesca  Ursula von der Leyen nell’ambito di un trittico che portò poi alla presidenza del Parlamento europeo il socialista David Maria Sassoli e alla presidenza del Consiglio europeo il liberale Charles Michel.

Nel corso degli anni di questa prima metà della legislatura però la convergenza fra i popolari e i socialisti nel quadro di una “grande coalizione” europea di cui facevano parte anche i liberali ad egemonia macronianana di Renew Europe si è andata progressivamente indebolendo ed anzi su alcuni temi c’è stata una vera e propria contrapposizione come su quelli del welfare, della lotta al cambiamento climatico e delle conclusioni da trarre dai risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa.

A questa crescente contrapposizione non è estraneo il fatto che si siano formate a livello nazionale coalizioni fra popolari e conservatori e anche esplicite alleanze con forze politiche di estrema destra, come è avvenuto dopo le elezioni in Svezia, la costituzione di un governo a trazione sovranista dopo le elezioni in Italia e la complicità in Spagna fra il Partito Popolare e il post-fascista Vox.

Verso un accordo politico tra PPE e ultradestra?

Il sostegno del PPE al governo Meloni, espresso prima e dopo le elezioni del 25 settembre, potrebbe preludere ad un accordo politico fra i popolari di Manfred Weber e il gruppo dei Conservatori e Riformisti di Giorgia Meloni e del premier polacco Mateusz Morawiecki, se non addirittura all’adesione di Fratelli d’Italia al PPE. Se si confermasse nel tempo l’attuale trend di crescita di FdI e di calo progressivo della CDU anzi, potrebbe anche darsi il caso che la formazione di Meloni diventasse, dopo le elezioni europee nel 2024, la più forte componente nazionale del PPE.

Questa intesa tra i popolari e la destra si potrebbe consolidare in una “candidatura di coalizione di centro-destra” PPE-ECR con la scelta dell’attuale presidente del PE Roberta Metsòla come Spitzenkandidatin in un quadro politico mutato nel Consiglio europeo dove i leader del PPE e dell’ECR sarebbero ora la maggioranza.

Che fare di fronte a questa prospettiva, rafforzata dalla creazione di governi di coalizione di centro-destra o di destra-centro in un numero crescente di paesi europei? Una risposta auspicabile è che i partiti progressisti e innovatori cominciassero a lavorare politicamente a livello europeo per la creazione di una coalizione “semaforo” (rossa-verde-gialla) sul modello di quella che è stata formata in Germania dopo le elezioni federali nel settembre 2021 con l’alleanza fra SPD, Verdi e Liberali.

Questa possibile coalizione dovrebbe in primo luogo definire un programma comune concentrato sulla promozione dei diritti fondamentali e del rispetto dello stato di diritto, sul superamento del nazionalismo in una dimensione sovranazionale, nel rafforzamento della democrazia economica, partecipativa e di prossimità insieme con una vera cittadinanza europea che coinvolga anche i residenti provenienti da paesi terzi, sulla pace e sulla giustizia, su una politica fiscale che garantisce l’equità e ì beni pubblici, sulla non discriminazione, sui servizi di interesse generale, sulla convergenza e sulla coesione per assicurare una competitività sostenibile, sul raggiungimento degli obiettivi di un’economia verde.

Programma comune e alleanza elettorale

Il programma comune dovrebbe precedere la definizione di un’alleanza elettorale, la quale però sarebbe essenziale per gettare le basi di una maggioranza progressista e innovatrice nel prossimo Parlamento europeo. Si tratterebbe di unire l’internazionalismo socialista e socialdemocratico al cosmopolitismo liberale e alla dimensione ambientale. Questa maggioranza dovrebbe quindi identificarsi nella scelta di un candidato comune (Spitzenkandidat) alla presidenza della Commissione europea rilanciando l’idea dell’unificazione delle presidenze della Commissione e del Consiglio europeo e difendendo l’idea delle liste transnazionali osteggiata dalla maggioranza del PPE e dei conservatori.

Mancano meno di seicento giorni alle elezioni europee nella primavera del 2024 e la coalizione “semaforo” europea dovrebbe essere costruita giorno per giorno a partire già dalle prossime settimane.