Una Bad Godesberg ecologista
tra papa Francesco e Greta Thunberg

Ormai non piú giovanissimi, i movimenti che si intestano il nome di ecologisti sono arrivati a un bivio. Devono fare i conti con i loro “lati oscuri”, o finiranno per apparire come quei vecchi che per continuare a mostrarsi giovani diventano ridicoli e patetici. Serve, agli ecologisti, un bagno di autocoscienza: una specie di Bad Godesberg verde.

Bad Godesberg è un quartiere della città di Bonn, in Renania, che fino alla riunificazione tedesca del 1989 è stata capitale della Germania Ovest: qui nel 1959 si tenne un congresso del Partito socialdemocratico tedesco passato alla storia, divenuto il simbolo di un socialismo, non solo tedesco, che diventava “grande”, che si metteva definitivamente alle spalle l’utopia rivoluzionaria e decideva di promuovere un progetto di riforma graduale, “da dentro”, del capitalismo. Grazie a quell’atto di apparente rinuncia agli ideali rivoluzionari delle origini, presto imitato anche fuori dalla Germania, il movimento socialista europeo da una parte ha scelto di interiorizzare come propri valori condizioni di progresso civile – le libertà personali, il pluralismo politico – a lungo considerate come “orpelli borghesi”, e dall’altra ha partecipato da protagonista a un’opera di radicale e oggettivamente rivoluzionaria trasformazione sociale nel segno dei diritti dei lavoratori, del diritto alla scuola e alla sanità per tutti, di politiche per una piú equa distribuzione del reddito, che ha avvicinato sensibilmente le società europee ai princípi umanitari ed egualitari da cui era nata l’idea socialista.

Il tempo per una Bad Godesberg verde è questo. Il Covid-19 e soprattutto ciò che sarà subito dopo rappresentano una sfida epocale per l’intera umanità, che deve riorganizzare la propria vita sociale ed economica nel senso della resilienza, di una maggiore capacità di assorbire e possibilmente di prevenire i “colpi” che arrivano dall’esterno. Colpi come l’attuale pandemia, colpi ancora piú temibili come il climate change. Bisogna che l’ambientalismo metta in campo un progetto riformista sia radicale che realistico per “contaminare” con le sue ragioni il futuro prossimo, a cominciare dai percorsi di ripartenza dopo questa drammatica, globale crisi sanitaria. Una svolta cosí da parte dei movimenti ecologisti è tanto piú urgente perché le culture progressiste ereditate dagli ultimi due secoli sono esauste, isterilite, sempre meno “contemporanee”. Ed è urgentissima in Italia, dove l’establishment politico in tutte le sue espressioni – sinistra, destra – si è mostrato fino a oggi particolarmente refrattario a integrare le preoccupazioni ecologiche nelle proprie visioni e proposte: per conservare senso e futuro l’idea di progresso ha bisogno, in Italia piú ancora che altrove, di molto verde.

Francesco e Greta

Questo cammino è avviato da tempo, con associazioni, movimenti, partiti che teorizzano e praticano un ambientalismo davvero riformista. Lungo questa stessa strada, poi, due figure rappresentano già delle pietre miliari: Francesco e, si parva licet, Greta Thunberg. Il loro merito è di avere umanizzato l’idea ambientalista, di averne fatto l’idea di un nuovo, potente umanesimo. E di averla resa – con l’autorevolezza assoluta di Francesco, con la credibilità straordinaria di Greta verso le generazioni piú giovani – un’idea capace di “parlare al mondo”.

Con l’enciclica Laudato si’ del 2015, Francesco ha messo un punto all’idea creazionista – per secoli centrale nella teologia e nel messaggio cristiani – che l’uomo sia altro dalla natura: quasi una seconda rivoluzione copernicana, che vede oggi la Chiesa cattolica tra i principali protagonisti dell’impegno ecologista. Al centro dell’enciclica è l’immagine del mondo, uomo compreso, come un “tutto” complesso e interdipendente: “Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola. (…) L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, a un progetto comune». Cosí Edgar Morin riassume il senso rivoluzionario e modernissimo di queste parole pronunciate nel contesto piú solenne, una lettera enciclica, dal capo della Chiesa cattolica:

