Si faranno i corridoi umanitari, ma Putin vuole la guerra totale

Si stringono la mano. Cinque da una parte cinque dall’altra e i più lontani ai capi del tavolo si allungano per arrivare a toccarsi. Per chi è alla ricerca di simboli è un fatto: l’altra volta, nel villaggio sul fiume Prypyat i negoziatori non si erano stretti la mano, stavolta sì. E i cinque ucraini in abiti militari o simili e i cinque russi in giacca e cravatta sembravano più distesi, meno spaesati nella bella palazzina del villaggio di Viskuli, nella foresta Belovezshkaija, distretto di Brest, pochi chilometri al di qua del confine che separa la Bielorussia fedelissima a Putin dalla Polonia che ospita i missili della NATO. Sempre per la gioia dei cercatori di simboli è la stessa palazzina in cui ventuno anni fa fu firmato l’atto della separazione dell’Ucraina e della Bielorussia dall’ancora esistente (per poco) Unione Sovietica.

Quando è scesa la sera i capi delegazioni ucraino, il ministro della Difesa  Olezkij Reznikov, e russo, il consigliere di Putin Vladimir Medinskij, hanno annunciato che un accordo c’è: verranno creati dei corridoi umanitari per permettere l’evacuazione in sicurezza dei civili dalle città assediate e l’arrivo degli approvvigionamenti indispensabili. Dove si faranno i corridoi vigerà il cessate-il-fuoco. Solo là e solo per il tempo necessario alle operazioni umanitarie, ma comunque gli uni e gli altri smetteranno di sparare, e i russi di bombardare. Medinskij non aveva ancora finito di parlare che è arrivato un comunicato della Tass a segnalare il fatto che è proprio vero: i russi lo dicono e lo faranno. Speriamo.

Bombardamenti

Le buone notizie finiscono qui. La giornata, lontano dal provvisorio e un po’ incongruo idillio della foresta, non ha portato altro che . disastri e pessimismo. E morte. Kharchiv è stata bombardata come non si vedeva su una grande città dalla seconda guerra mondiale. La stessa sorte è toccata alle cittadine e ai villaggi a nord di Kiev, che continua ad aspettare la stretta finale dell’assedio che non arriva, nella fioca speranza che i russi non entreranno in città per evitare una micidiale battaglia strada per strada. Sarebbe una decisione saggia, ma la saggezza ha ancora qualche chance nell’avventura in cui si è gettato Putin? Odessa sta per essere aggredita dal mare e da terra. A Mariupol, che i russi vogliono prendere perché dovrebbe essere il porto del Donbass, da dove far partire (per dove?) il carbone e l’acciaio, le ricchezze della regione contesa, il corridoio umanitario, in teoria, dovrebbe essere in vigore già dall’altro giorno, ma il sindaco ha lanciato un appello disperato: i russi bloccano le strade, nessuno può uscire, i rifornimenti sono bloccati, la città sta morendo di fame.

Tutto questo ha una logica. Perversa, ma una logica. L’ha spiegata Vladimir Putin in persona, nella sua parte del surreale botta e risposta cui per tutto il pomeriggio si è dedicato con Volodymyr Zelenski e Emmanuel Macron, terzo, volenteroso incomodo d’una partita a colpi di verità e di propaganda tra i due nemici sul campo.

Il discorso del padrone del Cremlino è stato forse il più duro, e comunque il più esplicito e chiaro, diu quelli che ha rivolto al mondo da quando è cominciata l’”operazione militare speciale” in soccorso dei “fratelli del Donbass” minacciati e aggrediti dai “neonazisti” ucraini. Non ce ne andremo e non smetteremo di sparare finché non avremo ottenuto il nostro scopo: distruggere tutte le strutture militari con cui può essere minacciato il nostro territorio. Se fosse per noi garantiremmo dei corridoi umanitari, ma la cricca al potere a Kiev li vuole soltanto per usare i civili come scudi umani. Bella prova di cinismo visto che un minuto prima che cominciasse a parlare e un minuto dopo che aveva smesso sugli schermi delle tv comparivano le immagini dei bombardamenti degli edifici civili in tutte le città importanti dell’Ucraina: ferocissimi a Kharchiv.

Retorica russo-imperiale

Poi Putin ha tirato fuori la consueta retorica russo-imperiale. Si è autoproclamato “daghestano, ceceno, osseta e russo” per dire che la patria è la Russia di tutte le nazionalità, quella Russia che si è divisa con la fine dell’Unione Sovietica, ma che ancora vive nelle sue fantasie di rivincita. Anche l’Ucraina è parte di questo sogno: noi e loro – ha detto – “siamo un solo popolo” e solo quelli al potere ora a Kiev, sostenuti dalla NATO e dagli americani, lo negano.

