Un grande partito
di sinistra e ecologista per fermare la deriva presidenzialista

Sul Corriere della Sera, Galli della Loggia (G.d.L) prende atto della fine della Repubblica parlamentare italiana. Non denuncia l’involuzione democratica ma la giustifica. C’è da notare che uno dei teorici del “dissolvimento dello Stato italiano” avvenuto, giustamente, dopo l’abbattimento del fascismo, scrive della fine della Repubblica parlamentare proprio l’8 settembre, giorno in cui nel 1943 nasceva la nuova Italia partigiana dei partiti antifascisti, che riscattarono l’onore degli italiani dai crimini fascisti e che, vittoriosi, donarono al popolo italiano la sovranità politica: la Repubblica, il Parlamento, le libertà, i diritti sociali civili e politici, il voto alle donne.

Scrive Galli della Loggia: “Mario Draghi si sta trasformando di fatto in una sorta di De Gaulle italiano… attraverso piccoli passi quotidiani… Draghi sta dando vita ad una sorta di semipresidenzialismo sui generis… nel quale… il mandato di governo è di fatto staccato dalla effettiva volontà dei partiti che compongono la maggioranza parlamentare.”

Per l’editorialista questo processo involutivo non ha responsabili ma ha una autonoma dinamica che porta alla sua inevitabile affermazione. Ovviamente questo non è vero.

Il processo regrediente è iniziato da tempo con la personalizzazione della politica, con lo svuotamento dei poteri dei consigli comunali e regionali, con la trasformazione personalistica e plebiscitaria dei sistemi elettorali e dei partiti. Ma negli ultimi dieci anni questo processo si è acutizzato in quanto ha bloccato più volte la volontà del popolo italiano espressosi con il voto. Il primo passaggio fu il governo “tecnico” di Monti, poi, dopo le elezioni politiche del 2013, il Presidente Giorgio Napolitano, non mandò Bersani in Parlamento per verificare il consenso ad un suo governo e, quindi, si formò il governo Letta, che mescolava indistintamente destra e centrosinistra che fino al giorno prima si erano contrapposti per programmi e visione della società. Mescolanza che il voto popolare non permetteva. Di conseguenza il PD, grande partito, fu terremotato (vicenda del Napolitano bis e crisi che aprì le porte del partito a Renzi).

Il gruppo dirigente di Bersani ebbe un colpo da cui non si è più ripreso.
L’altro passaggio è stato la nascita del governo Draghi. Calato “dall’alto” dal Presidente Mattarella nella scia di Napolitano. Anche in quel passaggio, si è determinato un atto di presidenzialismo di fatto, anche perché il governo Conte non era stato sfiduciato dal Parlamento.

Il Presidente Mattarella, dice il G.d.L., interprete di una “voce del Paese” (che solo lui aveva sentito) “è stato costretto insomma a prendere atto della virtuale disintegrazione del sistema dei partiti…finisce così la lunga storia della partitocrazia italiana”. (Amen!)

Anche in quel passaggio, i partiti più votati dagli italiani furono terremotati: sempre il PD e, in più, i 5Stelle. Le destre invece vennero rimesse in sella.

È evidente che la sovranità del popolo che viene espressa attraverso i partiti (art. 49, Costituzione, “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”) è stata menomata e messa in discussione da atti istituzionali che, muovendosi sul filo della legittimità costituzionale, hanno limitato il potere politico dei partiti e del Parlamento. Ovviamente, tutto ciò con il consenso di quasi tutti i gruppi dirigenti dei partiti che, come nel PD e nei 5Stelle, si sono poi immediatamente frantumati. Il che ha aggiunto una nota inquietante di debolezza.

