Berlinguer, il ricordo del valore di una esperienza straordinaria

Appartengo all’ultima generazione che è venuta alla politica con Enrico Berlinguer. Sono stato anche io tra i ragazzi di Berlinguer: gli anni della mia scelta politica e della mia formazione, a cavallo del ’70 e dell’80, sono stati segnati da quella esperienza. Il mio essere comunista italiano nasce allora e con lui.

Per quanto tempo sia trascorso, e ne è passato davvero tanto, quell’imprinting originario ha mantenuto intatta una sua forza ispiratrice, quasi un modo di vedere le cose, di essere nella società che certo è evoluto, si è misurato con le novità della vita e del tempo ma ha conservato qualcosa di profondo di quello sguardo iniziale sulla politica e sul mondo: e non me ne dolgo. Tutt’altro.

Ho avuto modo di verificare poi quanto la stessa cosa abbia accomunato tanti che avevano vissuto quelle esperienze, segno della ricchezza di quel riferimento, di una sua intatta vitalità. Così l’ho pensata in tutti questi anni e così la penso ancora. Continuo a ritenere che nel tornante dell’89 del secolo scorso, si sarebbe potuto dare un altro sbocco a quel passaggio così gravido di conseguenze e così dirompente. Continuo a ritenere che si sarebbe dovuto avere il coraggio della ricerca aperta, della passione per il non ancora detto.

Il bisogno di un movimento critico

Ma Berlinguer era già lontano ormai, pur a soli pochi anni dalla sua scomparsa. Perché andò così, era proprio obbligato quell’esito? E ad ogni modo, vedendo quello che è successo in questi decenni che ci separano da allora, più di trenta anni, le cose del mondo, in che direzione sono andate? Io credo che la consapevolezza del bisogno di un movimento critico – sociale, culturale, ideale, politico – capace di tessere una nuova tela di umanità e di naturalità dopo i profondi squarci indotti da un capitalismo reale che si è visto senza freni e limiti in questi decenni, si presenti con forza in settori non ristretti di società contemporanea. Del resto, è la Pandemia stessa ad avere rilanciato il bisogno di soluzioni che per essere considerate tali devono coinvolgere l’intera comunità umana: è in questo passaggio così drammatico che una proposizione del genere ha varcato i confini della morale e dell’etica, dell’utopia perfino per presentarsi come bisogno di politiche concrete.

E financo in quel regno del controllo mai così ampio delle nostre vite, mai così concentrato in così poche mani mai così cariche di una debordante ricchezza che rasenta l’osceno, la Rete, si aprono processi di diffusione e condivisione del sapere e della conoscenza che mettono in contatto miliardi di donne e di uomini e che accomunano ad esempio una nuova generazione davvero planetaria che, sull’esempio di una ragazzina svedese, si sta mobilitando contro i cambiamenti climatici e ha saputo rivoluzionare l’agenda di governi e poteri aprendo crepe in quel muro del dio mercatoprofitto che farà di tutto per resistere.

“Un mondo nuovo di idee”

E allora, se rialzo lo sguardo su questo tempo e su questo mondo, e massimamente se rifletto sulla guerra che è tornata nel cuore dell’Europa, mi serve riandare ai temi e ai contenuti di quella ricerca interrotta trent’anni fa, che proprio sui temi della pace, di una nuova idea di Europa e di sviluppo del mondo ebbe tra le sue espressioni più significative. Ritrovo Enrico Berlinguer, le sue intuizioni, le sue sollecitazioni, il bisogno di un confronto critico e però del tutto fecondo. Non è che dunque il tema di un nuovo socialismo si propone in tutta la sua modernità? Un mondo nuovo di idee, come lo definisce Aldo Tortorella (…).

Serbo ancora un ricordo vivido, io poco più che ventenne, di quel congresso nazionale della FGCI del 1982 a Milano, di quel suo intervento così aperto proprio sul futuro. Così come serbo il ricordo dell’ultima volta che lo vedemmo da vicino, in occasione della Festa meridionale de l’Unità a Napoli a fine maggio del 1984. La mattina, prima del comizio finale, come era uso, fece il giro degli stand. Con la FGCI napoletana gestivamo la libreria del Festival e lui si intrattenne con noi, io ne ero il Segretario provinciale e di fronte alle sue domande semplici e dirette quasi non riuscivo a spiaccicare parola…(…).

