Ucraina, trattare sulla Nato
ma neutralizzare subito
le mire imperiali di Putin

Gli Stati Uniti, la Nato e l’Europa – l’Unione in quanto tale e i singoli paesi che la compongono – stanno studiando in queste ore la risposta da dare alla drammatica svolta impressa da Mosca alla crisi ucraina con la decisione di riconoscere le due “repubbliche autonome” di Donetsk e Luhansk. Le sanzioni annunciate da Joe Biden ieri sera sono piuttosto blande, alcune quasi ridicole. Riguardano tre grandi banche, un pugno di oligarchi, i “familiari di Putin” e i “soli” membri della Duma che hanno approvato la decisione del riconoscimento (in realtà sono stati tutti). Ma, soprattutto, le misure sono studiate in modo tale da impattare il meno possibile sull’economia americana. Il capo della Casa Bianca guarda alle elezioni del mid term e ha pensato bene di lanciare la palla nel campo degli europei, che motivi per riflettere bene prima di prendere decisioni ne hanno, eccome. Il cancelliere tedesco Scholz, da questa parte dell’Atlantico ci ha messo di suo il blocco della procedura di autorizzazione all’entrata in funzione del Nord Stream 2, il raddoppio dell’unico gasdotto che porta il metano direttamente dalla Russia alla Germania passando sotto il Baltico. Non è stata una decisione con poche conseguenze, né per i tedeschi né per noi italiani, che se le sanzioni finiranno per toccare il mercato del gas ci troveremo in guai molto seri. Mettere d’accordo americani ed europei e gli europei fra loro non è un’impresa semplice. E in realtà proprio la prevedibile difficoltà degli occidentali a trovare un minimo comun denominatore alle loro reazioni, che si collocano in un contesto di interessi diversi e anche divergenti, a cominciare da quelli che ruotano intorno alle forniture di gas, è stata con tutta evidenza una delle ragioni, e certo non la meno importante, della mossa di Vladimir Putin.

Prima questione, la Nato

Le prevedibili difficoltà a mantenere un minimo di compattezza nel campo occidentale sono anche il frutto della debolezza di analisi con cui è stata affrontata, fin dall’inizio, l’intera vicenda. Sarebbe stato molto importante cercare almeno una comune chiave di interpretazione che aiutasse a spiegare non soltanto l’ultima drammatica accelerazione, ma tutta la crisi, la quale fin dall’inizio è stata caratterizzata dalla confusione tra due piani diversi. Una confusione sulla quale ha giocato la sua avventurosa partita l’autocrate di Mosca, ma che in qualche modo e in qualche misura è stata fatta propria anche dalle organizzazioni, la Nato e anche l’Unione europea, e dalle cancellerie occidentali.

Un piano è quello che, semplificando molto rozzamente, si potrebbe definire la Nato e l’esistenza (o meno) di un “diritto alla sicurezza” della Federazione russa. Mosca vuole evitare che l’espansione verso est dell’alleanza militare occidentale arrivi dove finisce per rappresentare un pericolo immediato per il territorio russo e addirittura per la sua capitale. Anzi, vuole rinegoziare anche l’assetto attuale dei dispositivi strategici che non riguardi soltanto l’ipotetico coinvolgimento dell’Ucraina, ma anche i sistemi d’arma nei paesi baltici, in Polonia, in Romania e un domani, chissà, anche in altri paesi, come la Moldova e la Georgia.

Gli americani, la Nato, i britannici, gli olandesi, i paesi dell’est e, molto più sommessamente, gli altri europei sostengono che la pretesa di Mosca è insostenibile perché violerebbe la libertà degli stati democratici di determinare la propria politica estera aderendo anche, se lo vogliono, a un’alleanza militare. Molti, anche in occidente, ritengono che si tratti di un argomento abbastanza specioso considerato che gli Stati Uniti pur di non avere missili nel “cortile di casa” non esitarono nel 1962 a spingere il confronto con i sovietici fino a un passo dalla guerra nucleare. E poi tutti gli occidentali hanno accettato le autolimitazioni imposte durante la guerra fredda dagli accordi di Helsinki e anche, per ben sette decenni, la neutralità “concordata” della Finlandia, nonché dell’Austria.

