Un tifoso juventino può governare Napoli? Il rapporto tra tifo e politica

Poteva succedere ovunque e invece… come recita un meme che circola spesso sui social, guarda caso poi succede a Napoli. Il tema caldo di questi giorni nel dibattito per le comunali è il fatto che Gaetano Manfredi, candidato sindaco dell’alleanza Pd-M5S-Art. Uno, è juventino.

“Tifoso del Napoli? È uno dei miei difetti. Non lo sono. Seguo il calcio, ma non sono tifoso del Napoli. Tifo per la Juventus” ha candidamente confessato l’ex rettore della Federico II, commettendo l’errore più grande che potesse fare. Sì, perché a Napoli, se ti candidi, puoi essere fascista, puoi essere leghista, puoi persino avere rapporti con la camorra e la tifoseria organizzata, ma guai se sei juventino. Lota, gobbo, munnezza, rubentino: è incredibile la quantità di insulti che Manfredi si sta beccando in questi giorni per la sua “ammissione di colpa” . E, ovviamente, il centrodestra ha colto la palla al balzo per cavalcare il malcontento generale: “Avrà avuto un’infanzia difficile”, ha commentato a caldo Catello Maresca, a riprova del fatto che non basta avere un candidato presentabile per diventare decenti.

Un cortocircuito trasversale

Saremmo però disonesti se scrivessimo che questa forma di demagogia è appannaggio di una sola parte politica, perché il cortocircuito per cui a Napoli l’allenatore deve essere rappresentativo della città ed il sindaco rappresentativo della squadra è una malattia che colpisce tutti indistintamente: destra e sinistra, sottoproletariato e alta borghesia. È un fatto radicatissimo, trasversale.

Tant’è che anche il sindaco uscente Luigi de Magistris, nel suo rimestare nei sentimenti più plebeistici dell’elettorato, ha ben presto messo da parte la sua nota passione per l’Inter e si è magicamente convertito al tifo per il Napoli, e lo ha fatto, tra l’altro, nel modo più furbesco possibile, cioè con frequenti polemiche contro il presidente De Laurentiis e arrivando una volta persino ad esortarlo a spendere di più durante le campagne acquisti (una variazione sul tema del tanto caro ai tifosi “pappo’ caccia ‘e sorde”).

Insomma, chi se ne frega se il sistema di trasporto pubblico è al collasso, se le chiese del centro continuano a subire crolli, se il debito comunale è diventato insostenibile e non si intravvede alcuna prospettiva di sviluppo economico all’infuori dei tour dei bassi e delle pizzerie; l’importante è avere un sindaco tifoso, uno che “difende la città”. Napoli tutta è ormai schiava dell’immagine lazzarona e improduttiva che la rende attrattiva agli occhi dei turisti. È rimasta ben poca dignità nell’elettorato e nella politica locale.

Uno juventino a palazzo San Giacomo?

Ahinoi, però, ieri all’Adnkronos Manfredi ha provato a buttare acqua sul fuoco e, anziché continuare ad esibire sfacciatamente la sua fede bianconera, ha dichiarato di avere “un grande amore anche per il Napoli”. Sta di fatto però che, se l’alleanza giallorossa dovesse vincere (come sembra indicare un recente sondaggio), ci troveremmo uno juventino a palazzo San Giacomo. Si tratta sicuramente di una prospettiva spassosa – su questo non c’è dubbio –, ma chissà che non sia anche il primo passo per spezzare finalmente il legame morboso che c’è tra tifo calcistico e politica locale.