La lezione di Epifani
sindacalista
al servizio del paese

Ma perché hai fatto il sindacalista? “La ragione vera che mi muove è quel sentimento d’ingiustizia che non sopporto quando vedo calpestare le vite dei lavoratori, i loro diritti, le loro aspirazioni. È una scelta personale, prima che politica. Anche noi socialisti qualche volta ci arrabbiamo…”. Sulle scale della redazione dell’Unità di Milano Guglielmo Epifani sorrideva sulla sua vocazione e su quel particolare destino che era toccato ai socialisti della Cgil, una volta solo “componente” e quindi potevano aspirare, al massimo, al ruolo di “aggiunto” del segretario.

Toccò proprio a Epifani, scomparso ieri all’età di 71 anni, diventare il primo segretario confederale socialista della Cgil, non che ci tenesse a questo primato perché gli interessava molto di più il sindacato nella sua complessità, con la sua forza e le sue debolezze, un soggetto spesso politico, chiamato, costretto, a svolgere dagli anni Novanta in poi una supplenza ai partiti indeboliti dalle inchieste giudiziarie, incapaci di sparigliare le carte e di fronteggiare con vigore intellettuale i problemi economici e sociali di un Paese in grave difficoltà.

La critica al declino, meno diritti e meno costi

Epifani, Cofferati e i vertici della Cgil all’Unità di Milano. Foto di Roby Shirer

Piace ricordare qui la capacità di studio e di analisi della Cgil, il coraggio di guardare in profondità le cause della crisi, i ritardi dell’impresa e la scelta sciagurata di un modello di sviluppo “basso”, tutto giocato sulla compressione dei diritti dei lavoratori e la riduzione dei costi, soprattutto i salari dei lavoratori.

Oltre vent’anni fa la Cgil, prima guidata da Sergio Cofferati e poi da Epifani, lanciò da sola l’allarme sul “declino” dell’Italia. Ci sono voluti un paio di decenni prima che lo stesso termine fosse usato dalla Banca d’Italia, dai centri studi e persino da qualche governo.

A Epifani è toccata la guida della Cgil dal 2002 al 2010, un periodo terribile, anni durissimi sul fronte economico e sociale. E’ la fase di passaggio tra il cosiddetto “effetto Nirvana”, cioè l’illusione di poter vivere benone al di sopra delle proprie possibilità negando le emergenze che avanzano, e la più lunga recessione del dopoguerra, una crisi scoppiata nel 2007 in America, tracimata da noi l’anno dopo e, a ben vedere, non ancora conclusa perché si è saldata con lo shock indotto dalla pandemia.

Il berlusconismo e l’attacco allo Statuto dei lavoratori

Epifani, Cofferati e i vertici della Cgil all’Unità di Milano. Foto di Roby Shirer

Sono gli anni dell’attacco allo Statuto dei lavoratori, del Berlusconismo trionfante e minaccioso verso la Costituzione, della deriva violenta dei corpi dello Stato come al G7 di Genova, del Patto per l’Italia che, come una scorciatoia per superare i limiti dell’impresa, puntava a tutelare gli interessi di una Confindustria oscurantista facendo pagare ai lavoratori il costo della perdita di competitività.

Niente nasce a caso. Epifani e la Cgil sono stretti d’assedio, non solo dalle imprese e dalla destra. Sono gli anni in cui matura il modello Marchionne e chi si illude, anche a sinistra, di vedere in “Fabbrica Italia”, comunque quasi subito cancellata dalla Fiat, una nuova frontiera di collaborazione tra capitale e lavoro, deve presto fare i conti con uno scenario diverso, di divisioni tra i sindacati e tra i lavoratori nelle fabbriche, di cambio del paradigma di sviluppo e di relazioni tra impresa e sindacato. In nome di una malintesa modernità si fa piazza pulita di un sistema di tutele e di garanzie, di partecipazione e di confronto.

E’ una tragedia per il lavoro e a ben vedere per la sinistra, o quel che rimane tra le fusioni a freddo, le diaspore e i litigi, che perde i suoi riferimenti sociali, si abbevera a un neoliberismo sfruttatore per potersi sedere, ma sempre ai margini, al tavolo del potere.

Le battaglie della Cgil a difesa del lavoro e dei diritti

Epifani all’Unità di Milano. Foto di Roby Shirer

Spesso la Cgil è stata accusata di aver superato i confini, di essersi fatta partito, prima con Cofferati e poi con Epifani. Certo c’è qualcosa di vero. La manifestazione al Circo Massimo del 23 marzo 2002, le battaglie durissime nel Paese a difesa del lavoro e dei diritti portano il segno della Cgil.

Epifani riconosce e forse teme che questa metamorfosi possa portare effetti sgraditi, ma avverte che non ci sono alternative. Non si può arretrare. Il “moderato” eppur radicale Epifani rivendica pubblicamente le lotte della Cgil perché interpretano le richieste di democrazia della società, perché è il sindacato di Di Vittorio e di Trentin che propone, fatti alla mano, il percorso di emancipazione sociale, di giustizia e di libertà.

Epifani e la lotta all’insicurezza del lavoro

Ma dopo il contrasto alla destra, a politiche che allargano il divario sociale, che alterano il patto costituzionale, Epifani s’interroga anche sul sindacato, sulla Cgil, sull’adeguatezza o meno degli strumenti culturali, politici, contrattuali per capire un mondo che cambia. In una conversazione con Vittorio Foa in occasione del centenario della Cgil, Epifani sostiene, come possiamo vedere chiaramente oggi, che “il carattere prevalente dello sviluppo capitalistico è quello legato all’insicurezza”, un’insicurezza che deriva dal fatto di non poter incidere, influenzare i processi di decisione, di investimenti, di organizzazione del lavoro che vengono definiti a livello planetario e non più fabbrica per fabbrica.

Epifani, Cofferati e i vertici della Cgil all’Unità di Milano. Foto di Roby Shirer

Epifani comprende che, in questa opera di elaborazione, di comprensione, di studio, la Cgil e il sindacato sono rimasti soli, per quanto si possa essere soli con milioni di iscritti. Sente la necessità di aprirsi a nuovi contributi, di raccogliere risorse intellettuali ed esperienze di lotta anche diverse dalla tradizione sindacale. C’è bisogno di aria fresca, di trovare nuovi alleati.

Segretario del Pd

Vive le difficoltà di fare sindacato, nella filosofia “confederale” che è quella di occuparsi delle persone, delle comunità, dei lavoratori. Vive, dopo aver lasciato la segreteria della Cgil, la parentesi della politica di partito. Per sei mesi nel 2013 è segretario del Pd, un partito mai nato. E’ la sua più grande delusione.

Resta, per chi gli ha voluto bene e lo ha stimato, il ricordo di uomo di sinistra, di un sindacalista leale, di un compagno convinto che “la dignità del lavoro è alla base della nostra comunità civile”.