Il presidente parlava al Comitato nazionale di difesa. In collegamento video, perché sono mesi che evita come la peste incontri ravvicinati con i collaboratori e gli ospiti, come si è visto ampiamente durante le visite al Cremlino di Macron e di Scholz. Aveva cominciato con una botta di retorica patriottarda, forse sincera, forse motivata dall’urgenza di rispondere all’insinuazione di Zelenski secondo cui i russi hanno portato con loro nelle zone che hanno occupato dei forni crematori per non dover rispedire in patria i cadaveri dei soldati uccisi, circostanza che sotto ogni cielo provoca problemi con l’opinione pubblica di casa. I morti russi ci sono – ha ammesso – e sono i nostri eroi. Alle famiglie verrà corrisposto un indennizzo di 7 milioni di rubli (circa 50 mila euro al cambio post-sanzioni). E poi s’è alzato in piedi per onorarne la memoria.

Una bella scena, un omaggio ai morti in guerra in  grottesca contraddizione però con la versione ufficiale secondo la quale l’”operazione militare speciale” non è una guerra: chi la chiama così rischia l’arresto e, secondo una voce che circola a Mosca (speriamo che sia infondata), anche l’arruolamento forzato nell’esercito…

Poche ore prima il capo del Cremlino aveva avuto, su sua richiesta, un lunghissimo colloquio telefonico con Emmanuel Macron. Il presidente francese ne ha ricavato ragioni per un pessimismo totale: Putin – ha detto ai giornalisti – vuole andare “fino in fondo” a “denazificare” (come dice lui) l’Ucraina e non si fermerà fino a che non avrà raggiunto il suo obiettivo. Anzi, alle richieste che ha messo già sul tavolo vuole aggiungerne altre: l’obiettivo dichiaratro è il controllo su tutto il paese. Vuole prendersi l’Ucraina, ha sintetizzato brutalmente il ministro degli Esteri a Parigi Jean-Yves Le Drian, “e il peggio deve ancora arrivare”.

Le prossime vittime

Il peggio, secondo Zelenski, sarebbe non solo l’asservimento dell’Ucraina, ma anche quello che verrebbe dopo. In una lunghissima diretta tv il presidente non ha solo incitato il suo popolo, raccogliendo la confortante consapevolezza che, almeno finora, la resistenza agli invasori è stata ben più forte di quel che pensavano tutti, ma ha ammonito “i nostri amici in Europa”: non crediate che se cade il mio paese Putin si fermerà; le prossime vittime saranno i Paesi Baltici perché il disegno del dittatore è quello di restaurare i confini dell’impero sovietico. Mentre Zelenski parlava, nella casa nella foresta Belovezshkaija il negoziato si stava stringendo sui corridoi umanitari. L’uomo di Kiev, come peraltro il suo nemico di Mosca, non pare confidare molto sulle virtù dei negoziati a quel livello. Putin, ha detto facendo un po’ il guascone, voglio parlare direttamente con te, voglio che sia tu a dirmi che cosa vuoi esattamente. E devi farlo faccia a faccia con me, non seduto a un tavolo “lungo trenta metri”.

Zelenski non è più il politico dilettante con cui gli ucraini, e non solo loro, credevano di avere a che fare prima di vederlo diventare un eroe della resistenza quando i soldati russi hanno varcato la frontiera e ovviamente sa benissimo che le chance che Putin raccolga l’invito sono meno di zero. È su un altro tavolo che può giocare: quello dell’appoggio americano e soprattutto del rapporto con l’Europa. La mossa plateale di presentare la domanda di ammissione alla UE non avrà effetti pratici né ora né in un futuro prossimo come è apparso chiaro dalle risposte che sono venute dalle istituzioni di Bruxelles, favorevoli in linea di principio ma accompagnate dal richiamo all’articolo 49 del Trattato europeo, che fissa un calendario lungo e condizioni difficili per l’adesione di nuovi paesi all’Unione. La NATO, la prospettiva di una possibile adesione alla quale è stata il più immediato e forte fattore di scatenamento della crisi, è esclusa anch’essa. Una alternativa forse praticabile per garantirsi un solido appoggio in occidente potrebbe essere una rete di rapporti bilaterali di alleanza con i paesi europei. Non tanto con la Germania, che risveglierebbe subito pesanti sospetti a Mosca e forse anche a Washington, ma magari con la Francia. Si potrebbe configurare, insomma, un modello del tipo di quelli che negli anni ’30 del secolo scorso poggiarono su un sistema di alleanze tra la Francia e i paesi dell’est europeo per far fronte alla minaccia del Reich tedesco. È vero che quelle formule non ebbero alla fine un esito felice, ma…

