Una coalizione
non si fa in laboratorio

A leggere i giornali sembra tutto fatto. Tutto già deciso: la coalizione, il garante, i protagonisti di questo gran ritorno di un centrosinistra che negli ultimi quattro anni era stato messo sotto naflatina. Ma è davvero così? E’ davvero come ce la raccontano? Qualche dubbio sorge, a osservare con attenzione quello che accade. Vediamo.

Cominciamo da Prodi. Il professore, che secondo la vulgata dem sarebbe già il garante di questo patto tra Renzi, Pisapia e Casini, finora non ha detto una parola. La telefonata con Renzi – e chi ha chiamato chi ancora non è chiaro – appare piuttosto interlocutoria. Rimbombano nell’aria le poche frasi che l’ex premier ha pronunciato nelle ultime settimane, che non erano tenere né con Renzi né con il Pd. Tutto passato? Non si sa, fatto è che l’uomo che dovrebbe fare il garante è partito, secondo i programmi precedenti, per un lungo tour tra Cina e Stati Uniti che durerà un mese. Al ritorno si vedrà.

Giuliano Pisapia, che negli ultimi mesi ha altalenato non poco tra il rapporto con Mdp e la sinistra e quello con Matteo Renzi, nel racconto di questi giorni sembrerebbe aver ormai rotto ogni indugio. È propro così? Anche in questo caso pare che qualche perplessità rimanga, al punto che l’ex sindaco di Milano sente il bisogno di spiegare per raffreddare gli entusiasmi: nulla è deciso, servono gesti di discontinuità e di cambiamento. Infine, Emma Bonino. Anche lei data già bella e seduta sul vagone renziano smentisce qualsiasi accordo: non c’è nulla, noi andiamo avanti per la nostra strada per costruire una lista per l’Europa.

Insomma, il lavoro infaticabile di Piero Fassino per ora sembra fermo alla fase interlocutoria. E si scontra, in attesa del faccia a faccia con Roberto Speranza che avverrà nelle prossime ore, con il no del pezzo più forte di un’eventuale coalizione di centrosinistra: la sinistra. Che in questi primi passi non vede alcuna novità in grado di fargli cambiare idea.

D’altra parte, si poteva immaginare che a Fassino bastasse qualche giorno per sanare le ferite di un quadriennio e per ricomporre i dissidi sul lavoro, la scuola e il welfare? E si poteva immaginare che si potesse rifare una coalizione con il “delegato Fassino” a trattare e il segretario Renzi in giro per l’Italia con il suo treno? Proprio in quel viaggio, e proprio nei giorni della trattativa in cui Fassino concedeva qualcosa a chi criticava il Pd, l’ex premier ha elogiato a ogni tappa i risultati di governo, ribadito che quel che si è fatto si è fatto bene e che quindi non c’è nulla da ripensare. Infine nel solito stile ha ripetuto che lui comunque preferisce parlare con gli italiani piuttosto che perdere tempo con la “politica tradizionale”, come ha scritto sulla sua ultima e-news. E la politica tradizionale sarebbe quella che si fa a Roma, compresa la trattativa in corso.

Strano modo di pensare al nuovo centrosinistra, non c’è che dire. Sembra il solito gioco delle parti che permetterà a Renzi in caso di fallimento dell’impresa, come è ancora possibile che sia, di dire: signori, vedete non s’è fatto nulla, solo chiacchiere in politichese, mentre io parlo dei problemi degli italiani con gli italiani. La sensazione è che all’idea di un’alleanza di centrosinistra non ci creda nessuno, a cominciare dal segretario del Pd che non ha nessuna voglia di mettersi nelle mani di quelli che voleva rottamare.

Il fatto è che le coalizioni, per essere vere, non possono nascere in laboratorio dosando i componenti della nuova sostanza da inventare: un tot di sinistra, qualche grammo di centro, un altro tot di centrosinistra, un’aggiunta di radicalismo. Le coalizioni, come sa bene Walter Veltroni che si appella di continuo all’unità, nascono da blocchi sociali da rappresentare. E quindi da idee forti che siano in sintonia con quei blocchi sociali. Come accadde nel 1996 con l’Ulivo, che resta l’unico esempio innovativo e propulsivo di alleanza nel centrosinistra.

Il problema è tutto qui: la distanza su quali blocchi sociali rappresentare – i lavoratori o i ceti imprenditoriali – e su quali idee rilanciare – il jobs act o la lotta alla precarietà – mi pare che resti ancora intatta e sicuramente non si colmerà con qualche promessa dell’ultimo secondo prima che suoni il gong. Perché il gong, per chi non lo avesse ancora capito, è suonato da un pezzo.