Ma, pur mettendo da parte la controversia sull’esistenza o meno a suo tempo di un preciso accordo tra Gorbaciov e George Bush senior sul non allargamento della Nato in cambio del placet di Mosca alla riunificazione tedesca (sul quale una parola definitiva è venuta recentemente dalla storica americana Mary Elise Sarotte), sembra si possa dire che fino alla svolta imposta da Putin con il discorso di lunedì scorso, un discreto margine di negoziabilità restava aperto. Era il terreno sul quale si muovevano le diplomazie di Francia, Germania e, con qualche ritardo, Italia e sul quale era stato strappato da Emmanuel Macron il sì condizionato di Putin e di Biden a un incontro diretto, mentre da Olaf Scholz era venuta l’assicurazione che, a prescindere dalle posizioni di principio, l’adesione dell’Ucraina alla Nato sarebbe di fatto impossibile per un discreto numero dei prossimi anni. Dichiarazione corroborata, un po’ a sorpresa, anche da un’onesta ammissione del Secretary General dell’alleanza Jens Stoltenberg dal cui entourage ci si è spesi a ricordare a tutti che lo statuto dell’alleanza prevede che non possano entrare paesi che abbiano conflitti aperti con i vicini o nel proprio territorio. Che è esattamente il caso dell’Ucraina.

Seconda questione, il nazionalismo panrusso

Agli occhi di chi credeva a questo punto che la de-escalation fosse in effetti cominciata, accompagnata da negoziati tecnici molto riservati su misure se non di disarmo almeno di contenimento del riarmo, la mossa del capo del Cremlino è apparsa non solo grave ma anche incomprensibile. Certo, l’intelligence americana e tutti quelli autorizzati a parlare nell’amministrazione Biden avevano continuato imperterriti a denunciare la finzione del ritiro di truppe russe e a fissare sempre nuove date per la “sicura” invasione dell’Ucraina, e ieri sera il presidente ha continuato. sostenendo che esisterebbe la “certezza” che l’invasione si spingerà fino a Kiev partendo da nord, e cioè dal territorio bielorusso. Ma c’era qualche ragione per credere che si trattasse un po’ di un gioco delle parti. Qualcuno, anzi, si azzardava a ipotizzare che le denunce americane fossero una specie di deterrenza quasi scaramantica: finché si denuncia gli altri non sparano.

L’illogicità e l’imprevedibilità della mossa di Putin appaiono però incomprensibili solo se si considera il piano della vertenza sull’ampliamento della Nato. Non lo sono affatto, invece, sull’altro piano, quello che si potrebbe chiamare il nazionalismo panrusso.

Si tratta del principio per cui esiste una Madre Patria Russia che è stata smembrata lasciando fuori dai suoi confini una quantità di russi che avrebbero il diritto di essere cittadini della metropoli quanto quelli che ci vivono. È la trasposizione pratica del concetto otto-novecentesco dello stato-nazione, o meglio della nazione-stato. Il fatto che 25 milioni di persone che parlano russo e che, almeno nell’immaginario dell’attuale potere moscovita, si sentono russi siano fuori dalla Federazione russa viene considerato un “errore della Storia” al quale va posto rimedio, con l’annessione di terre abitate dai “compatrioti”, come nel 2014 in Crimea e oggi nel Donbass, oppure con una pressione esercitata contro gli stati che li ospitano. Il che giustifica i timori diffusi, specialmente in Estonia e in Lettonia, dove le percentuali di cittadini ex sovietici russofoni sono ancora molto alte, e fa sì che le repubbliche baltiche, insieme con la Polonia e da un po’ anche la Romania, siano gli stati che più parteggiano per la mano dura della NATO, anche in termini di sistemi d’arma installati e truppe stanziate.