Contrasto sui profughi

Sempre restando sul piano delle ipotesi per ora puramente teoriche, va detto però che una liaison di quella natura dovrebbe basarsi, per non creare scompigli, a una solidissima unità d’intenti di tutta l’Unione europea. Unità che i paesi dell’Unione hanno mostrato di aver conseguito nella gestione della crisi ucraina. Non era scontato. Come non è scontato, purtroppo, che differenze restino da parte dei paesi dell’ex impero sovietico sul piano della considerazione degli aspetti relativi ai diritti fondamentali. Se ne è avuta una prova nella controversia accesa sulla questione della gestione dei profughi dall’Ucraina che la guerra sta già spingendo come un’ondata da est a ovest sulle frontiere dell’Unione europea. I paesi del gruppo di Visegrád nella discussione sui criteri di ammissione e di redistribuzione di quelli che arrivano per sfuggire alla guerra hanno cercato di attribuirsi la facoltà di accogliere nel proprio paese – Polonia, Ungheria, Slovacchia, ma poi si è aggiunta anche l’Austria –  soltanto i cittadini ucraini. Come se i migranti di altra nazionalità, come gli afghani o i siriani che sono numerosi in Ucraina, non avessero anch’essi bisogno di sicurezza e diritto alla tutela. Questa pretesa è stata poi respinta dalla Commissione e dal Consiglio dei ministri, ma è stata un brutto segnale, che ha un po’ appannato la buona prestazione di unità che l’Unione europea ha dimostrato finora nella gestione della crisi.

Per tornare a Zelenski e Macron, va detto che tra i due si è stabilito negli ultimi tempi un buon rapporto, soprattutto dopo che il presidente francese è stato perfidamente ingannato da Putin che faceva finta di accettare la sua mediazione come presidente di turno del Consiglio europeo mentre aveva già preso la decisione di muovere le truppe.

Ma siamo nella nebbia delle ipotesi e degli scenari futuri, mentre il presente si presenta con la ferocia di una guerra che sempre più appare senza quartiere. La determinazione con cui Putin ha rovesciato sul tavolo le sue pretese, inaccettabili non solo per l’Ucraina ma anche per tutta la comunità internazionale, ha creato una pericolosa situazione di stallo assoluto di ogni possibile soluzione di compromesso. Dal punto cui si è spinto, il capo del Cremlino non può tornare indietro senza perdere la faccia. E per non perdere la faccia potrebbe anche perdere la testa. Cosa che non può non destare qualche preoccupazione anche nel suo ambiente. Può essere una pia illusione ma c’è qualche segnale del fatto che al vertice del potere di Mosca, anche nello stesso entourage del presidente, più d’uno cominci a rendersi conto che da questa impasse si debba uscire e che la sconfitta definitiva dell’Ucraina, la sua riduzione a puro e semplice stato vassallo se non addirittura il suo smembramento e l’annessione della sua parte orientale alla Russia, la reconquista  agognata da Putin, non sarebbe per niente una soluzione.

Divergenze

Più d’uno ha notato, in questi ultimi giorni, una percepibile diversità tra i proclami putiniani e quanto va dichiarando, e forse tessendo nelle segrete stanze della diplomazia, il suo ministro degli Esteri Sergeij Lavrov. Mentre il Capo liquidava come una banda di ubriaconi e neonazisti i dirigenti di Kiev, il ministro ha detto un paio di volte che “siamo pronti a parlare con Zelenski”, ha evocato la possibilità di una tregua della guerra che Putin vuole invece fino al “raggiungimento degli obiettivi”, ha bagnato le polveri della minaccia nucleare evocata dallo stesso Putin, mentre qualcuno del suo entourage si è spinto a sostenere che la possibilità che l’Ucraina faccia parte dell’Unione europea non deve essere necessariamente un tabù.

È la solita storia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo? Forse. Ma i distinguo di Lavrov non sono l’unico segnale che fa pensare a un Vladimir Putin isolato, chiuso nella torre d’avorio delle proprie certezze un po’ maniacali, restìo a tener conto del parere dei propri diplomatici e addirittura dei propri servizi segreti. La dissidenza che va manifestandosi rumorosamente nella società civile, sia pure, forse, più nelle grandi città che nella Russia profonda, la ribellione degli oligarchi rovinati dalle sanzioni, lo scontento popolare per gli effetti del crollo rovinoso del rublo cominciano a trovare eco nelle stanze più esclusive del Cremlino?