Ultimo giro di valzer per Tim. La scalata “amichevole” di Kkr

Un altro ribaltone in arrivo per Tim, l’ex Telecom Italia, già monopolista delle telecomunicazioni privatizzato quasi 25 anni fa.
Il fondo americano Kohlberg Kravis Robert & Co (Kkr) ha presentato un’offerta “amichevole e non vincolante” per acquistare il controllo di Tim. Gli americani sono pronti a lanciare un’Opa sulla totalità del capitale a un prezzo di 0,50 euro per azione (contro l’ultima quotazione di venerdì scorso di 0,35), ma vogliono almeno il 50% delle azioni e il via libera del governo altrimenti si ritirano in buon ordine. Se tutte le azioni fossero cedute agli americani Tim sarebbe valutata 11 miliardi di euro.

L’operazione non sembra una passeggiata anche se gli americani potrebbero essere per molti protagonisti, compreso il governo, degli autentici salvatori per una partita come quella delle telecomunicazioni che da anni non trova un assetto definitivo e affidabile per il futuro del Paese. Per ottenere l’autorizzazione alla conquista di Tim bisognerà verificare l’atteggiamento del governo che può esercitare la golden power, un potere di veto previsto da una legge del 2012 che blocca il passaggio di imprese italiane di valore strategico in mani straniere. Il problema, come sempre, è il controllo della rete, l’infrastruttura più importante del nostro sistema di telecomunicazioni e di Sparkle, società del gruppo Tim che possiede un’estesa rete di cavi internazionali e nel Mediterraneo che trasportano dati e informazioni sensibili anche dei servizi segreti. Bisognerà mettere al riparo queste due attività rilevantissime ed è possibile che gli americani abbiano già informalmente sondato Palazzo Chigi dove siede Mario Draghi, direttore generale del Tesoro nella stagione delle privatizzazioni e profondo conoscitore del sistema finanziario internazionale anche per la sua esperienza alla Goldman Sachs.

Una privatizzazione fallita

E’ l’ennesimo colpo di scena che investe una società importantissima anche se un po’ indebolita per il Paese, uno dei gioielli dell’ex industria di Stato venduto frettolosamente e male ai privati, che da molto tempo è senza pace, privo di uno stabile assetto azionario, di una strategia chiara, di manager adeguati. Due decenni in mani private hanno fatto a pezzi Telecom. Dopo la privatizzazione del 1997 con la creazione di un nocciolo duro di azionisti guidati dagli Agnelli e dalle Generali, il gruppo Telecom due anni dopo è stato oggetto di una scalata da parte dell’Olivetti allora guidata da Roberto Colaninno affiancato da una cordata diversificata di soci, assai poco affidabili. Nell’estate del 2001, poche settimane dopo la vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni, la maggioranza è passata alla Pirelli di Tronchetti Provera appoggiata dalla famiglia Benetton.

Dopo pochi anni un’operazione “di sistema”, con l’intervento del sistema bancario, ha favorito l’esodo di Pirelli e l’ingresso della spagnola Telefonica a fianco di alcuni grandi investitori italiani. Anche gli spagnoli si sono presto stancati, ma è arrivato il francese Vincent Bollorè con la sua Vivendi, oggi primo azionista di Tim con il 24%, che aveva in mente di prendersi anche Mediaset. Dopo l’ingresso di Bollorè, non proprio un galantuomo d’affari, il governo Gentiloni spinse la Cassa Depositi Prestiti a entrare nel capitale Tim con il 10%, una specie di avvertimento e di garanzia pubblica.

Adesso un’altra puntata, a sorpresa. Il fondo Kkr, una potenza che gestisce un patrimonio di 400 miliardi in tutto il mondo, ha valutato tutta Tim circa 11 miliardi di euro. Non è un granchè per questa nobile decaduta. Alla fine degli anni Novanta il gruppo capitalizzava oltre 30 miliardi, i ricavi erano pari a 22 miliardi (oggi almeno un quarto di meno), i dipendenti erano 125mila (ora meno della metà, poco più di 50mila). Sono scomparse aziende pubbliche dell’industria dei telefoni come Italtel, Italcable, Sirti. Naturalmente il Paese non ha ancora una rete a banda larga moderna, anzi ci sono due competitori in lotta tra loro: FiberCop di Tim, di cui è già socio Kkr, e Open Fiber, voluta dal governo Renzi e creata da Enel con Cdp. I numeri del mercato, i bilanci di questi vent’anni di Tim sono deludenti, anche l’ultima gestione di Salvatore Rossi e Luigi Gubitosi è negativa persino per i grandi azionisti che li hanno scelti. I francesi di Bollorè hanno messo Gubitosi sul banco degli imputati per i brutti risultati e sospettano brutte sorprese dall’offerta americana.

Davanti a una privatizzazione fallita, perché di questo si tratta, il governo Draghi ha due opzioni davanti: può autorizzare l’ultimo giro di valzer attorno a Tim spalancando le porte agli americani di turno in attesa che poi se ne vadano quando avranno guadagnato quello che desiderano oppure può riportare le telecomunicazioni nell’alveo delle partecipazioni strategiche in mano allo Stato riconsegnando alla vecchia Telecom la missione di modernizzare il Paese che aveva fino alla fine degli anni Novanta.