Capire e cercare nuove strade

Sappiamo che questa ricerca sua, che avrebbe richiesto tempo per la profondità delle corde che muoveva, è stata interrotta drammaticamente. Possiamo qui riprendere il giudizio di sintesi che ha dato Francesco Barbagallo: «Berlinguer non scorgeva il crollo del capitalismo, ma non rinunciava all’obiettivo del socialismo e lottava per il superamento del capitalismo… Certo, errori di valutazione ne commise e tardò ad approfondire la conoscenza dei processi di trasformazione in atto in Italia e nel mondo; ma voleva capire, andare avanti, cercare nuove strade, senza farsi corrompere, mai. Gli mancò il tempo, s’era consumato lavorando per gli altri, i più deboli, i più bisognosi, che lo ricambiarono con un grande amore; sapevano che potevano fidarsi di lui, sapevano che faceva quello che diceva».

Sappiamo anche che nel suo stesso partito, in quello che era il gruppo dirigente, le resistenze nei suoi confronti, dalla rottura della solidarietà nazionale in avanti, erano andate crescendo, fino ad arrivare ad andare vicini al porlo anche in minoranza. Era successo, come ha raccontato Marco Fumagalli, all’epoca Segretario nazionale della FGCI e che in quanto tale sedeva in direzione, quando la sua proposta di composizione della nuova Segreteria nazionale del partito era stata bocciata dalla Direzione (…).

Ebbene quella riunione si concluse con un Berlinguer che diede un appuntamento a tutti per dopo il voto, per verificare effettivamente quale fosse la linea del partito e se su di essa vi fosse una maggioranza per sostenerla. Un redde rationem interno al gruppo dirigente? Non lo sapremo mai. Quel che è certo è che dalla solidarietà nazionale in avanti erano cresciute nel partito non solo differenze di vedute ma probabilmente vere e proprie linee strategiche alternative che per essere affrontate avrebbero richiesto uno scontro politico esplicito, trasparente; il confronto tra piattaforme alternative.

Nuove forme di partecipazione politica

Per la generazione togliattiana invece, e quindi per lo stesso Berlinguer, l’unità era un bene prezioso: l’unità antifascista prima, l’unità costituente della repubblica dopo, l’unità della classe operaia e del suo partito per radicarsi nella società, reggere ai molteplici tentativi di metterne in discussione il ruolo. Ma se è giusto dire che in quel passaggio di decennio si chiudeva una intera fase della storia della Repubblica e del mondo, anche per gli effetti stessi di tante lotte e di significative conquiste e maturazioni della società italiana, allora può anche essere giusto dire che quel Partito nuovo, nel suo organizzarsi, nel suo costituirsi, nel suo viversi aveva bisogno di essere messo in discussione e c’era bisogno di disegnare nuove forme di partecipazione politica e di organizzazione del ‘politico’: insomma, di fronte alla storia che cambia anche lo strumento che intende misurarsi con questo cambiamento non può non essere messo in discussione.

Era lo sviluppo stesso della ricerca innovativa di Berlinguer in quegli ultimi anni che reclamava anche una innovazione profonda dello strumento partito. La rivoluzione femminile, i movimenti dei giovani, il pacifismo, il dialogo con il mondo cattolico, il riprendere di una iniziativa diretta verso e con il mondo del lavoro, un dialogo con il mondo dei saperi e delle conoscenze, del mondo scientifico: tutti terreni agiti dall’iniziativa berlingueriana che reclamavano una riforma profonda della politica.

 

Questo testo è contenuto nel numero della rivista Infinitimondi “Dedicato a Berlinguer” che sarà presentato oggi, martedì 29 marzo 2022, alle 17 a Napoli presso l’Istituto italiano per gli studi filosofici (via Monte di Dio). Partecipano, oltre all’autore, Massimiliano Marotta, Francesco Barbagallo, Ilaria Perrelli, Pietro Folena.