Unità nazionale?
No grazie, con questa destra mai

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico verrebbe da dire, parafrasando il poeta, di fronte alle grandi e piccole manovre con le quali si tenta di avvolgere il governo Conte. Tornano infatti in modo insistente le vecchie formule che hanno segnato la lunga storia della prima Repubblica – il governissimo, la solidarietà nazionale o l’unità nazionale – con le quali si vorrebbe far credere di poter rafforzare un esecutivo, nato in modo anomalo, in questi tempi di grande emergenza.

Ma è davvero così? C’è veramente questo spirito comunitario dietro le spinte per un governo diverso? Ma soprattutto: ci sono le condizioni politiche, culturali, storiche che possano consentire la nascita di una “coalizione per il bene del Paese” che metta insieme maggioranza e opposizione?

Sulle prime due domande, la risposta più convincente l’ho trovata nell’articolo che Guido Sannino e Lorenzo Fattori hanno scritto proprio su strisciarossa (LEGGI QUI) spiegando come il grande affare della ricostruzione post-Coronavirus stia alla base di moltissimi dei tentativi di delegittimare il governo Conte e di far nascere una nuova maggioranza. Il punto, scrivono, è “chi sarà a fare le parti alla ricca tavola”. Quella dei finanziamenti, degli investimenti, dei fondi europei che arriveranno. Stiamo parlando di centinaia di miliardi per l’Italia che serviranno non solo a sostenere il “welfare di emergenza” ma anche e soprattutto, si spera, a ridisegnare il profilo industriale del Paese e a riportare in equilibrio la bilancia delle disuguaglianze che negli anni del liberismo sfrenato ha fatto diventare più poveri i poveri e più ricchi i ricchi.

Il tentativo di bombardare il quartier generale del governo, come si sa, era cominciato prima che il virus sbarcasse in Italia. L’emergenza sanitaria ha frenato all’inizio, per questioni di opportunità, questa manovra di accerchiamento. Con un paese in emergenza come si faceva a giocare così sporco? Poi però il cannoneggiamento è ricominciato prendendo a pretesto una volta i tamponi che non si facevano, un’altra la ripartenza che non si vedeva, un’altra ancora le task force nominate da Palazzo Chigi o l’eccessiva presenza mediatica del premier o infine la mancata assunzione di responsabilità da parte dell’esecutivo accusato di essere in balìa degli scienziati.

Quindi, dietro il tentativo di disarcionare Conte c’era e c’è ancora questa gigantesca concentrazione di interessi economici e finanziari che trovano sponda in alcuni ambienti politici non solo di opposizione. Bisogna saperlo.

Resta la terza domanda: ci sono le condizioni politiche per una “coalizione per il bene del Paese”? Perché, diciamo la verità, l’ipotesi sarebbe anche suggestiva: l’Italia è a rischio, uniamo le forze per salvarla. E’ successo con il primo governo De Gasperi con Palmiro Togliatti ministro subito dopo la Liberazione, quando il Paese aveva bisogno del massimo di unità per risorgere dalle macerie in cui l’aveva gettata il fascismo. Si è ripetuto con i governi di solidarietà nazionale con Dc e Pci alla fine degli anni Settanta, durante l’emergenza terrorismo che culminò con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro.

Ora proprio questi due esempi ci aiutano a dimostrare che oggi l’ipotesi è impraticabile e che chi la propugna (dai leader politici ai grandi gruppi industriali che comandano nei giornali e che proprio negli ultimi giorni hanno cambiato alcune pedine importanti sulla scacchiera dell’informazione) ha un secondo fine. Per tutta la durata della prima Repubblica ha funzionato quello che si definiva con una certa enfasi l’”arco costituzionale”. Vi facevano parte le forze politiche antifasciste che avevano combattuto Mussolini, partecipato alla Resistenza e collaborato per l’approvazione della nostra Costituzione. In questi passaggi c’era il filo di una storia comune. C’era una radice nella quale riconoscersi. Quell’atto di nascita della democrazia repubblicana è stato per quasi cinquant’anni, anche nei momenti di conflitto e di scontro, il terreno comune dove ritrovarsi.

Oggi tutto questo non c’è più. Anche il 25 aprile di quest’anno ha dimostrato quale frattura si sia generata nel Paese con la nascita della destra sovranista di Salvini e Meloni. I quali non a caso hanno sempre avuto nei confronti di questa data un atteggiamento ostile: la leader di Fratelli d’Italia viene addirittura da una storia cresciuta dall’altra parte della barricata rispetto all’Italia della Liberazione. Per questo ogni anno si ripetono i tentativi di annacquare il 25 aprile in un’indistinta festa della libertà o, come quest’anno, in un giorno del ricordo per le vittime del Coronavirus.

Manca, tra le forze politiche di oggi, il tratto comune che c’era ieri. Manca un luogo ideale dove poter costruire un possibile rapporto di collaborazione. Il groviglio di odio e di risentimento espresso dalla destra durante i lunghi 55 giorni di lockdown ha separato sempre di più, ha prodotto altre faglie, altri terremoti. Ha spinto la destra sempre più a destra, gli ha impedito di vedere l’emergenza e di cogliere la necessità di uno spirito nuovo.

Qualcuno ha ricordato le frasi pronunciate dal leader dell’opposizione portoghese Rui Rio rivolte al premier socialista Costa: “La minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà e senso di responsabilità. Per noi il governo in questo momento non è l’espressione di un partito avversario, ma la guida dell’intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare. Non parliamo più di opposizione, ma di collaborazione. Signor primo ministro Antonio Costa conti sul nostro aiuto».

Vedete quanto è grande la differenza con chi, qui da noi, si è scagliato contro Conte e i suoi ministri parlando di regime, accusandoli di dire menzogne, di essersi svenduti all’Europa, di aver avuto atteggiamenti criminali. Frasi con le quali è stato avvelenato il dibattito pubblico nelle ultime settimane. Ecco perché continuare a parlare di unità nazionale appare un diversivo. Si tratta di un’ipotesi storicamente e politicamente inconsistente. Soltanto un modo per delegittimare il governo e aprire una crisi al buio esclusivamente per interessi di partito, di potere e di finanza.