Un piccolo spiraglio da Kiev mentre Biden tiene a bada Zelensky

Silenzio. L’irritazione di Biden per il rifiuto di Zelensky di accettare l’ipotesi di un incidente dietro l’esplosione di un missile, forse due, in territorio polacco, si è manifestata nel rifiuto del presidente Usa di un colloquio diretto con il suo omologo ucraino almeno fino a mercoledì sera – dopo non è dato sapere. La fretta con cui Kiev ha puntato l’indice contro Mosca e chiesto alla Nato di agire non è piaciuta all’amministrazione americana, che già nell’immediato – mentre cercava freneticamente e inutilmente contatti con i vertici militari russi per chiarire la vicenda e avviava un’inchiesta – ha anche gettato molta acqua sul fuoco delle prime reazioni ad alta intensità tra i membri della Nato, in particolare da parte dei paesi baltici e comprensibilmente della Polonia. Già dal G20 Biden ha puntato sulla carta dell’incidente, ridimensionando l’ondata di paura che ha attraversato l’Europa per una notte, con i social dove già imperversava l’hashtag #ww3, terza guerra mondiale. Varsavia ha concordato con la linea della freddezza, incidente sostanzialmente chiuso in poche ore almeno per quanto riguarda gli obblighi Nato alla difesa collettiva.

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Grave frizione tra Kiev e Whashington

L’insistenza di Zelensky, che ha chiesto di partecipare alle indagini – e anche qui è stato accontentato dopo un’anticamera di oltre 48 ore, con la sottolineatura da parte polacca che la partecipazione avvenisse secondo le modalità previste dalle norme internazionali – segna la più grave frizione tra le autorità di Kiev e quelle americane dall’inizio della guerra. E mette anche in evidenza sensibilità molto differenti all’interno dell’Alleanza atlantica, segnalando una volta di più la propensione dei paesi confinanti o prossimi alla frontiera russa ad una linea di maggior durezza, che in questo caso sarebbe stata soprattutto di imprudenza, rischiando di provocare un’escalation maggiore in un conflitto già in bilico sul baratro nucleare.

“Ogni centimetro del territorio Nato deve essere difeso”, è stata la reazione a caldo su Twitter del presidente della Lituania, Gitanas Nauseda non appena saputo del missile caduto sulla Polonia. Kaja Kallas, premier estone, anche lei con un tweet, ha sottolineato la necessità di fermare la Russia il prima possibile, senza articolare oltre. E solo in seconda battuta, quando anche il segretario generale della Nato Stoltenberg aveva avvalorato l’ipotesi dell’incidente, ha spiegato alla Cnn che intendeva dire che l’Occidente deve dare all’Ucraina un maggior sostegno militare, finanziario e umanitario.

Fortunatamente la linea di condotta dell’Alleanza non si fa a suon di tweet, ma oltre alla costante di indicare come obiettivo la sconfitta totale e definitiva della Russia, resta la richiesta da parte dei paesi baltici per una protezione aerea della Nato sul territorio ucraino, almeno parziale come suggerito dal ministro della difesa lettone Artis Pabriks, e il potenziamento della protezione aerea della Polonia – su quest’ultimo punto ci sarebbe la disponibilità della Germania a rafforzare i pattugliamenti. L’Ucraina già dal marzo scorso ha chiesto alla Nato una no-fly-zone, ma è chiaro che si tratterebbe di un coinvolgimento che avvicina pericolosamente la linea di contatto con le forze russe: un rischio al confronto del quale l’incidente polacco, nella sua gravità, sembrerebbe un gioco da ragazzi.

Resta alto il rischio di incidente pericoloso

Se c’è una cosa che il caso del missile ha reso evidente è che, con la guerra in corso, il pericolo di un incidente grave è dietro l’angolo. E bene ha fatto l’amministrazione Biden a mettere subito in chiaro con un giro dei telefonate con i partner dell’Alleanza che la Nato non cerca l’escalation, piuttosto il contrario. Forse un segnale mandato a Mosca, che giustifica la sua “operazione speciale” con la minaccia Nato alla propria esistenza sventolata dalla propaganda bellica, nel momento in cui si moltiplicano i segnali di contatti costanti tra Stati Uniti e Russia a vari livelli.

