Ucraina, sulla neutralità il dialogo non è impossibile, ma va sconfitto il nazionalismo

Un nulla di fatto, un fallimento? Sì, se l’incontro di Antalya fra i ministri degli Esteri ucraino e russo viene giudicato con la misura delle attese che il primo contatto diretto al vertice tra i due paesi in guerra aveva acceso alla vigilia. Ma c’è da dubitare che quella delle attese fosse la scala giusta per giudicare l’evento. Il vertice promosso dal leader turco Erdoğan c’è stato, e questo è già un fatto che non era proprio scontato mentre i carri armati puntano sulle città e missili e bombe cadono senza pietà. A fare gli onori di casa c’era un terzo ministro degli Esteri, quello turco Mevlüt Çavuşoğlu, seduto pomposamente in fondo alla sala, davanti al logo di un evento (il Diplomacy Forum) che in altri momenti avrebbe acceso l’interesse solo dei corifei del regime di Ankara. Gli ucraini – il ministro Dmytro Kuleba e l’ambasciatore presso l’Unione europea Mikola Tochytskij – erano alla sua sinistra e i russi, Sergei Lavrov col suo viceministro Andreij Rodenko, dall’altra parte. Una fioriera, neutrale in mezzo, a dividere gli schieramenti.

Il confronto è durato un’ora e mezzo e, com’era ampiamente prevedibile, gran parte del tempo se ne è andato in accuse reciproche e inutili ripetizioni di posizioni arcinote. Ma al termine, se Kuleba ha attribuito la mancanza di un accordo su un cessate-il-fuoco al russo che – ha detto – si è presentato qui senza avere un mandato a trattare veramente e Lavrov ha risposto che nessuno aveva mai detto che si dovesse parlare di tregue d’armi, tutti e due, ognuno per conto proprio, hanno assicurato che il negoziato comunque va avanti. Intanto lassù, nella villa nella foresta al confine tra la Bielorussia e la Polonia, che è il posto adatto per discutere i dettagli tecnici sui quali la grande diplomazia sorvola ma che invece sono essenziali. E poi – chissà- in un vertice ancora più al vertice del loro: un tête-à-tête tra i due massimi leader, Vladimir Putin e Volodymyr Zelenski. E il fatto che se ne sia anche solo parlato e che tutti e due i capi delle diplomazie in guerra lo considerino nel novero delle cose possibili, anche questo – senza dubbio – è un fatto. Per Kuleba era un fatto abbastanza scontato, visto è stato, nei giorni scorsi, proprio il suo presidente Zelenski a proporlo, ma per Lavrov non lo era affatto. Putin quando ha cominciato la sua spezoperatija ha dichiarato al mondo che la sua intenzione era quella di spazzare via la “banda di drogati e nazisti” che avrebbe secondo lui preso il potere a Kiev e ora sarebbe pronto a incontrare il capo-banda? C’è da sperare che quando Lavrov ha evocato la possibilità del supervertice l’abbia fatto con l’assenso pieno ed esplicito del capo del Cremlino. Che non sia stata, insomma, un’iniziativa solo sua. Ipotesi non del tutto da escludere visto che se non sono mancati nei giorni passati segnali di una certa non piena concordanza – diciamo così – tra le posizioni dell’uno e dell’altro. Per non compromettersi troppo, comunque, Lavrov si è affrettato a precisare che certo Putin “non rifiuta l’incontro con il presidente Zelenski”, ma comunque perché avvenga “serve un lavoro di preparazione”. E chi ne dubita?