Pertanto, non è esistito, e non esiste, un processo oggettivo e inevitabile di menomazione della sovranità del popolo e dei suoi rappresentanti politici.
Certamente questi processi involutivi accadono anche per le distorsioni del sistema dei partiti che paga, da una parte, l’assenza di un grande partito di sinistra socialista ed ecologista, a larga partecipazione, in grado di dare alle forze del lavoro e popolari un ruolo centrale di classe dirigente nazionale e di governo, dall’altra parte, la presenza incontrastata di facoltosi gruppi (lor signori) che posseggono il monopolio dell’informazione privata e delle risorse economiche, e che le usano per garantire i loro interessi di potere politico ed economico, per di più, discreditando sistematicamente i partiti e la partecipazione. Ovviamente, sono sostenitori del sistema presidenziale.

È vero che i partiti non s’improvvisano. Tuttavia, è da tempo che in Italia e in Europa c’è l’esigenza di avere partiti che abbiano un’idea di società incardinata sui valori dell’eguaglianza, della tutela della natura e sul ruolo dello Stato: la solidarietà e la presenza degli Stati nella difesa della salute dal coronavirus è stata fondamentale e non sostituibile.

Quello che Galli della Loggia vuole far passare come cosa normale ed inevitabile prefigura la necessità di riformare/stravolgere la Costituzione per favorire la metamorfosi presidenzialista del sistema politico e colpire con “l’uomo solo al comando”, ovviamente eletto plebiscitariamente, la sovranità popolare.

Non so se Draghi voglia questo tipo di evoluzione del sistema politico, penso che neppure Napolitano e Mattarella lo vogliano. Tuttavia, ha ragione il buon Giorgio Amendola quando scriveva “Il fatto è che gli eventi vanno giudicati non per le motivazioni che li hanno accompagnati, ma per le conseguenze che hanno determinato”.

Ora, le conseguenze possono essere quelle indicate dall’editorialista del Corsera. A meno che, non intervenga un movimento unitario di forze intellettuali e sociali di segno opposto, cioè di rinascita democratica e costituzionale che restituisca il potere alle assemblee elettive e favorisca la nascita di maggiori forme di partecipazione popolare nei partiti e non solo, e che sostenga la partecipazione politica con nuove forme di finanziamento pubblico.

Il movimento sindacale non credo possa stare in disparte su queste questioni e non mettere in campo una propria visione di democrazia partecipata e di sostenibilità sociale ed ecologica dell’economia.

Nell’immediato due sono le battaglie politiche su cui si definirà il futuro della nostra democrazia. La prima, è l’elezione del Presidente della Repubblica: la novità sarebbe eleggere una donna che personifichi i valori e lo spirito della Costituzione antifascista;
la seconda, è la trasparenza e il coinvolgimento delle forze sociali nelle scelte economiche e, qui, il ruolo di Draghi appare molto importante al fine di chiarire e di fare molte cose, ad esempio, chiarire che la riconversione ecologica non è il nucleare come dice il ministro Cingolani, che la ristrutturazione tecnologica non può andare a discapito dell’occupazione e della qualità del lavoro (a quando i provvedimenti contro le numerose morti sul lavoro?) e che da subito vanno attivati nuovi strumenti per fermare la strage del femminicidio. Per non parlare delle misure da prendere per estendere l’occupazione giovanile e femminile, nel Mezzogiorno ecc.

Sui contenuti mi fermo qui, non è il tema di queste riflessioni.

Tutti coloro che vogliono impedire il regresso presidenzialista e aprire una fase di innovazione democratica hanno una sola strada da percorrere ed è quella di unire le forze del lavoro e quelle popolari intorno agli obiettivi di difesa e di riforma dello Stato democratico, a cominciare dall’apparato pubblico, e di creare un largo consenso per un governo progressista. Pertanto, è indispensabile attivare da subito un processo che unisca forze sociali, intellettuali e politiche riformatrici, superando nel paese le divisioni tra PD, 5Stelle e le altre forze democratiche. E, a sinistra, superare la frammentazione lavorando seriamente e unitariamente per la costruzione di un grande soggetto popolare del lavoro, socialista ed ecologista.