Ue, la pacchia è finita e di certo non grazie a Giorgia Meloni

La “pacchia”, che in italiano ha una connotazione negativa, si traduce nelle maggiori lingue europee in un “dono del cielo” o “di Dio” e potrebbe esprimersi positivamente in una situazione di “abbondanza materiale e di assenza di preoccupazioni”. La “pacchia” è finita nell’Unione europea (Ue) da quindici anni e la fine della abbondanza materiale e della assenza di preoccupazioni è iniziata con la crisi finanziaria del 2007-2008,  è proseguita con il terrorismo internazionale sviluppatosi all’interno dei confini dell’Ue,  è continuata con l’aumento dei flussi migratori “economici” o di richiedenti asilo; si è aggravata con le conseguenze di sciagurate e reiterate politiche che hanno inquinato l’acqua, l’aria e la terra, si è materializzata con l’assenza di autonomia strategica dell’Ue di fronte alla fine del multipolarismo, è diventata drammatica con la pandemia  e ha infine sconvolto gli equilibri mondiali con l’aggressione della Russia all’Ucraina.

Le sfide sovranazionali della Ue

von der leyen ucraina ueLa differenza fra le soluzioni europee adottate per rispondere alle scarsità materiali e all’aumento delle preoccupazioni non è ideologica e cioè legata ad una ipotetica contrapposizione teorica fra un metodo di decisione (o di “non decisione”) prevalentemente confederale o dei meccanismi di analisi dei problemi, di proposta, di decisione e di esecuzioni sovranazionali o prevalentemente federali ma maledettamente concreta se si approfondisce il modo in cui l’Ue ha reagito o è stata incapace di reagire di fronte alle sette sfide che abbiamo qui sopra sintetizzato.
Chi guarda all’Europa con le lenti confederali danneggia gli interessi nazionali perché solo con l’Ue possiamo rispondere alle sfide sovrannazionali che abbiamo davanti.

La pandemia e la guerra ai confini dell’Ue hanno messo in evidenza che le soluzioni – pur frammentarie e temporanee – possono essere trovate quando c’è coincidenza fra interessi nazionali ed interesse europeo e che le soluzioni non vengono trovate se ci si affida alla contrapposizione fra gli uni e l’altro lasciando prevalere il “potere” (che non è un “diritto”) di veto o perché le regole del Trattato hanno mantenuto il voto all’unanimità o perché il Consiglio decide di non decidere anche se il Trattato prevede una decisione a maggioranza qualificata o perché non si raggiunge tale maggioranza nel “combinato disposto” del voto degli Stati e delle popolazioni rappresentate.

L’esempio più recente è quello della decisione sul cosiddetto price cap in cui l’interesse italiano a adottare questa misura coincideva con l’interesse europeo ma la decisione è sospesa per la difesa nel Consiglio di apparenti interessi nazionali che impediscono il raggiungimento della maggioranza qualificata.

La risposta alla pandemia

Le misure adottate per far fronte alle conseguenze economiche e sociali della pandemia (prima il meccanismo SURE di risposta alla disoccupazione e poi il piano – che non è un fondo – denominato Next Generation EU che ha attribuito all’Italia oltre duecento miliardi di euro fra prestiti e sovvenzioni) sono state il frutto di un meccanismo sovranazionale fondato sull’analisi dei problemi, su proposte della Commissione europea facilitate dal sostegno politico di alcuni governi che hanno fatto prevalere l’interesse europeo su quelli apparentemente nazionali, su decisioni “comunitarie” e su procedure di esecuzione fondate su regole adottate di comune
accordo e sottoposte a puntuali verifiche europee.

In questo quadro rientrano le condizioni per il rispetto dello stato di diritto fondate su un interesse europeo che hanno bloccato la concessione di finanziamenti all’Ungheria e inizialmente anche alla Polonia su cui pende una decisione della Corte di Giustizia e l’esigenza di avviare e dare piena esecuzione a riforme a livello nazionale indispensabili per rendere l’economia dei paesi europei più “resiliente” e che rende giustamente impossibile l’apertura di un nuovo negoziato sui PNRR, una esigenza accolta sulla base di regole adottate di comune accordo nel Consiglio in “codecisione” con un’ampia maggioranza nel Parlamento europeo (Pe) e con il consenso dei parlamenti nazionali.

Tutto questo sistema è fondato sul principio “esistenziale” dell’Ue della “cooperazione leale” che non può né deve essere messo in discussione nel caso in cui cambino le maggioranze o i governi in un paese membro e dal primato del diritto europeo nei settori di competenza dell’Ue.

Il modello federale

Per riacquistare almeno una parte della “pacchia” che abbiamo progressivamente perduto negli ultimi quindici anni – nel rigoroso rispetto degli obiettivi dello “sviluppo sostenibile” – e cioè per garantire i beni pubblici “materiali” comuni e per ridurre le preoccupazioni, la via italiana non è certamente quella di contrapporre apparenti interessi nazionali all’interesse europeo ma rafforzare la dimensione sovranazionale secondo un modello federale riconoscendo alla Commissione (il “governo europeo” in statu nascendi) il ruolo di analisi e di proposta, al Consiglio e al Pe il potere di decidere superando nel Consiglio il vincolo dell’unanimità o del potere di non-decidere, tornando al ruolo della Commissione per eseguire le decisioni o
controllare il rispetto delle decisioni da parte degli Stati membri.

Sappiamo che tutto il sistema comunitario – che è un ibrido o un coacervo fra confederalismo e federalismo che le opinioni pubbliche comprendono difficilmente, e le cui debolezze vengono spesso attribuite alla dimensione europea al cui interno prevarrebbero i “burocrati” portando acqua ai mulini del sovranismo nazionalista – ha difetti di frammentazione e di provvisorietà e che, pur attuando quel che è possibile attuare a trattato costante per rispondere alle emergenze e rafforzando il bilancio europeo in particolare attraverso vere e proprie risorse proprie, è sempre più necessario avviare un processo “costituente” per andare al di là del Trattato di Lisbona firmato nel 2007 prima che l’Ue entrasse nel vortice crescente delle sette crisi che abbiamo più sopra sintetizzato.

Per questa ragione noi siamo convinti che la via italiana nell’Ue deve passare dalla coerenza e coesione fra interessi nazionali e interesse europeo scegliendo la dimensione realistica della dimensione federale in alternativa alla mancanza di realismo della dimensione confederale e costruendo nell’Ue le alleanze necessarie fra i governi, nel PE, nella società civile e nel rafforzamento della democrazia rappresentativa, partecipativa e di prossimità in vista delle elezioni europee nel maggio 2024.

L’autore è presidente del Consiglio italiano del Movimento Europeo