Elementi di chiarezza

Il fatto che ad Antalya non si sia cominciato a trattare sui contenuti del contenzioso non significa, comunque, che gli ultimi giorni e le ultime ore non abbiano portato qualche timido elemento di chiarezza. Dalle dichiarazioni ufficiali, dalle indiscrezioni che girano e dall’andamento stesso, sempre crudelissimo, delle operazioni militari sul terreno pare si possa dedurre che sul terreno della collocazione internazionale futura dell’Ucraina, la sua neutralità o meno, qualche passo in avanti si sia fatto. Kuleba ad Antalya ha ripetuto la formula secondo la quale uno stato estero non può porre veti alla volontà di un paese di scegliere di aderire a un’alleanza. Ma al di là delle petizioni di principio, pare evidente – e lo stesso Zelenski lo ha ammesso – che di adesione alla NATO non si parla proprio più. E dopo che da Bruxelles sono venuti molti e chiari richiami alla complessità e alla necessità di tempi lunghi per l’ingresso nell’Unione europea anche gli entusiasmi, un po’ strumentali, che hanno accompagnato la plateale firma della richiesta di adesione alla UE da parte del presidente si sono alquanto raffreddati. D’altronde, poi, aderire all’Unione europea è cosa ben diversa dall’entrare nella NATO (anche se un ex presidente americano e un ex presidente della Commissione di Bruxelles nei primi anni 2000 pensarono sciaguratamente che le due cose dovessero coincidere) e persino alla corte dello zar di Mosca si è levata qualche voce secondo la quale un’Ucraina nella UE, fra molti anni s’intende, non sarebbe poi un grande pericolo per la Russia.

Insomma, la prospettiva di una “finlandizzazione” dell’Ucraina parrebbe quanto meno un ragionevole ambito di negoziazione. Resterebbe il problema rappresentato dal fatto che Putin pretenderebbe che la neutralità e l’obbligo a non ospitare sistemi d’arma offensivi venissero scritti chiari e tondi nella Costituzione e questa richiesta potrebbe vestirsi dei panni di un diktat indigeribile per Kiev. Ma a qualche compromesso, a qualche “carta scritta” che tranquillizzi Mosca, non dovrebbe essere impossibile arrivare.

E dire che proprio l’adesione alla NATO che i governanti di Kiev avevano dato a un certo punto come inevitabile e imminente, mentre non lo era affatto, è stato formalmente il casus belli della crisi che poi è sfociata nell’aggressione russa.

Il problema è che quel casus belli non era la sola ragione della guerra di Putin. Forse non era neppure la più importante. Alla richiesta di veder riconosciuto un diritto russo alla sicurezza, che l’avanzamento della NATO con i suoi missili e i suoi sistemi d’arma fino ai propri confini avrebbe compromesso, il capo del Cremlino ha sovrapposto il suo antico disegno di restaurare i confini dell’impero che fu (zarista prima ancora che sovietico) e di ergersi a tutore di tutti i “fratelli” russi che la caduta dell’Urss ha lasciato fuori dei confini della Federazione russa. L’Ucraina, in questo disegno, ha la posizione più scomoda: paese con una fortissima minoranza di russofoni e anzi, nel delirante storicismo di Vladimir Putin, nazione che “non esiste”, in quanto popolata da russi che non sanno, o non vogliono ammettere, di essere russi.

In teoria, perciò, Putin per essere coerente con quanto va dichiarando dovrebbe voler occupare tutta l’Ucraina, che per lui è di fatto un “pezzo di Russia”, o quanto meno le regioni che sono effettivamente molto legate alla storia russa: più o meno quelle che a nord e al centro si stendono ad oriente del Dniepr e quelle che a sud sono prospicienti a tutta la costa sul Mar Nero, dal Donbass fino a Odessa o oltre, verso la foce del Danubio. Per quanto l’uomo abbia dato prova di molta irragionevole aggressività è dubbio che pensi davvero non solo di occupare, ma poi di tenere e amministrare, sostenendone le spese, un territorio così vasto e sicuramente ostile. Ma anche se volesse conseguire solo una parte del suo disegno, le sue mire territoriali minerebbero certamente ogni possibilità di compromesso.

