Paradosso: i paesi poveri
accolgono i rifugiati
che i ricchi non vogliono

INTERVISTA A CARLOTTA SAMI E’ stata la giornata internazionale del rifugiato. Una data da cerchiare in rosso sul calendario. Non c’è nulla da festeggiare ma è importante, direi fondamentale, fermarsi almeno oggi e pensare a quanto siamo fortunati. Noi occidentali. Noi che siamo nati dalla parte giusta del mondo. Al di qua dei muri. Noi che chiudiamo i porti e ci voltiamo dall’altra parte. Sempre di più. Mentre gli altri continuano a morire e a scappare. Sempre di più. Precisamente 70,8 milioni in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti. Si tratta del livello più alto mai registrato dall’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di vent’anni fa e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Tailandia e Turchia. Ne abbiamo parlato con Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa.

Sono numeri che fanno tremare i polsi ed invece non suscitano le giuste reazioni da parte della comunità internazionale. Perché?

È vero, c’è una preoccupante inerzia e un colpevole silenzio delle istituzioni. Il nostro lavoro è diventato sempre più complicato, perché le soluzioni che la politica ha proposto in questi anni sono risultate inefficaci o del tutto inadeguate. Si parla sempre più di muri, di chiusure, di esclusione senza rendersi conto che il problema è globale. Il fenomeno dell’immigrazione forzata non può essere gestito dai singoli Stati ma serve necessariamente una governance comunitaria. L’Europa non può più nascondersi.

Anche noi cittadini davanti a questo esodo biblico e a queste immagini strazianti rimaniamo spesso inermi. C’è un rischio assuefazione secondo lei?

Il pericolo è sempre dietro l’angolo, ma ultimamente sto notando proprio dalla società civile un risveglio delle coscienze. Una voglia sempre più spiccata di non seguire la retorica dell’odio. Dalle parti più povere del mondo, come i villaggi del Bangladesh o le comunità rurali dell’America latina o dell’Africa, fino all’Europa ci sono singoli cittadini o anche aziende e fondazioni disposti ad investire tempo e risorse in altre narrazioni. È una sfida lunga e complicata, ma se anche solo un singolo cittadino ogni giorno prova a mettere in campo delle buone pratiche di accoglienza si può innescare un effetto domino virtuoso.

Un brutto segnale arriva però dai Paesi più ricchi del mondo che accolgono sempre di meno.

È vero, la generosità e l’accoglienza per chi scappa dalle guerre non aumenta nei Paesi con maggiore ricchezza economica e sociale. Accade purtroppo il contrario. Il report Unhcr racconta come gli Stati ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni mille abitanti, quelli a reddito medio e medio basso 5,8 mentre i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati nel mondo. Le cifre inoltre parlano di 37mila persona in fuga ogni giorno; di 13,6 milioni di nuovi sfollati nel 2018, di cui 10,8 milioni all’interno del proprio Paese e 2,8 milioni di nuovi rifugiati e richiedenti asilo; circa 3,5 milioni di persone attendono l’esito della domanda di asilo.

Campo di profughi somali in Kenya

Venendo a casa nostra, il Consiglio d’Europa in queste ore ha espresso forte preoccupazione per le disposizioni contenute nel decreto sicurezza bis, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Condivide questa presa di posizione?

Assolutamente. Unhcr ha espresso una posizione molto precisa su un provvedimento che contiene diverse disposizioni che potrebbero penalizzare i soccorsi in mare di rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale, compresa l’introduzione di sanzioni finanziarie per le navi delle ong ed altre navi private impegnate nel soccorso in mare. Voglio dirlo forte e chiaro: salvare vite umane costituisce un imperativo umanitario consolidato ed è anche un obbligo derivante dal diritto internazionale. Nessuna nave o nessun comandante dovrebbe essere esposto a sanzioni per aver soccorso imbarcazioni in difficoltà e laddove esista il rischio imminente di perdita di vite umane. Il problema continua a esistere, le persone continuano a partire, e punendo gli operatori umanitari, che vogliono mettere un tappo dove la politica fallisce, non si risolve nulla.

Eppure il Viminale la pensa diversamente. E, dati alla mano, continua a ripetere il ritornello “meno sbarchi uguale meno morti”.

Anche io cito dei dati ufficiali. Quest’anno nel Mediterraneo non sono morte due persone ma 402. Siamo passati da un morto ogni 26 migranti a un morto ogni 6. Il tasso di mortalità è enormemente aumentato.

E anche rispedire al mittente i migranti che partono dalla Libia vuol dire, di fatto, condannarli a morte?

Non possiamo considerare la Libia un porto sicuro e i rifugiati soccorsi e i migranti non dovrebbero essere riportati in quel Paese. In Libia la priorità è portare le persone fuori dalla detenzione, luoghi spaventosi dove non vengono garantiti i diritti umani, e assicurare che abbiano accesso alla protezione internazionale. Questo è un imperativo umanitario imprescindibile.

 

Stefano Milani, RadioArticolo1