Ucraina, uno spiraglio di trattativa mentre l’offensiva rallenta

Uno spiraglio, minimo ma percepibile. La crisi ucraina e poi la guerra ci hanno abituato ai più imprevedibili mutamenti di prospettiva e può darsi che quella piccola luce che pareva essersi accesa ieri sera si sia già spenta nella notte o che verrà uccisa nelle prossime ore. Si tratta della possibilità che l’Ucraina e la Russia tornino a parlarsi su una base, per ora vaghissima, di dialogo negoziale. Non certo tra Zelenski e Putin, ma tra due delegazioni al massimo livello diplomatico. Oggetto del colloquio sarebbe l’ipotesi di una neutralizzazione dell’Ucraina: non solo nel presente, ma anche nel futuro, con una qualche forma di assicurazione che Kiev rinuncerà a chiedere e a perseguire l’ingresso nella NATO. È, formalmente, proprio quello che chiedeva Putin prima che cominciasse la guerra, ma anche i russi dovrebbero concedere qualcosa: la rinuncia a quello che molti consideravano allora (a ragione, come si sarebbe visto) l’obiettivo vero dell’avventura militare preparata dall’uomo del Cremlino, ovvero la Reconquista, il riassorbimento nella Russia della fu provincia dell’impero oppure, nell’ipotesi minima, l’asservimento politico di uno stato fantoccio governato da un pupazzo telecomandato da Mosca.

il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky visita il fronte 27-05-2019
il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky visita il fronte

L’obiettivo della trattativa potrebbe essere, per l’Ucraina, uno status simile a quello che per molti decenni è stato quello della Finlandia. Un modello che paradossalmente in questi ultimi tempi ha cominciato a creparsi, indebolito proprio dal movimentismo aggressivo del Grande Vicino che non spaventa solo i nemici dichiarati ma anche i pacifici conviventi d’antan. Al punto che il paese dei mille laghi insieme con la Svezia ha intrapreso un cammino di avvicinamento istituzionale alla NATO che ieri ha portato la prima ministra Sanna Marin a partecipare come “ospite osservatore”, insieme con il collega svedese, al summit straordinario dei leader dell’alleanza. Una delle novità che questi tempi strani stanno mettendo su una scena in frenetico movimento. Ma sempre neutrali sono, Helsinki e Stoccolma, e come modello di riferimento almeno il primo funziona ancora.

Ipotesi molto flebile

Non c’è bisogno di dire che la prospettiva che al posto delle cannonate tornino le parole è molto, molto flebile e l’idea potrebbe abortire alla prima difficoltà. Il luogo dei colloqui, per esempio. Putin avrebbe aderito all’idea dell’incontro tra le delegazioni indicando Minsk. Quasi una provocazione proporre la capitale della Bielorussia dalla quale è partita una bella quota delle forze d’invasione russe (con sosta simbolica davanti al funebre mausoleo costruito sul rudere del reattore di Cernobyl). Come se il leone invitasse l’agnellino a un tè nella sua tana. Zelenski avrebbe controproposto Varsavia, ipotesi appena meno provocatoria trattandosi della più antirussa tra le capitali dei paesi della NATO. Qualcosa come Helsinki o Ginevra suonerebbe certamente più appropriato. Se uscirà, nelle prossime ore, un nome così vorrà dire che si comincia a fare sul serio.

Kiev, Ucraina, stazione della metropolitana foto TassSia come sia, il fatto stesso che di possibili negoziati si sia anche solo parlato, ieri, è un segnale che rispetto alla prima giornata, in cui l’avanzata delle forze russe aveva avuto le caratteristiche del Blitzkrieg inarrestabile, l’offensiva pare aver rallentato. Certo, i bombardamenti e i lanci di missili sono continuati e non erano per niente “chirurgici” come pretende su ogni teatro d’operazioni la goffa retorica dei generali con le stellette d’ogni colore. Morti tra i civili ce ne sono stati parecchi e le immagini angosciose delle famiglie stipate nelle stazioni della metropolitana di Kiev raccontano la disperazione di una metropoli assediata. Gli ucraini più vicini alla Romania e alla Polonia stanno attraversando i confini a decine di migliaia. Per lo più vecchi, donne e bambini perché gli uomini, molti obbligati ma molti volontariamente, tornano indietro per combattere.