Contatti che preoccupano l’Ucraina, se più volte lo stesso Biden, così come altri esponenti dell’amministrazione americana, ha ricordato che non si farà nulla alle spalle di Kiev, che non ci sarà un negoziato senza la presenza del paese aggredito al tavolo della trattativa. Mentre il famigerato missile piombava sulla Polonia, e un centinaio di altri colpivano le infrastrutture civili dell’Ucraina, il capo della Cia William Burns si trovava a Kiev, dopo aver incontrato in Turchia il suo omologo russo, almeno ufficialmente per chiarire a Mosca se mai ce ne fosse stato il bisogno che non sarebbe stato tollerato l’uso del nucleare – per inciso, con la pioggia di missili sull’Ucraina, Mosca ha spiegato a Washington che può fare ancora male parecchio anche con il solo uso delle armi convenzionali.

L’insistenza di Zelensky, che solo dopo tre giorni dall’incidente polacco ha ammesso che “non sappiamo cosa sia successo” dopo aver negato ostentatamente qualsiasi responsabilità della contraerea ucraina, lascia trasparire la preoccupazione di Kiev di poter essere forzata a un compromesso che non vuole accettare. Mosca anche in queste ore è stata piuttosto esplicita sul fatto che le sofferenze sopportate dai civili ucraini sono “ la conseguenza” del rifiuto di Zelensky di trattare, mentre pochi giorni fa da parte russa si ricordava che i negoziati dipendono da come agiranno Usa e paesi europei: come dire che non bisogna più incoraggiare la resistenza ucraina, sia con il sostegno militare che politico.

Che questo possa essere il momento buono per trattare non è solo Putin a pensarlo. Che l’arrivo del freddo, con le difficoltà logistiche che comporta, possa rappresentare la finestra almeno per un cessate il fuoco è quello che ha sostenuto il capo dello stato maggiore interforze Usa, generale Mark Milley, non senza suscitare allarme a Kiev. Milley ha di recente affermato che ci sono scarse probabilità che l’Ucraina riesca a respingere completamente le forze russe fuori dai propri confini manu militari – sottintendendo anche la Crimea e almeno parte del Donbas. Il suggerimento del generale è l’apertura di una trattativa con la Russia, approfittando dell’inevitabile stallo invernale.

Le affermazioni di Milley sono state smussate a più riprese, dallo stesso generale e dalla Casa Bianca, che ha sottolineato che non ci sono trattative in corso. Ma non c’è dubbio che, anche se la linea di sostegno all’Ucraina è rimasta invariata, nell’amministrazione Usa ci siano pareri differenti sulla condotta da seguire. Secondo quanto riferiscono fonti giornalistiche Usa, Milley si è fatto espressione delle preoccupazioni all’interno del Pentagono sul rischio crescente di escalation del conflitto, rischio che indurrebbe ad un rapido raffreddamento delle operazioni militari, se non ancora ad un negoziato di pace. D’altra parte, invece, ci sono anche esperti militari Usa che sconsigliano un cessate il fuoco, che ora consentirebbe a Mosca di riorganizzare le sue forze militari, di addestrare almeno in parte i nuovi coscritti e presentarsi alla campagna di primavera con nuovo vigore.

Missili russi su Kiev

L’apertura di Kiev apre una possibilità

Biden al momento ha chiesto al Congresso di approvare un altro pacchetto di aiuti all’Ucraina per 40 miliardi di dollari. Il punto è riuscire a tenere insieme le preoccupazioni di Kiev e quelle degli alleati della Nato, che cominciano a dare segni di stanchezza per i costi dell’energia ma anche per l’assottigliarsi degli arsenali militari – gli stessi Stati Uniti, stando a quanto riportato dalla Cnn, cominciano ad essere a corto di materiale bellico da inviare in Ucraina.

Nella Nato qualche settimana fa la riconquista di Kherson veniva indicata come posizione ottimale per avviare una trattativa. Anche per evitare di trascinare il conflitto su una china che avrebbe indebolito troppo la Russia al punto da metterla in una condizione di sudditanza nei confronti della Cina: risultato assolutamente non desiderabile.

Ma per un negoziato è necessario avere in mente un possibile punto di caduta e su questo tra Kiev, Washington e Nato, non sembra ci sia ancora chiarezza. Anche se va segnalata un’apertura da parte del consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak che riferendosi alle dichiarazioni del generale Milley, ieri ha affermato che la guerra potrebbe finire anche prima della liberazione dei territori occupati. Basterebbe la caduta di “una grande città occupata nel 2014” come Luhansk. “Comincerebbe un processo irreversibile, sia nelle elite politiche russe che nella società. E la guerra così potrebbe finire prima della liberazione militare”.