Un normale venerdì, l’Italia del Green pass non si è fermata

Si temeva l’apocalisse. Sono corse minacce persino circa i nostri regali di Natale, che non ci sarebbero mai arrivati per colpa del green pass obbligatorio e del blocco dei porti. È il primo giorno, 15 ottobre, da segnare sul calendario, poi si vedrà, ma per ora sembra che sia successo ben poco.

Tutto è filato liscio

Si registrano notizie: in cinquemila al porto di Trieste, l’attività dall’inizio dello sciopero prosegue quasi con regolarità, anche se con qualche rallentamento, circondata una troupe Rai, giornalisti venduti, giornalisti assassini; sit in di lavoratori, duecento provenienti da diverse fabbriche, chiuso l’accesso al porto di Ancona; presidio silenzioso dei dipendenti dell’Atm a Milano; no pass tentano di bloccare il traffico a Roma, arrestati; situazione tranquilla stamane al Porto di Venezia: i lavoratori dello scalo marittimo lagunare si sono tutti presentati al lavoro; protesta davanti ai cancelli d’ingresso della base militare italiana di Sigonella: “Il presidio, a cui hanno partecipato alcune decine di manifestanti, è stato promosso – come riferisce l’Ansa – dal Sindacato aeronautica militare (Siam), e si è svolto negli orari previsti: dalle 7 alle 07,25”.

Per prova diretta posso testimoniare che la vita a Milano è filata via liscia come le sue metropolitane, i suoi filobus, i treni delle Nord, le solite folle generalmente giovanili sciamanti per le vie del centro. Previsioni per i prossimi giorni dopo il week end impossibili. Ci sono speranze che altri si convincano che il vaccino è l’unica via per ora, che stiamo vivendo una emergenza sanitaria per una epidemia, una tragedia comune, che non si può ridurre alla sfera individuale, all’interesse personale, alle paure incomprensibili. Ci sono speranze che non si ripetano tumulti, assalti, violenze, come a Roma orchestrati dai fascisti, alle spalle di chi può manifestare onestamente il suo dissenso… Sarebbe il caso che certa politica, per il proprio bene, si facesse sentire, che Giorgia Meloni non facesse finta di chiudere gli occhi sulla “matrice”.

Tamponi, mascherine e vaccini

I più ricercati oggi dai giornali, dalle troupe televisive, dalle radio, erano loro, i protagonisti del ruscello no vax e no green pass. Abbiamo sentito un portuale di Trieste spiegare: “Ci hanno costretto a lavorare nei giorni peggiori del covid con la mascherina e rispettando il distanziamento, quando si sa benissimo che nel nostro mestiere mascherine e distanziamenti sono una finta. Abbiamo lavorato. Adesso ci chiedono il tampone”. Vai a ribattere che nel frattempo è arrivato il vaccino, che la storia è cambiata grazie al vaccino, che i contagi sono in calo, che i morti non sono più una strage.

Un altro a Milano si giustificava: “Va bene il vaccino, ma non ne conosciamo gli effetti a lungo termine”. Se avessimo dovuto sempre rispettare quel traguardo, tra la peste, il colera, l’AIDS vivremmo tutti in un lebbrosario. Appelliamoci alla saggia sentenza di Keynes: “Nel lungo periodo saremo tutti morti”. Non si sfugge.

Un giovane volonteroso si esprimeva così: “Non ho paura, ma rinuncio al mio vaccino perché possa servire ad aiutare qualcuno in Africa, dove i vaccinati sono una rarità”. Il primo atto di generosità potrebbe mostrarlo nei confronti della nonna, del vicino di casa o del compagno di scuola, non contagiandoli.
Ancora: “Io rispetto chi si vaccina, voglio essere rispettato anch’io se rifiuto il vaccino”. Come se la tua scelta, che pretendi libera, non fosse un ostacolo alla libertà degli altri. Per certuni meglio evidentemente il lockdown.

Un’operaia di Brescia: “Una buona iniziativa. Così al lavoro sono tranquilla”.

Un lento, ma progressivo miglioramento

In piazza si è manifestato: a Milano (un corteo di cinquecento persone), a Bologna (duecento), a Roma (un migliaio senza mascherine al Circo Massimo). Vaccini, covid, green pass, finiscono in secondo piano, in primo ancora l’osceno attacco ai sindacati, Cgil, Cisl, Uil, al governo, attacco violento nelle parole dei comizianti e negli slogan. Se ne sono sentite di tutti colori: si resta di sasso di fronte a tanta volgarità, a tanta stupidità. Qualcuno avrebbe dovuto far sapere che in Gran Bretagna, patria del liberi tutti, ci sono stati quarantacinquemila nuovi contagiati in un giorno, che nella Russia di Putin si fanno i conti con una nuova ondata di covid. Che la parola fine non è stata scritta, che l’inverno che incombe potrebbe moltiplicare i danni, ma che grazie a vaccini, mascherine, restrizioni, sofferenze varie il miglioramento – come ha comunicato il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Brusaferro – è lento, ma progressivo.

I nostri media, per quanto si è potuto vedere in tv e nei siti, pare abbiano ridimensionato la temuta rivolta: toni cauti, verdetti che isolano i manifestanti, aria di pacificazione. La notizia compare spesso in coda: prima si parla o si scrive degli ultimi provvedimenti del governo in materia di reddito di cittadinanza e della morte del parlamentare dei Tories, Amess. Sembra che si voglia “raffreddare” il tema, dopo che per mesi e mesi non si è persa occasione per accendere lo scontro, per amplificare il rumore di quanti gridavano insulti contro la scienza, insinuando sospetti, accusando la “dittatura sanitaria”, martirizzando il povero ministro Speranza, magnificando cure che non esistono, in una dimensione lontana da qualsiasi senso di responsabilità collettiva. Chiedo: perché tanto spazio a chi non aveva nulla di fondato da dire, non aveva carte, non aveva studi.

All’indifferenza di molta stampa e della tv, incapaci di distinguere, di esercitare un ruolo critico (vorrei dire anche pedagogico) nei confronti di un evento che ha colto tutti impreparati, si è sommato il qualunquismo dei social, autentici megafoni di qualsiasi falsità, di qualsiasi favola, nel nome di improvvisati santoni del negazionismo.

Il 15 ottobre ci dice che milioni di italiani si sono presentati regolarmente al lavoro o nelle scuole con il loro green pass. Il paese non si è fermato.

 

P.S.

Vorrei aggiungere parole non mie, vorrei citare il post su Facebook di Giorgio Oldrini, giornalista dell’Unità e poi di Panorama, sindaco di Sesto San Giovanni, figlio di Abramo, operaio della Breda, partigiano, deportato, poi sindaco per sedici anni: “Nelle fabbriche di Sesto San Giovanni si sostennero battaglie durissime per difendere la salute dei lavoratori e dei cittadini che attorno alle fabbriche vivevano. Dopo una grande intesa tra sindacati e ospedale di Sesto si costruì il libro bianco dei lavoratori della Breda, grazie al quale nacque il servizio nazionale di medicina del lavoro. Alla Falck si condussero vertenze storiche per installare i grandi depuratori contro i fumi della fonderia. Oggi si incontrano sindacati (per fortuna pare molto minoritari) e lavoratori (pare non molti) che lottano contro la salute, loro e degli altri. Scioperano per non vaccinarsi. Il mondo alla rovescia”. I legami di questi “sindacati”, in capo alla protesta dei portuali, con aree del neofascismo sono noti (e ben documentati).