Un processo aberrante

Pubblichiamo l’editoriale firmato dal direttore Maurizio Ferrara che l’Unità pubblicò il 13 luglio del 1968, giorno in cui venne emessa la sentenza di condanna contro Aldo Braibanti.

Fra i tanti processi aberranti permessi in Italia dal persistere dell’intreccio tra un codice vecchio e classista e una magistratura avviata a formarsi su di esso, è certo che il processo Braibanti è uno dei più gravi. Spingono a questa affermazione considerazioni giuridiche e morali. Sul piano giuridico, contro il Braibanti si tenta di far scattare un congegno punitivo basato su un articolo del codice (il 603) nel quale si configura un reato (“plagio”), secondo il quale «chiunque sottopone una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione è punito con la reclusione da 5 a 15 anni”. È parere comune di giuristi che, questo, è un reato o inesistente o praticalo comunemente da chiunque (uomo o donna che sia) abbia una personalità ideologica talmente spiccata da indurre altri a farsi suo apostolo e seguace. Paradossalmente potrebbe notarsi che la storia dell’umanità è stata largamente fatta da eminenti “plagiatori”, da uomini cioè la cui virtù fu proprio nell’essere capaci di esercitare su altri un potere di persuasione ideologica, producendo modificazioni profonde nella psiche e nella cultura di singoli e di masse. E, paradossalmente, se un reato di “plagio” esiste, come dovrebbe chiamarsi l’attività di chi si dedica a convertire i cosiddetti infedeli o indifferenti, riuscendo perfino a far loro abbandonare patria, lavoro e famiglia per trasformarsi, poniamo, in monaci o suore di clausura? O il reato di “plagio” non esiste oppure ogni giorno, in Italia, migliaia di “plagiatori”, autorizzati, tentano la via della “riduzione a totale stato di soggezione” di ragazzi, giovinette e adulti, minacciati di pene eterne, di mitologici inferni. se non si comporteranno come dice il signor parroco.

E allora? A nessuno, e giustamente, e mai venuto in mente di catalogare l’opera di propaganda destinata a suscitare le “vocazioni”, come reato di “plagio”. Invece il richiamo al “plagio” sta pericolosamente prosperando. in difesa di ciò che i benpensanti (chiamiamoli così) considerano i “buoni costumi”. E così, il famigerato articolo 603 fu agitato tempo addietro contro Maurizio Arena, per proteggere il nome sabaudo di una fanciulletta scatenata. E oggi l’articolo 603 è lanciato addosso al prof. Braibanti per proteggere ciò che nella torva borghesia clericale di Piacenza si considerano i “buoni costumi”. Ne è nato un processo aberrante, un rilancio dei temi dell’Inquisizione, una chiassata avvocatesca di tipo razzista contro il “terzo sesso”. Contro Braibanti ieri il P.M. ha addirittura reclamato una condanna a quattordici anni. Nemmeno sotto l’imperio del regime fascista la lotta in difesa del conformismo razzista che voleva i giovani tutti “fusti”, tutti rasati a zero, e tutti ignoranti (per poi mandarli meglio a morire ammazzati in Russia o in Africa) era giunta a tanto.

È incredibile che in Italia, di fronte a ciò che di nuovo, e anche di sconosciuto, si agita nel profondo della società e della morale tradizionale, l’unica reazione possibile da parte dei “poteri costituiti”, sia il ripristino della “caccia alle streghe”. Se c’è infatti qualcosa di marcio che il processo Braibanti sta dimostrando, non è tanto l’esistenza della omosessualità, quanto la ferocia razzista, il dileggio becero, l’odore di linciaggio che il suo sospetto scatena in ambienti nei quali la “morale” si identifica con il moralismo più oscurantista e repressivo; tanto più spietato quanto più ipocrita e attestato su una “tradizione” benpensante marcia fino alle midolla, che scatena, ogni giorno, drammi e contraddizioni laceranti. II “caso Braibanti” è uno di questi drammi, una di queste contraddizioni che toccano anche la “famiglia”. Non lo si può affrontare, come sembra tende a fare l’accusa, né trasformandolo in un caso di delitto comune né, tantomeno, rovesciandone la natura e “inventando” un reato che non esiste. Piu lontane, più profonde, sono le radici del malessere della “famiglia tipo” e della gioventù, delle forme di crisi e di “rivolta” che nel loro seno talora assumono aspetti sconcertanti. Cessata l’orgia delle improvvisazioni oratorie, la foga malposta delle requisitorie da inquisizione, noi speriamo che, al termine del processo, la magistratura saprà restituire equilibrio a una vicenda che è soprattutto dolorosa, parla di infelicità e di crisi individuali e sociali, non di delitto: e quindi va considerata per quello che è, sottraendola alla ottusità della demagogia e alla ferocia del linciaggio.