Ma i russi, che l’altra sera qualche agenzia di stampa dava già in vista dei palazzi del governo, ieri sera erano ancora fermi a qualche chilometro a nord della capitale, forse per il sacrosanto timore d’una battaglia strada per strada non solo contro i soldati ucraini ma anche contro le migliaia di civili cui l’esercito ha distribuito armi moderne ed efficienti. Pure la grande manovra che sfondando il fronte a Charchiv avrebbe dovuto scendere a sud per prendere alle spalle le forze ucraine che fronteggiano le repubbliche autonome del Donbass pare che abbia incontrato resistenze inattese. Gli ucraini si difendono, non ci sono stati sbandamenti e pare che le armi anticarro fatte arrivare dai britannici funzionino egregiamente. Nei porti di Mariupol e Odessa ci sono stati sbarchi di commando ma non risulta che siano stati presi. Solo gli aeroporti sono stati in buona parte distrutti.

Polemica (rientrata) con Draghi

Anche il presidente, che l’altra sera nel collegamento da Kiev era parso ai leader europei riuniti a Bruxelles sfiduciato e rancoroso per essere stato “lasciato solo”, quasi rassegnato all’inevitabile, ieri in giornata è parso più vitale. Si è fatto riprendere con il capo del governo e un gruppo di collaboratori fuori del palazzo presidenziale e ha avuto anche lo spirito di imbastire su twitter una polemica con Mario Draghi del quale aveva frainteso una frase sul fatto che era saltata la telefonata programmata per ieri mattina (l’equivoco è stato poi chiarito dai ministri degli Esteri con reciproca soddisfazione).

Presidenti Ucraina Volodymyr Zelenskyusa e Usa Joe Biden
Volodymyr Zelensky e Joe Biden

In serata Zelenski ha avuto poi un lungo colloquio telefonico (40 minuti) con Joe Biden. Che si sappia si è parlato di sanzioni, con il leader ucraino incaponito sull’idea che tra le misure punitive da applicare ci sia anche la “bomba atomica” dell’esclusione dei russi dal circuito swift per le transazioni finanziarie. Un tema che rischia di dividere seriamente gli europei, parte dei quali teme come la peste il disordine che la misura provocherebbe nel sistema dei pagamenti che comunque resterebbe in piedi tra la federazione russa e il resto del mondo, non fosse che per l’acquisto del gas (che per ora resta assolutamente tabù).  È molto probabile però che i due abbiano parlato anche, o forse soprattutto, dell’ipotesi di negoziato sulla neutralità, anche se, com’è ovvio che non ne hanno poi fatto cenno pubblicamente. Poco prima, però, a esprimersi sull’argomento era stato il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg. A un giornalista della Fox tv (emittente americana orientata a destra) che gli ha chiesto che cosa pensasse dell’”offerta di neutralità” del presidente ucraino ha risposto che quella sul negoziato è “una decisione che spetta al governo ucraino” e che comunque non se ne può far nulla “prima che la Russia abbia cessato la sua offensiva”. Cessato l’offensiva o ritirato le proprie forze? Il dubbio resta, e non è di poco conto.

La percezione dei rischi

Stoltenberg è stato molto esplicito nel giudizio sulla vera natura dell’avventura militare di Putin. Vuole restaurare i confini dell’Unione sovietica – ha detto – e quindi c’è da aspettarsi che abbia in animo di aggredire anche territori che ora sono parte della NATO. Leggi: le repubbliche baltiche. In quel caso scatterebbe l’articolo 5 del Trattato nordatlantico, quello che impegna tutti i paesi dell’alleanza ad intervenire se uno viene aggredito. Insomma, la guerra mondiale.

Giovane russo protesta contro l'invasione ucraina foto Moscow times
Giovane russo protesta contro la guerra (foto Moscow times)

È davvero reale questo pericolo? Fin dove si spingerà l’avventurismo del signore del Cremlino? È la domanda che cominciano a porsi in molti, non solo nelle capitali occidentali, ma anche in patria. Il problema non è soltanto il fanatismo dell’uomo e la sua maniacale convinzione che la sua missione sia quella di riportare tutti russi nella Grande Madre. O la Grande Madre da tutti i russi, modificando i confini dell’Europa post-sovietica. C’è anche la possibilità che un incidente o un automatismo nella radicalizzazione del contenzioso con l’occidente faccia precipitare la situazione. Che in Russia esista la percezione di questi rischi e che si stia consolidando un dissenso politico non solo nelle manifestazioni pacifiste che si moltiplicano malgrado le durissime repressioni ma anche in settori della nomenklatura è ormai qualcosa più che una sensazione e sarà il caso che gli osservatori occidentali comincino ad occuparsene seriamente.