Un’alleanza mondiale contro le epidemie
“Nessuno si salva se non si salvano tutti”

 

Un nuovo trattato internazionale che dia regole comuni e consenta un lavoro coordinato per affrontare una futura pandemia. Lo chiedono in una nota congiunta il direttore generale dell’Oms,
Tedros Adhanom Ghebreyesus, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, più i leader di 25 Paesi tra cui Mario Draghi, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Boris Johnson ma anche i
presidenti della Repubblica di Corea, del Cile, delle isole Fiji. Insomma, rappresentanti provenienti da tutto il mondo. Le premesse per una tale richiesta sono sostanzialmente due. La prima si basa su quello che da anni chi studia la materia va predicando: nei prossimi anni dovremo confrontarci con altre epidemie provocate da microrganismi nuovi, come il virus SARS-CoV-2, o che riemergono dal passato con nuove caratteristiche. La seconda premessa Covid 19 ce la ricorda tutti i giorni in modo doloroso: da soli non se ne esce o, per dirla con le parole dei firmatari, “nessuno è al sicuro finché ognuno non è al sicuro”.

L’approccio “One Health”

Bisogna quindi cooperare se si vuole limitare i danni dell’epidemia prossima ventura, dicono i promotori dell’iniziativa, e bisogna farlo seguendo un approccio “One Health”. Che vuol dire? Che
la salute degli esseri umani, quella degli animali e quella degli ecosistemi sono strettamente legate fra loro. Ormai sappiamo che circa il 75% delle infezioni umane emergenti hanno origine come
zoonosi, ovvero vengono da microorganismi che circolano tra gli animali e che ad un certo punto diventano capaci di infettare l’essere umano. E sappiamo anche che lo stato degli ecosistemi e
dell’ambiente influenza la salute di esseri umani e animali portando spesso all’emergere o riemergere di nuovi agenti infettivi. Il direttore dell’Oms lo ha affermato pochi mesi fa, parlando di
Covid 19: “La pandemia ci ricorda il rapporto intimo e delicato tra gli esseri umani e il pianeta.
Qualsiasi sforzo per rendere il nostro mondo più sicuro è destinato a fallire a meno che non si affronti l'interfaccia critica tra persone e agenti patogeni, e la minaccia esistenziale del
cambiamento climatico, che sta rendendo la nostra Terra meno abitabile”. Sull’approccio “One Health” ormai si lavora in tutto il mondo: la virologa Ilaria Capua, ad esempio, dirige il One Health
Center of Excellence dell’Università della Florida.

Nicolas Poussin: La peste di Azoth

Il fatto che nuove epidemie di malattie infettive possano emergere nel futuro è dunque ormai un dato acquisito, se ne discute da anni e in effetti solo nel ventunesimo secolo abbiamo assistito alla nascita di SARS, MERS, influenza aviaria, chikungunya, tubercolosi resistente ai farmaci. Tutte hanno destato preoccupazione, per fortuna nessuna si è trasformata in pandemia, rimanendo isolata in limiti spaziali e/o temporali. Fino alla pandemia che in un anno ha cambiato radicalmente le nostre vite. In modo inatteso? Non proprio. Le malattie infettive emergenti e riemergenti erano state identificate come una seria minaccia alla salute delle persone: già il dodicesimo programma di lavoro dell’OMS che terminava nel 2019 aveva come uno degli obiettivi strategici proprio prevenire i danni di possibili epidemie di questo genere. Purtroppo l’impegno dei singoli paesi membri su questo obiettivo è stato molto limitato.
La preoccupazione dell’Oms era dovuta al fatto che alcuni dei fattori che possono provocare l’emergere di nuovi microorganismi pericolosi hanno visto crescere la loro importanza negli ultimi
anni. Parliamo ad esempio della modificazione degli ecosistemi, tra cui quella dovuta al cambiamento climatico. I microorganismi infatti sono in grado di evolversi per adattarsi alle nuove
condizioni ambientali, ma così facendo possono acquisire nuove capacità, ad esempio espandersi in aree dove non erano presenti e lì trovare nuovi ospiti da attaccare. Anche le attività umane, come la deforestazione, possono favorire la diffusione delle infezioni. Poi c’è l’aumento demografico e la conseguente urbanizzazione, che non sempre è accompagnata dalla creazione di infrastrutture adeguate, la globalizzazione con la velocità degli spostamenti enormemente aumentata.

Fare prevenzione, anche se costa

L’epidemia “spagnola” nel 1918

Insomma, tante cose si sapevano, ma probabilmente molti se ne erano dimenticati. Del resto fare prevenzione costa. Essere preparati vuol dire spendere molto con il rischio che la pandemia non arrivi. E qualcuno ha pensato che se ne poteva fare a meno. Covid 19 ci ha dato la sveglia. Tutti gli elementi che possono favorire l’emergere di una pandemia sono ancora presenti e per
questo i firmatari del documento affermano che “la questione non è se, ma quando”.Se questo è vero, allora bisogna prepararsi e bisogna farlo insieme per predire, prevenire, rilevare e
rispondere garantendo un accesso universale ed equo a strumenti diagnostici, farmaci e vaccini. Un trattato potrebbe essere uno strumento per organizzare questa risposta, rimanendo del resto nel solco di uno dei principi costitutivi dell’Oms: salute per tutti.
L’obiettivo principale di questo trattato sarebbe promuovere un approccio unitario, rafforzando le capacità nazionali, regionali e globali. Questo vuol dire spingere sul potenziamento della
cooperazione internazionale per migliorare, ad esempio, i sistemi di allarme, la condivisione dei dati, la ricerca e la produzione e distribuzione locale, regionale e globale di contromisure mediche e di salute pubblica, come vaccini, medicinali, diagnostica e dispositivi di protezione individuale. In una conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa il direttore dell’Oms ha ribadito che “Gli
impatti sulle nostre società, economie e salute, in particolare per i poveri e i più vulnerabili, sono troppo significativi (…) dobbiamo agire con coraggio”.