Il ponte di Kerč

È questo il cul-de-sac in cui rischia di infilarsi l’avventura di Vladimir Putin in Ucraina? L’andamento delle operazioni sul terreno sembrerebbe proprio indicare di sì. L’accanimento su Mariupol, culminato nel criminale bombardamento dell’ospedale pediatrico (che i russi ora negano che sia mai avvenuto dopo aver sostenuto che dentro non c’erano bambini e malati ma miliziani neonazisti della compagnia Azov), può essere spiegato con il tentativo di formare lungo la costa un corridoio che congiunga le regioni russe oltre il Donbass con la Crimea mentre l’assedio di Odessa, città ancora largamente russofona, servirebbe a creare una testa di ponte anche a occidente della Crimea. La necessità del corridoio di Mariupol verrebbe spiegata in termini politico-strategici con la necessità di stabilire una continuità territoriale con la penisola che ormai è, anche amministrativamente, una provincia della Federazione Russa. In realtà la continuità territoriale c’è già dal 2018, quando è stato aperto il lungo e avveniristico ponte che unisce il territorio di Krasnodar alla penisola di Kerč, in Crimea.

Il ponte di Kerč

Insomma, mentre sul capitolo della “finlandizzazione” il negoziato potrebbe non essere troppo difficile, sugli aspetti dell’assetto territoriale del dopoguerra rischia di esserlo terribilmente. Molti pensano che la strategia giusta sarebbe quella di togliere a Putin il pretesto della difesa dei “russi della diaspora”. I dirigenti di Kiev sarebbero in una posizione negoziale più forte se riconoscessero ai russofoni l’autonomia e i diritti di cui non sempre – va detto –  godono. Una pacificazione etnica che è proprio il contrario di quello che stanno cercando di fare gruppi e movimenti di estrema destra nazionalista che non saranno certo la “banda” che ha preso il potere a Kiev come dice Putin ma esistono e sono un pericoloso fattore inquinante della democrazia in Ucraina.

Dicono gli osservatori che molti ucraini russofoni delle zone aggredite dall’”operazione speciale” si stiano rivoltando contro il dittatore che dalla lontana Mosca li fa bombardare per “difenderli”. I dirigenti ucraini potrebbero far leva su questi sentimenti per spegnere la miccia del nazionalismo che rischia di divenire guerra civile.

I problemi territoriali

Il nazionalismo, quello russo esasperato da Putin ma anche quello già esistente o potenziale degli ucraini, è il vero nemico della pace in Ucraina. Ed è il nazionalismo che ha portato alle avventurose e illegittime modifiche dei confini che in quell’area hanno fatto crescere le tensioni fino alla guerra. Come mettere allora in moto una de-escalation che porti verso la pace? Intanto indicando soluzioni per i problemi territoriali che esistevano prima della guerra e che (in parte, come abbiamo visto) hanno contribuito a provocarla. Restituire la Crimea all’Ucraina è un proposito decisamente utopico, non fosse che perché la popolazione russa che era già maggioritaria al momento dell’annessione ora è ancora più forte e non accetterebbe di ritornare sotto giurisdizione ucraina. Per correggere un’ingiustizia se ne creerebbe un’altra. Ma la condanna per il modo in cui la Russia nel 2014 violò tutte le regole del diritto internazionale modificando unilateralmente i confini con un altro stato deve essere ribadita e accompagnata da sanzioni. Per le due province del Donbass bisognerebbe cercare una soluzione che non rappresenti una cessione di sovranità da parte dell’Ucraina ma assicuri una tutela, anche garantita da un’autorità terza come l’ONU, dei diritti e dell’autonomia amministrativa dei russofoni cui potrebbe essere riconosciuti legami giuridici con la Russia. La fantasia può sbizzarrirsi e qualche elemento di soluzione era già stato raggiunto con gli accordi di Minsk, che l’Ucraina a suo tempo ripudiò sostenendo, non del tutto a torto, che erano stati negoziati in un momento di particolare debolezza del governo di Kiev. Si potrebbe riprendere il dialogo sulla base di quelli e poi cercare modelli istituzionali dove già esistono. In Italia, per esempio, nel Sud Tirolo.