Un buon compromesso
per il Colle è possibile
se torna la politica

Sarà bene che l’elettore, il militante, il simpatizzante e soprattutto lo smanettone social del centrosinistra se ne facciano già una ragione: il prossimo presidente della Repubblica non verrà da quella parte, come avviene (in senso lato, s’intende) da diversi settennati.

Ci sono ragioni aritmetiche e ragioni politiche per escluderlo. Le prime sono evidenti: dopo la disfatta elettorale del 2018 il numero dei grandi elettori di Pd e alleati è del tutto insufficiente e neanche il patto con i 5 Stelle rimasti fedeli a Conte – ammesso e non concesso che non si sfarinino per l’ennesima volta in Parlamento – produrrebbe una maggioranza sufficiente ad eleggere il Capo dello Stato. Le seconde riguardano invece la tenuta del governo Draghi al quale sono legate le prospettive di salute pubblica e di rilancio economico e sociale del Paese. Per tenere in vita la maggioranza di emergenza attuale sono assolutamente da evitare colpi di mano e atti di forza: il compromesso con il centrodestra di governo è l’unica strada percorribile. A meno che non si intenda dirottare proprio Draghi sul Colle, che però non è certo l’obiettivo dichiarato. Comunque – a dispetto dei giochini del totopresidente sui giornali e sui talk show – i vari Gentiloni, Veltroni, Franceschini o addirittura Prodi, questa volta non entreranno neppure in partita.

La direzione giusta di Letta

Le prime mosse di Enrico Letta sembrano andare nella direzione giusta. Il leader del Pd ha chiesto che – come sulla manovra di bilancio – i segretari della maggioranza discutano a un tavolo comune delle possibili candidature condivise. Naturalmente è improbabile che il nome possa uscire da un “tavolo” che mette assieme – per dire – Letta e Salvini, Conte e Renzi, passando per Tajani e Speranza. Serve altro. Per usare un’espressione ormai desueta, bisogna fare politica. Il Pd deve dimostrare di esserne capace, non lasciando – come troppe volte è accaduto in questi anni – l’iniziativa nelle mani spregiudicate degli altri. Senza arroccamenti e senza fare troppo affidamento sui più recenti alleati, capaci troppo spesso di produrre amare sorprese.

Siamo ancora ai preliminari, la vera partita deve ancora cominciare. Ma non è detto che il risultato alla fine sia deludente. Anzi i possibili punti di caduta di un “compromesso” con gli avversari di sempre potrebbero essere sorprendenti. Soprattutto se si riuscirà ad uscire dall’attuale crisi di sistema, puntando finalmente su una donna. I nomi non mancano, donne di prestigio e competenza non ascrivibili direttamente ad alcuno schieramento politico. Una volta che sarà tolto di mezzo il bluff su Berlusconi, è possibile che il centrodestra si disponga a trattare. Il problema principale sarà allora quello di superare i veti contrapposti. Ad esempio se ci si disponesse a convergere su Marta Cartabia bisognerà vedere cosa faranno i 5 Stelle che vedono la sua riforma della giustizia come il fumo negli occhi (“La cancelleremo una volta tornati alla guida del governo”, ebbe a dire l’avvocato del popolo, piuttosto ottimista sulla sua prospettiva). Se ci si indirizzerà invece su Paola Severino, cosa ci si potrà aspettare da Berlusconi, che dalla sua riforma sull’incandidabilità è stato allontanato dal Parlamento e dalle istituzioni per cinque anni? Ma sono solo esempi, ovviamente.

Il rischio dei veti (non solo politici)

Il rischio però è che i veti non arrivino solo dalla politica ma anche dai media e dai social. La vicenda di Franco Marini, due elezioni fa, è esemplare. Sul nome dell’ex sindacalista e presidente del Senato il Pd a guida Bersani aveva raggiunto l’intesa con Forza Italia, quando arrivarono le proteste della autoproclamatasi “base” via mail o fax (i predecessori degli smanettoni social) che lo lo ritenevano troppo legato alla “vecchia politica”. E anche per l’aperta ostilità dei renziani (“Ce lo vedete a colloquio con Obama?”, disse il futuro senatore di Rignano) mancarono centinaia di voti per l’elezione con il quorum qualificato. I numeri per procedere con la maggioranza assoluta c’erano ancora, l’accordo con Forza Italia reggeva, ma Bersani preferì a quel punto rompere e candidare Romano Prodi, non proprio un nome di rinnovamento. Come è andata a finire lo sanno tutti. E questa volta l’epilogo non sarebbe lo stesso: a differenza di Giorgio Napolitano, Mattarella non è disponibile ad alcun sacrificio, tanto più che a chiederlo, assieme agli altri, difficilmente ci sarebbe una destra a guida sovranista, ancora più aggressiva di quella berlusconiana.