Francesco rigenera l’invocazione di san Francesco d’Assisi, riconoscendo la fratellanza degli esseri umani con ogni creatura. E questo sentimento di fratellanza converge, in certo senso, con ciò che la scienza è giunta a raccontarci. Oggi sappiamo che possediamo cellule che si sono moltiplicate fin dall’origine della vita e di cui siamo composti, come ogni altro essere vivente. Se ripercorriamo la storia dell’universo, ci accorgiamo cosí che, pure in modo singolare, portiamo in noi tutto il cosmo. Esiste una solidarietà profonda nella natura, anche se beninteso siamo diversi, per via della coscienza, della cultura. Ma pur essendo diversi, siamo tutti figli del Sole, o fratelli del Sole, secondo l’espressione di san Francesco…

Dicono molti detrattori del “papa ecologista”: Francesco è gesuita, come da sempre i gesuiti anche lui fa di tutto per compiacere lo “spirito dei tempi”. Per questo accoglie gli omosessuali e per questo invoca una nuova armonia tra l’uomo e la natura. Giusto, un papa dunque “contemporaneo”, e allora viva i gesuiti!

Greta Thunberg

Anche Greta Thunberg e i suoi Fridays for future hanno portato una novità rivoluzionaria: hanno collocato l’allarme per la crisi climatica su un terreno che lo rende finalmente popolare. La loro forza è di non nascere come ambientalisti: stanno urlando che il collasso climatico non è una minaccia per la Terra, ma per noi umani – soprattutto per loro che vivranno ancora a lungo – e per il nostro benessere.

Greta Thunberg è antipatica a molti. È antipatica anche a parecchi ecologisti storici, che di fronte alle sue parole semplici e al suo successo mediatico strabiliante alzano il sopracciglio: «Noi studiamo i problemi ambientali da decenni e non ci hanno mai dato troppo ascolto, ora arriva questa ragazzina un po’ incazzata e tutti scoprono i problemi ambientali». Ecco, ma se ci è voluta una ragazzina un po’ incazzata e non particolarmente erudita perché il mondo si accorgesse davvero della crisi climatica, allora significa che gli ecologisti venuti prima non erano poi cosí bravi…

Tra Francesco e Greta ci sono sessant’anni di mezzo. Ma il vecchio gesuita argentino divenuto papa e la giovane donna svedese che ha inventato i Fridays for future sono accomunati da una stessa sfida totalmente contemporanea: convincere l’umanità che l’ambientalismo è utile a se stessa prima che alla natura. La Bad Godesberg verde cammina anche e molto sulle loro gambe.

Una Bad Godesberg degli ecologisti è necessaria a loro perché siano protagonisti del cambiamento economico e sociale che per primi hanno invocato e che oggi quasi tutti almeno a parole auspicano, ed è necessaria a tutti perché il cambiamento cammini veloce e raggiunga i suoi traguardi prima che la crisi climatica diventi per l’uomo un problema irrisolvibile.

Però c’è un punto su cui va fatta chiarezza: indicare la prospettiva di una Bad Godesberg verde non significa ritenere che i partiti ecologisti, per entrare nelle “stanze dei bottoni” dove si decidono le politiche pubbliche, debbano diventare piú “moderati”; che per esempio debbono smetterla di pretendere tempi stretti nella conversione carbon-free dei sistemi energetici per fermare la crisi climatica. L’invocazione che arriva da varie parti di un “verde pallido” è l’opposto di una Bad Godesberg verde: è l’auspicio piú o meno consapevole «che tutto cambi perché tutto resti com’è», caro a chi per mentalità o per interesse non vuole un autentico e profondo cambiamento green. Invece una Bad Godesberg verde serve per ottenere l’opposto, per costruire qui e ora una vera, rivoluzionaria transizione ecologica.

La transizione ecologica non è un “pranzo di gala”.

 

 

Questo testo è tratto dal libro

Roberto Della Seta

Ecologista a chi? Chiara fama e lati oscuri del pensiero green alla prova del Covid

Salerno Editrice

in libreria da giovedì 28 ottobre.