Frau Merkel
davanti al bivio

Se i sondaggi e il buon senso dicono il vero, ci sono due certezze sulle imminenti elezioni in Germania. La prima è che Angela Merkel sarà confermata alla cancelleria per la quarta volta, la seconda è che per formare un governo serviranno trattative lunghe e, presumibilmente, complicate. Quanto complicate?

Per averne un’idea, va ricordato che quattro anni fa nonostante che dalle urne fosse uscita una sola possibilità politicamente praticabile, e cioè la groβe Koalition tra i due partiti democristiani e i socialdemocratici, le trattative sul programma di governo tra la CDU/CSU e la SPD durarono quasi quattro mesi. Stavolta, sempre se i sondaggi non mentono, le coalizioni politicamente praticabili saranno almeno due. Frau Merkel avrà la possibilità di scegliere tra la riproposizione dell’alleanza con i socialdemocratici e una coalizione con i liberali della FDP, che – dicono sempre i sondaggi – torneranno al Bundestag dal quale erano stati esclusi quattro anni fa per essere rimasti sotto la soglia del 5%.

Molti ritengono che la cancelliera sia abbastanza restìa alla seconda ipotesi, ma il solo fatto che essa esista le mette in mano un’arma formidabile e, a meno che la SPD non sia uscita debolissima dal voto e pronta ad ingoiare tutto, ciò fa sì che mettersi d’accordo su un programma di governo sarà ancor più complicato che nel 2013. E di complicazione ce n’è anche un’altra.

Per la prima volta, nel prossimo Bundestag, CDU e CSU dovranno fare i conti con una forza parlamentare alla loro destra, cioè l’incubo che Franz-Josef Strauss esorcizzava ammonendo che “alla nostra destra ci deve essere soltanto il muro”. Gli estremisti di destra xenofobi e antieuropeisti di Alternative für Deutschland saranno tenuti fuori da ogni gioco politico, ma la loro mera presenza potrebbe rafforzare gli argomenti della fronda cristiano-democratica (e soprattutto cristiano-sociale) che, insieme con i vertici della Bundesbank, giudica la cancelliera attuale troppo “sociale” in fatto di welfare, troppo propensa ad accelerare sull’integrazione europea, troppo esitante a imporre l’austerity ai paesi della dolce vita e troppo morbida verso “quell’italiano” di Mario Draghi.

Queste poche e approssimative osservazioni dovrebbero già indicare come sia inappropriato il relativo disinteresse con cui l’opinione europea (e anche quella tedesca, a dire il vero) ha seguito la campagna elettorale in Germania. Certo, qui non ci sono gli elementi di drammaticità che in Francia e in Olanda erano indotti dalla possibilità che al potere andassero o al potere si avvicinassero forze esplicitamente di destra estrema. Né si tratta di valutare il peso sui rapporti politici interni del rifiuto dell’integrazione europea come è stato in Gran Bretagna. La posta in gioco è meno visibile, ma è comunque alta. Riguarda il futuro dell’Unione europea ma anche il futuro degli assetti sociali nella Repubblica federale, del suo sviluppo economico e del suo welfare.

Ci sono buoni motivi per pensare che l’attuale cancelliera non sia propensa ad adeguarsi alle posizioni ultraliberiste in casa e molto poco disponibili verso Bruxelles e l’attuale dirigenza della BCE sbandierate dalla rediviva FDP del duro Christian Lindner: riduzioni a valanga delle tasse, possibilità di “cacciare” dall’euro dei paesi deboli, abolizione dei fondi europei di garanzia sul debito, lotta a Draghi e al suo quantitative easing e via infierendo.

Ma se l’affermazione della CDU non fosse abbastanza netta, e se contemporaneamente la SPD uscisse dalle urne troppo indebolita, la leadership di Angela potrebbe essere insidiata da destra. Non c’è soltanto Wolfgang Schäuble sulle trincee delle durezze di bilancio da praticare in casa e (soprattutto) da imporre ai partner UE. Buona parte della CSU e parti della CDU potrebbero essere tentate dal più classico degli errori di prospettiva: ritenere che si possa arginare la destra estrema facendo propri i suoi argomenti. Non solo quelli economici, ma anche quelli sociali e, aspetto delicatissimo, quelli relativi alle politiche dell’accoglienza ai migranti e della loro integrazione.

Il paradosso è evidente, e anche abbastanza amaro: la SPD deve sperare contemporaneamente che vinca il suo candidato alla cancelleria Martin Schulz (cosa che sembra molto, molto difficile) e che non perda Angela Merkel. O, almeno, che non perda troppo. Della penosa contraddizione in cui si trovano, i socialdemocratici portano intera la responsabilità per non aver esercitato alcuna egemonia politica e culturale negli anni passati; per aver, a suo tempo, imposto soluzioni subalterne alla crisi del welfare, del mercato del lavoro, per aver trascurato nei fatti la necessità del sostegno alla domanda interna e, come i partiti conservatori e la Confindustria, aver creduto ai miracoli d’una crescita basata troppo sulle esportazioni.

Bisogna riconoscere che Schulz nella campagna è parso, di tanto in tanto, consapevole della necessità di sottrarsi agli imperativi del pensiero economico unico dominante. Ha denunciato i guasti provocati dall’austerity alle prospettive dell’integrazione europea e i danni che essa ha prodotto nel sistema di rapporti con i partner, nonché all’immagine stessa della Germania. Ma lo ha fatto debolmente e con molti “se”. Non ha detto parole chiare sulla condivisione del debito e sull’impegno nei fondi di stabilità europei, è stato abbastanza timido nell’indicare le riforme necessarie dei mercati finanziari. Alla denuncia, sacrosanta, del crescente aumento delle diseguaglianze (negli ultimi 15 anni il reddito del 10% dei cittadini più ricchi è cresciuto del 27%, mentre è diminuito dell’8% quello del 10% dei più poveri) e del livello troppo basso dei salari, inferiori a quelli francesi e britannici, dei mini-job a 450 euro al mese, delle insufficienze del sistema Hartz in fatto di occupazione e delle misure sul mercato del lavoro introdotte da Gerhard Schröder nella sua fase “blairista”, non si sono accompagnate sufficienti indicazioni di correzione del sistema fiscale.

In realtà, almeno sulla carta, i negoziatori socialdemocratici potrebbero anch’essi far valere la carta di una alternativa possibile. Non è da escludere che dalle urne esca una maggioranza virtuale (molto virtuale, allo stato delle cose) rosso-rosso-verde, composta cioè dalla SPD, dal partito di sinistra della Linke e dai Verdi, concretizzando l’antica convinzione di Willy Brandt secondo la quale in Germania esiste “una maggioranza a sinistra del centro”.

Oggi come oggi una coalizione di questo tipo è impensabile, pur se i programmi non appaiono radicalmente inconciliabili. La fase post-elettorale potrebbe però segnare un inizio: l’apertura anche a livello federale di un dialogo che già esiste e ha portato a governi comuni a livello locale. Intanto si tratta di vedere se questa ipoteticissima maggioranza a sinistra del centro esisterà davvero anche sul piano puramente aritmetico. Cosa che non è scontata e che dipende non solo dalle sinistre e dai Verdi ma anche dal risultato delle forze di destra. Compresa AfD, che potrebbe mangiare pezzi di elettorato pure alla SPD e alla Linke.
In ogni caso chi ha messo il voto tedesco tra le cose scontate rischia di avere qualche sorpresa.