Affari con i fondi Ue:
la nuova frontiera
di Cosa Nostra

Da sempre, in Sicilia, quella dei Nebrodi – i monti a cavallo tra le province di Messina Enna e Catania – viene definita una mafia “babba”, insignificante, come le province di Enna e Messina, anch’esse “babbe”. Invece, l’inchiesta della Direzione distrettuale Antimafia della Città dello Stretto che mercoledì, su disposizione del Gip, ha portato a 94 misure cautelari, con 48 persone in carcere e 194 indagati in Sicilia e nel resto d’Italia, ha dimostrato che anche nell’entroterra siciliano Cosa nostra sta cambiando pelle. Per raccogliere la sfida della modernità, anche quella che continuava ad essere considerata la “mafia dei pascoli”, figlia del vecchio abigeato, sta compiendo il suo salto di qualità imprenditoriale mettendo a valore il principio fondante di qualunque organizzazione di tipo mafioso: la sua forza di intimidazione e il controllo ossessivo e totale del territorio.

Per questo, nonostante gli oltre 10 milioni di euro truffati all’Unione Europea, non si può parlare di una semplice truffa. L’inchiesta ha svelato un vero e proprio sistema d’affari e una rete di relazioni con addentellati nel mondo economico-imprenditoriale, nelle istituzioni locali e regionali e in quella borghesia che si può aggettivare o meno come mafiosa, ma che in ogni caso con la mafia convive senza mai avvertire il puzzo della provenienza dei suoi soldi.

Cosa può tenere assieme un sindaco come quello del comune di Tortorici, un notaio della provincia di Agrigento, una rete di professionisti insospettabili, funzionari del Centro di assistenza agricola della Regione Siciliana e gli uomini delle principali cosche mafiose della zona, se non una logica di potere e un reciproco scambio di interessi e di utilità? E cosa può legare le montagne e i paesini dei Nebrodi che da un lato guardano l’Etna e dall’altro si affacciano sulle isole Eolie con Cipro, la Bulgaria e la Lituania, se non la logica di un mercato finanziario che non prevede rigide forme di controllo sulle transazioni finanziarie e i flussi di capitali? In questo mercato Tortorici e Messina sono molto più vicine a Vilnius e Sofia di quanto si riesca ad immaginare e lo sanno bene anche gli uomini delle cosche che si avvalgono di notai, commercialisti, professionisti e prestanome senza i quali non sarebbero mai usciti dalle loro montagne e soprattutto non sarebbero mai riusciti a mettere in movimento e ripulire i loro soldi nei circuiti economico-finanziari legali.

Nella Sicilia della crisi dell’edilizia, del blocco delle grandi opere pubbliche e delle casse vuote dei bilanci regionali che garantivano il vecchio sistema clientelare e di scambio politico-mafioso, i finanziamenti europei rappresentano la nuova frontiera per l’accumulazione della ricchezza mafiosa. Si è visto con le inchieste sull’energia eolica sulla la rete di affari del boss latitante Matteo Messina Denaro che era riuscita ad arrivare – secondo le indagini della Procura di Palermo – sino al sottosegretario della Lega, Siri. O in Calabria, dove la parte del leone per i finanziamenti europei a sostegno dell’energia pulita la facevano le cosche ‘ndranghetiste di Isola Capo Rizzuto e di Cutro.

L’inchiesta della Procura di Messina svela un nuovo spaccato. Per truffare l’Unione Europea le due cosche storiche dei Nebrodi, quella dei “Bontempo-Scavo” e quella dei “Batanesi”, avevano dato vita ad una sorta di consorzio: avevano deposto le armi dopo decenni di faida, per ritrovare un’unità d’affari nella gestione mafiosa del territorio. Il resto lo ha fatto l’omertà diffusa che caratterizza queste terre, frutto della paura ma anche, non di rado, di una diffusa complicità. Parliamo di un territorio a cavallo tra Palermo e Catania e di cosche storicamente alleate dei Corleonesi di Riina e Provenzano e delle famiglie catanesi del clan Santapaola, anch’esse di stretta osservanza “corleonese”.

Un solo imprenditore ha trovato il coraggio di denunciare, tra i tanti intimoriti che si erano prestati ad “offrire” i loro terreni in affitto per consentire ai boss di documentare la fattibilità di progetti che non sarebbero mai stati realizzati. Certo, se telefona un boss appena uscito dal carcere dopo 23 anni di reclusione per omicidio, è difficile negare l’affitto (consapevole che non verrà mai pagato) di 15 ettari di terreno. È quello che faceva, tra gli altri, Salvatore Bontempo, detto “Uappo”, mettendo a frutto quel potere di intimidazione che è fondamento del metodo mafioso: «…sapevo benissimo chi era…», spiega il contadino al quale vengono sottratte le terre. E lo conferma anche un capomafia intercettato: «noialtri i terreni li possiamo prendere a questi qua… a tutti i paesani… gli possiamo prendere tutte cose… e loro si devono stare muti… perché se appena fanno qualcosa… non vi mettete di traverso perché vi schiuppamu (=”uccidiamo”) tutti… ed è finita, basta…». Ciò che era necessario per truffare l’Unione Europea lo spiegava il suo commercialista: «I consiglieri ai boss non mancano».

Interessante è vedere come oltre ai terreni estorti ai privati, i progetti utilizzavano particelle di terreni pubblici, del demanio, della Regione, dei comuni, persino dell’area dell’aeroporto militare di Boccadifalco a Palermo e della base americana che ospita il sistema satellitare Muos per il controllo del Mediterraneo. In questo caso le complicità riguardano funzionari pubblici e regionali con accesso agli uffici urbanistici e demaniali. È grazie a questa rete di collusioni e di corruzione che sono stati truffati 10 milioni del Fondo europeo di garanzia e del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, invece che rafforzare e riqualificare il tessuto agroturistico del Parco dei Nebrodi. Sono serviti ad alimentare un sistema di relazioni economico-imprenditoriali e sociali criminale con il coinvolgimento di 151 aziende, vere o fittizie.

Come ha affermato il Procuratore De Lucia, il protocollo di legalità per la gestione dei finanziamenti europei predisposto dal Parco dei Nebrodi al tempo della direzione Antoci, ha contribuito a creare difficoltà nel meccanismo oleato dal sistema mafioso per la gestione dei finanziamenti ed è stato utile a evidenziarne il meccanismo. Ma è pur vero che un sistema efficace di controlli ai diversi livelli, dal territorio agli uffici regionali fino a Bruxelles, avrebbe evitato il lavoro della Guardia di Finanza, dei Ros e della magistratura. Del resto, per utilizzare un concetto caro al sociologo Rocco Sciarrone, senza questo “capitale sociale” costituito da colletti bianchi, politici, funzionari della pubblica amministrazione e ampi settori della borghesia delle professioni le mafie non sarebbero diventate quelle che sono e forse anche la “mafia dei pascoli” sarebbe rimasta una mafia “babba” di montagna. Ancora una volta è questo il problema che la politica e la società hanno di fronte e che questa inchiesta ripropone in tutta la sua portata, non come un tema limitato dal punto di vista geografico e territoriale, ma come grande questione generale e di riforma morale della società, ben al di la degli aspetti giudiziari e penali.