Il nazionalismo panrusso arriva a conseguenze potenzialmente devastanti se viene applicato ai rapporti con l’Ucraina. Anche prima della minacciosa chiarezza del suo discorso in cui annunciava l’annessione delle province del Donbass, Putin aveva più volte adombrato la tesi per cui l’Ucraina “non esiste”, in quanto gli ucraini sono russi che “credono” di non esserlo. Non è una tesi nuova: ha avuto largo corso non solo in epoca sovietica ma anche nell’impero zarista quando con varie vicissitudini la parte occidentale è stata parte di compagini politiche con i polacchi, i lituani, i prussiani, gli austro-ungarici mentre la parte orientale era effettivamente quasi fusa con la Russia. E la negazione della nazionalità altrui quando è “scomoda” non è praticata solo dalle parti di Mosca: basti pensare alla classe dirigente di Ankara che chiama i curdi “turchi di montagna”, cosa che poi non impedisce di sterminarli…

Un possibile effetto pratico di questa proclamazione di “non esistenza” della nazione ucraina sarebbe proprio l’invasione totale del “non paese” per cacciarne gli usurpatori e farla tornare alla sua vera natura di primo nucleo storico della nazione russa, dai tempi della Rus di Kiev. È molto difficile, per fortuna (ma non si può mai sapere) che il capo del Cremlino pensi davvero all’avventura di “prendere Kiev“, come lo hanno incitato a fare i miliziani di Donetsk dopo l’arrivo delle prime truppe regolari russe: il prezzo da pagare sarebbe tremendo, sia nel paese occupato, enorme per estensione e ferocemente ostile almeno nelle regioni dell’ovest, sia, prevedibilmente, anche in patria, dove si manifestano già segnali di dissenso nei confronti del procedere temerario del Capo. Anche tra i militari e i servizi segreti (per quanto si è potuto vedere nell’insolitissimo streaming della riunione del consiglio superiore di difesa) e anche nella diplomazia, a giudicare almeno dal fatto che il ministro degli Esteri Lavrov continua a mostrare di credere ancora molto nella possibilità di un’intesa in extremis. E però è un fatto, preoccupante, che nella sua conferenza stampa di ieri Putin abbia ammesso senza problemi che l’indipendenza riconosciuta alle province ribelli riguarda non solo gli oblast di Donetsk e Lukansk ma tutto il territorio del Donbass fin’oltre Mariupol sulla costa del Mar d’Azov e la città di Kramatorsk, teatro di una sanguinosa battaglia nel 2015, all’interno: zone cioè in cui è ancora presente l’esercito ucraino. In pratica una dichiarazione di guerra di fatto.

Tenere separati i due piani per trovare una via d’uscita

Resistenza all’ampliamento della NATO e revanscismo panrusso: nella gestione della crisi Vladimir Putin ha, consapevolmente o no, confuso i due piani e questo è un pericolo molto forte, perché i rapporti tra due entità consolidate che si fronteggiano, come la Nato e la Russia, possono essere anche molto conflittuali ma si collocano sempre su un piano di certezze, come è avvenuto durante la guerra fredda, mentre la pretesa di riunire i “fratelli” alla madre patria comporta guerre civili e destabilizzanti modifiche dei confini che alla fine possono davvero portare a conflitti generalizzati, come è avvenuto infinite volte nel passato. Accettare il principio che si possono modificare i rapporti attuali tra le nazionalità e gli stati e cambiare i confini conseguentemente avrebbe effetti devastanti, in Europa forse più che altrove. I diritti delle minoranze non vengono garantiti sulla base dell’appartenenza a uno stato, ma dal rispetto dei loro diritti umani, politici e civili. Alla causa della pace servono cittadini liberi non “patrioti”.

È questa la base sulla quale l’autocrate del Cremlino dovrebbe essere contrastato, non incalzando il suo paese con una cintura militare sempre più stretta, che in definitiva rischia di aumentare ancor di più presso una parte grossa dell’opinione russa il suo appeal di “eroe della nazione” che si ribella alle prepotenze degli stranieri. Perché Vladimir Putin prima o poi se ne andrà, e si sente già qualche scricchiolio del suo potere. Chi verrà dopo di lui avrà anch’egli il problema di non avere missili della Nato sulla porta di casa, ma si spera che capirà che i russi stanno bene dove stanno e l’ultimo zar è morto più di un secolo fa.