Con la sinistra +Europa non c’entra

Tra coloro che non se la sentono di votare Pd, c’è chi (persino tra gli eredi di Togliatti) pensa alla lista +Europa, considerandola una offerta più accettabile. La indubbia coerenza politico-culturale di Bonino, non deve occultare il programma della lista: liberale nei diritti e liberista nell’economia. La filosofia è racchiusa in un elogio degli “effetti virtuosi della concorrenza per la ricchezza e opportunità”.

Il richiamo ai mercati aperti giustifica la richiesta di altre liberalizzazioni e privatizzazioni per “i settori ancora non sufficientemente aperti alla concorrenza, dai trasporti all’energia, dai servizi pubblici locali alle professioni”. La strada evocata è la stessa imboccata dai governi negli ultimi 25 anni, a dispetto delle dure repliche che la crisi sociale ancora strisciante ha fornito ai miti del liberismo. E quindi, in nome di “investimenti di qualità”, altre privatizzazioni del sistema bancario, dei servizi pubblici locali e anche del “patrimonio demaniale”.

Il sistema economico italiano, dopo la decostruzione del modello dell’economia mista, è un luogo periferico, con inclinazioni verso uno storico declino. Dinanzi al fallimento delle politiche economiche, la lista Bonino invoca una persistenza dei medesimi principi. Per la ripresa “è necessario privatizzare le imprese pubbliche che operano in mercati concorrenziali”. Il nuovo è l’eterno ritorno dell’antico: svincolare l’universo delle micro-imprese dagli “ostacoli burocratici e di sistema”, mettere “a gara i servizi locali” per sostituire alla logica pubblica del servizio collettivo quella privata del contratto, del consumatore finale.

In nome della stabilità finanziaria e della guerra al debito pubblico, alla persistenza di vincoli corporativi e ideologici, il programma della lista precipita in una strenua difesa dello status quo. L’asserzione esplicita è che “bisogna proseguire, non tornare indietro sulla strada delle riforme”. Il populismo? Reazione irrazionale alle belle riforme suggerite dai profeti del rigore.

Come sentinella delle politiche ispirate all’austerità, la lista esalta le riforme più controverse (“non bisogna toccare la legge Fornero”) nelle cui pieghe rintraccia una “forma di moralità”. Anche l’altro intervento governativo che ha lacerato il Pd, quello sul mercato del lavoro, viene rivendicato. Non si tratta di una “panacea” e però è indubbia l’utilità del Jobs Act “basato su una maggiore flessibilità in uscita attraverso la riduzione delle tutele in caso di licenziamento”.

Peraltro, il modello di relazioni sindacali che il programma Bonino prospetta è quello di un rafforzamento della flessibilità organizzativa dell’impresa con la “contrattazione aziendale, territoriale o di filiera”, con la lotta agli “abusi del diritto di sciopero”. La radice del malessere italiano è individuata nella eccessiva spesa pubblica, nelle troppe regole, nella tassazione elevata. Per il recupero di produttività si invoca meno Stato con una “redistribuzione di risorse dal pubblico al privato”. Indietro i fantasmi del keynesismo, solo il privato è bello. Gli stessi proventi della lotta all’evasione fiscale andrebbero destinati alla “revisione delle imposte e non all’alimentazione di nuova spesa corrente”.

La cultura del meno pubblico come obiettivo è l’asse centrale. Il testo si spinge sino alla esortazione per “il congelamento della spesa pubblica in termini nominali per la durata della prossima legislatura”. Uno scenario inquietante. E tra tagli “delle spese correnti e agevolazioni fiscali”, esercizi di spending review, ritirate strategiche dello Stato, affiora un approccio ideologico. Se applicato avrebbe conseguenze negative su ciò che resta del Welfare, dell’amministrazione, dei beni pubblici e comuni. Quello della Bonino? E’ un coerente manifesto liberista per la contrazione della spesa pubblica e la lotta al debito. Nulla a che fare con la sinistra, quella che Corbyn cerca di ricostruire dopo il diluvio.