Un Pd alla deriva. Così serve ancora?

Il problema non è Renzi che va in tv alla vigilia della Direzione del suo partito e detta la linea nonostante sia dimissionario. Il problema non è nemmeno che tutti vanno in tv o fanno interviste ai giornali invece che discutere negli organismi dirigenti. Il problema infine non è nemmeno che si sia detto no a un governo con Di Maio perché sinceramente sarebbe stata un’impresa impossibile fare un patto con chi ha giocato per due mesi ballando tra la Lega e il Pd.

Il problema vero è che il Pd – e in generale tutto il centrosinistra, compresa una sinistra che sembra in agonia – sono due mesi che discute se è il caso di allearsi con Di Maio o no, se è il caso di aprire un dialogo e fino a che punto debba arrivare il suddetto dialogo oppure se chiudere punto e basta, se i grillini siano una costola della sinistra oppure l’effetto della malattia della sinistra. Due mesi che si dividono sul bel faccino di Luigi Di Maio o sulla prosopopea di Danilo Toninelli. E di conseguenza sono due mesi che girano attorno al tema vero: ma questo Pd a che serve?

Le elezioni del 4 marzo hanno lanciato un segnale preoccupante sia al Pd sia a chi ha tentato di seguire un’altra strada fuori dal Pd. Il primo è sceso così in basso battendo qualsiasi record storico e i secondi si sono fermati ad una percentuale che nemmeno i più pessimisti si sarebbero mai aspettati. L’elettore di centrosinistra ha espresso il suo giudizio ed è stato un giudizio negativo. Qualcuno ha provato a capire perché? Qualcuno ha iniziato a riflettere sulle ragioni di una sconfitta così pesante? Diciamo di no. Solo chiacchiere. Non solo non si è riflettuto, ma è passata una lettura semplicemente giustificazionista: gli elettori non hanno capito bene che cosa abbiamo fatto al governo né hanno compreso la grande riforma costituzionale. E’ talmente colpa degli elettori e non degli eletti che il capo di quel partito, dopo essersi dimesso, è tornato in prima linea e continua a dire sì e no come se niente fosse accaduto.

La riunione della direzione di ieri in questo senso è l’emblema della deriva politica del Pd. In un partito in cui tutti sono contro tutti – al punto che sono girate persino liste di proscrizione e sui social attacchi e offese reciproche sono all’ordine del giorno – e in cui le divisioni sono forti e le posizioni sembrano inconciliabili alla fine per evitare il crash si è trovata la solita via d’uscita dell’unanimismo che tiene in piedi la baracca fino al prossimo scontro. Un’unità di facciata per evitare un confronto vero e serio sul che fare che lascia tutto com’è, appeso a un filo.

Restano fuori dalla porta tutti i nodi che si sono aggrovigliati negli ultimi anni. Che cosa è oggi la sinistra? E che cosa vuole fare? Quali sono i temi che ne definiscono l’identità? E qual è oggi la sua proposta per l’Italia? Come pensa di contrastare il populismo invadente? E come intende affrontare il tema del lavoro, compresi i suoi aspetti drammatici che riguardano la sicurezza, portato in piazza dai sindacati il Primo maggio? E che cosa vuole raccontare ai giovani? Vuole dire loro ancora che tutto va bene, che il Pil è cresciuto e l’occupazione anche, e gli ordinativi e la fiducia dei consumatori…Vuole continuare a farsi del male?

Martina ieri ha detto nella sua relazione in Direzione che il Pd va rifondato. Ma per rifondare un partito bisogna prima capire perché, chi e come lo ha affondato. Perché rifondare non è un verbo leggero. Rifondare, ci spiega Tullio De Mauro nel suo vocabolario, vuol dire “fondare di nuovo, riformare radicalmente un partito o un’istituzione sulla base di mutate condizioni storiche o di nuovi indirizzi ideologici”.

Ecco, appunto: le mutate condizioni storiche sono qui davanti a noi ben visibili. Di idee nuove per il momento non se ne vedono. E proprio questo è il dramma di un partito che si sta pericolosamente attorcigliando su se stesso, sempre più lontano dalla vita che scorre fuori dalle sue stanze e sempre più paralizzato nel suo immobilismo.